Post in evidenza

«Uguaglianza, senso critico ed empatia (e niente social)»; ecco il mondo post-Covid immaginato da Chimamanda Ngozi Adichie

Invitata dal direttore del Salone del Libro di Torino Nicola Lagioia, giovedì 14 ottobre 2021 la scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie, autrice del romanzo Metà di un sole giallo, ha tenuto il discorso di apertura del 33° Salone, il primo dopo il lungo blocco imposto dal Covid-19 e dalle misure restrittive per contenerlo. 
Vita Supernova è il tema di questo 2021, l’esplosione di una stella intesa come forza creativa, come luce, ma anche come potenza distruttiva con la quale fare i conti. Il tutto con un omaggio a Dante nel 700esimo anno dalla sua morte.
Adichie parla dei suoi sogni, delle sue speranze per il mondo post-Covid. Uguaglianza, senso critico ed empatia i valori fondanti di questa nuova umanità, un mondo che legge e in cui i social spariscano per sempre.  
Al netto di qualche concessione alla retorica (un po’ troppo inattaccabile e condivisibile rispetto a quello che ci si aspetta da lei) ho pensato che il discorso potesse essere di interesse e valesse la pena trascriverlo e condividerlo. Di seguito il testo integrale dell’intervento. La traduzione è mia, ho fatto il possibile per restituire il suo senso e la sua intenzione. 

«Pensando al tema di questo Salone del Libro, la Supernova, l’esplosione di una stella, ho pensato a un’esplosione di idee, di possibilità, di sogni, e ho pensato a come avrei voluto che fosse il mondo post-Covid. 
La pandemia ha mostrato a tutti noi le lacune della nostra società. Le diseguaglianze sono aumentate, così come la violenza domestica, principalmente, se non esclusivamente, esercitata dagli uomini contro le donne. Mariti, fidanzati, amici che picchiano, aggrediscono e a volte uccidono donne. Violenze aumentate esponenzialmente durante la pandemia. Abbiamo anche potuto renderci conto di come nelle nostre società le donne abbiano spesso lavori poco retribuiti. 
La pandemia ha mostrato i Paesi del mondo come bambini in un parco giochi che rifiutano di condividere i loro giocattoli pur sapendo che la condivisione sarebbe meglio per tutti.
La risposta internazionale alla pandemia avrebbe dovuto essere un miglior coordinamento a livello globale (e per globale non intendo un singolo approccio occidentale imposto a tutto il globo). Certo, stiamo tutti imparando a conoscere il virus giorno dopo giorno, ma è anche emerso un nazionalismo insidioso che ha diffuso l’idea che la propria nazione venga prima delle altre, i propri confini prima degli altri, e così via. Questo nonostante sia stato da subito palese che il virus non conosce confini, e che se tutto il mondo avesse accesso al vaccino tutto il mondo ne trarrebbe beneficio. Basta infatti che una sola persona abbia il virus perché questo si diffonda.
Io sogno un mondo post-pandemico che abbia meno di questi io io io e più noi noi noi.

Non lo vedo come un atteggiamento idealistico, anche se l’idealismo è una bellissima cosa. Il cambiamento collettivo è il modo più pratico e logico per risolvere un problema globale, e la pandemia ha reso evidente quanto siamo interconnessi gli uni con gli altri. Ha dimostrato che non ci si può chiudere in isolamento per sempre. A proposito, tanto per capire quanto siamo globalmente connessi: il primo contatto documentato in Nigeria con il virus l’abbiamo avuto attraverso un italiano. Noi Nigeriani dovremmo esservene grati (sorride).
La pandemia ci ha mostrato quanto siamo fragili, quanto abbiamo bisogno gli uni degli altri. Non parlo solo di macro livelli, i governi, ma anche di micro livelli, le relazioni interpersonali. Tutti quegli amici e parenti che ho sempre considerato irritanti, improvvisamente durante il lockdown, quando non potevo vederli, mi sono ripromessa di non chiamarli più così. Probabilmente continuerò a pensare che siano irritanti, ma ho capito quanto abbiamo bisogno gli uni degli altri, quanto la nostra umanità sia rafforzata dall’umanità delle altre persone.
Ci sono moltissime preoccupazioni che io considero importanti per il futuro del genere umano. La mancanza di uguaglianza (genere, razza, classe), l’ambiente, l’intelligenza artificiale… Ma ciò che più mi preoccupa è la possibile morte del pensiero critico e dell’empatia. 
In che modo sono collegati questi due aspetti? 
Sono connessi perché abbiamo bisogno del pensiero critico per vivere l’empatia, per recepire le idee, per poterle soppesare, dissezionare e valutare, per poter vedere l’altro. Colum McCann ha detto che leggere un libro è come vivere nella pelle di qualcun altro. Ecco, per me questo è il punto in cui si fondono pensiero critico ed empatia. Vivere in un corpo che non è il tuo. Ascoltare la storia di un’altra persona. Vedere davvero l’altro. Il pensiero critico e l’empatia cambiano il modo in cui affrontiamo ogni cosa. 

Sono qui, come tutti, con la mia tendenziosità e le mie convinzioni. Sono una scrittrice di fiction e racconto storie di finzione. La letteratura è la mia religione, il mio unico vero amore. La lente attraverso la quale guardo il mondo. Leggo per trovare consolazione, leggo per sentirmi meno sola al mondo, leggo per allargare la mia conoscenza, leggo per sapere. Do molta importanza alla letteratura, e nel mondo post-Covid che vorrei la lettura ha un ruolo fondamentale, la gente si esalta per l’uscita di un libro, e non perché il libro è diventato un film ma perché il libro è stato prodotto. Adesso la gente si esalta perché esce un film, ma raramente per la pubblicazione di un libro.
Sogno un mondo in cui le persone leggono. Perché le persone che leggono saranno più coinvolte nella lotta civica e sapranno riconoscere le notizie vere da quelle false. Per quanto brillanti fossero, non sono stati I dialoghi di Platone a insegnare agli antichi greci a vivere in modo etico e civile, ma la narrazione epica. Lo storytelling. La letteratura parla di umanità universale. Da ragazza ho letto i grandi autori russi, ma se qualcuno avesse chiesto a Dostoevskij o a Turgenev per chi scrivessero i loro libri non penso che avrebbero risposto indicando una persona come me. Eppure ho trovato in loro un’umanità universale. E quando Dubuois nel periodo del peggior razzismo leggeva Shakespeare e diceva: “Sono qua e leggo Shakespeare e lui non aggrotta le sopracciglia quando io lo leggo”, be’, questo è ancora un segno dell’umanità universale. 
Vi voglio raccontare una storia su un autista che mi è venuto a prendere in un aeroporto negli Stati Uniti, qualche anno fa. Doveva portarmi a ritirare una laurea ad honorem presso un prestigioso College. Era un uomo bianco, molto amichevole, forse un po’ troppo, e mi ha chiesto cosa facessi per vivere. Gli ho risposto che ero una scrittrice. Lui ha detto: Io non leggo libri. Ma anche se li leggessi non leggerei mai nessuno dei suoi libri.
L’ho trovato sociologicamente interessante, e onesto. In quanto donna, e nera, secondo lui non avrei potuto scrivere nulla che gli sarebbe interessato. Ma io leggo libri di uomini bianchi, uomini neri, donne asiatiche, donne nere, insomma, di tutti. Quell’autista mi ha fatto pensare che chiudiamo il nostro cervello ad alcune possibilità. Un esempio: la fantascienza. Ci ho provato. L’ho letta. Non mi piace. Ho la mente chiusa alla fantascienza. Ecco, in questo mondo post-Covid spero che potremo ancora essere aperti, pronti a essere sorpresi, pronti ad avere nuovi collegamenti tra di noi. Pronti a essere sorpresi dalle sorprese.
Un altro aneddoto. Riguarda un amico, questa volta. Viene dall’Europa occidentale, un Paese che non menzionerò. Subito dopo la pubblicazione del libro di Michelle Obama mi ha detto che ne avrebbe regalata una copia a ognuna delle sue amiche. E io gli ho chiesto: Perché solo alle tue amiche? Perché non compri il libro anche per i tuoi amici? Lui mi ha guardato sorpreso. Il memoir di Michelle Obama è un bel libro, onesto. E penso che tutti possano trarre beneficio dalla sua lettura. Questo amico è un uomo buono e gentile, che crede nell’uguaglianza e nelle qualità di uomini e donne, ma per lui le storie di donne appartengono a un altro universo rispetto al suo. L’universo femminile. Lui non legge libri di autrici, il mio è probabilmente l’unico che ha letto – e non sono del tutto certa che l’abbia letto fino in fondo. 
Sappiamo attraverso degli studi che in genere gli uomini leggono i libri scritti da uomini. E che le donne leggono donne e uomini. Le donne hanno familiarità con le storie degli uomini, forse perché di solito pensiamo al maschile come all’universale, al neutro. Spesso quando diciamo l’uomo intendiamo il genere umano o quando diciamo “ciao ragazzi” potremmo volere dire ciao a tutti, maschi e femmine; immaginate se facessimo lo stesso dicendo “ciao ragazze”. 
Nel mio mondo post-Covid gli uomini leggono per la maggior parte libri scritti da donne. Penso che questo possa migliorare la comunicazione tra uomini e donne. Ottimisticamente penso anche che se gli uomini leggessero, in maniera costante, per i prossimi 50 anni libri scritti da donne, potrebbe diminuire anche la violenza contro le donne, a oggi una vera epidemia in ogni parte nel mondo. Leggendo storie di donne l’uomo potrebbe acquistare familiarità con l’esperienza femminile, con l’universo femminile. È molto più difficile mettere in atto un abuso contro qualcuno che ritieni uguale a te. 

Credo che non abbiamo familiarità gli uni con gli altri, e che la familiarità nasca anche dalla conoscenza, dal racconto delle storie. Sogno un mondo post-Covid in cui ci sia un miglior equilibrio di familiarità, in cui ci si faccia carico della responsabilità di essere onesti e trasparenti, e si resista alla tentazione di vedere solo quello che si vuole vedere. Sogno un mondo in cui i social media, e gli algoritmi spariscano per sempre. È di questi giorni la notizia di Facebook. Non penso che Facebook abbia agito con malizia, penso che sia stato soltanto indifferente. L’indifferenza a volte può essere peggiore della malizia. C’è l’indifferenza alla base dell’affermazione del sistema capitalistico oggi applicato. Sogno un mondo in cui si ripensi il capitalismo. Come sarebbe questo sistema se si smettesse di usare la crescita come unica misura del proprio successo e come criterio si usasse invece il benessere umano? Certo, anche la crescita. Ma una crescita in senso più umano. Cosa succederebbe se le grandi corporazioni includessero nei posti di lavoro gli asili come includono i parcheggi e le macchinette del caffè? E se si accorgessero che il lavoro a distanza può valere più di quello presso la sede? Il capitalismo a cui siamo abituati non è più sostenibile. 
Qualcuno dice che questo è un pensiero troppo radicale, che non funzionerà mai. Ma il nostro progresso come esseri umani è esso stesso frutto di cambiamenti radicali. Prima che Galileo Galilei usasse il telescopio per osservare il cielo, ad esempio, le migliori università europee insegnavano ai propri studenti che lo spazio ruotava attorno alla terra, che la terra era il centro di tutto. Galileo pagò caro per le sue idee, ma la sua teoria era corretta e ha cambiato il corso della storia e il modo di pensare dell’umanità da lì a venire. Il pensiero cambia, viene rielaborato, e penso che noi con la letteratura possiamo contribuire a questo cambiamento.

Chimamanda Negozi Adichie durante l’intervento di apertura del Salone del Libro Torino 2021,


A volte mi chiedo che cosa penseranno di noi le generazioni future – posto che ce ne saranno, di generazioni future e che gli esseri umani sopravviveranno. Come ci valuteranno? Magari ci ricorderanno come quelli che avevano una capacità di attenzione limitata. La mia capacità di attenzione, ad esempio, è molto più bassa rispetto a quando ero più giovane. Mi immergevo in un libro e ne ero completamente assorbita. Adesso non riesco più a stare così concentrata, forse perché leggo 4 o 5 libri allo stesso tempo, o perché sto invecchiando, o forse perché anch’io sono stata colpita da quel germe che ha colpito la nostra generazione, il germe della minore e più breve capacità di attenzione. 
Sogno perciò un mondo in cui il nostro focus di attenzione duri più a lungo e in cui ognuno di noi sia obbligato a stare per un po’ lontano dai social media in favore magari di un libro o di un testo lungo, che abbia una corretta punteggiatura. 

Credo che il bisogno umano più forte sia di essere visti. Di essere riconosciuti, amati, trattati con dignità. Vogliamo che i nostri piani siano consentiti. Vogliamo migliorare e fare meglio. Ma sono perplessa, perché vedo la nostra generazione sempre pronta a pontificare su cosa è giusto e cosa è sbagliato, ma incapace di afferrare cosa sia vero e cosa non lo sia. Sogno un mondo in cui la gente sia meno disposta a pontificare su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato ma che sia in grado di capire cosa è vero e cosa è falso.
Credo davvero nel sogno, nella possibilità di rifare un mondo, nella possibilità di ricostruire il mondo attraverso il sogno. Forse perché sono una scrittrice di fiction. Fare lo scrittore di romanzi a volte è un atto di fede, è immaginare, è sognare. Penso che la letteratura e la letteratura con la pandemia abbiano ricordato agli esseri umani cos’è l’incertezza. Cose che non ritenevamo possibili sono accadute. Non conosciamo il domani e non possiamo conoscerlo. Ma c’è qualcosa di bello nell’abbracciare questa consapevolezza, nel fare pace con questa imprevedibilità. Siamo liberi di sognare, perché l’umanità non saprà mai cosa l’aspetta. 

Voglio chiudere questo mio intervento con qualche riga dalla poesia Song di Louise Glück.
Il poema finisce con le parole:
Ah, dice. Stai sognando ancora.
E io dico: Sono contenta di continuare a sognare. Il fuoco è ancora acceso
». 


Per concludere, il testo integrale della poesia citata da Chimamanda Ngozi Adichie.

“Song” by Louise Glück.

Leo Cruz makes the most beautiful white bowls;

I think I must get some to you

but how is the question

in these times

He is teaching me

the names of the desert grasses;

I have a book

since to see the grasses is impossible

Leo thinks the things man makes

are more beautiful

than what exists in nature

and I say no.

And Leo says

wait and see.

We make plans

to walk the trails together.

When, I ask him,

when? Never again:

that is what we do not say.

He is teaching me

to live in imagination:

a cold wind

blows as I cross the desert;

I can see his house in the distance;

smoke is coming from the chimney

That is the kiln, I think;

only Leo makes porcelain in the desert

Ah, he says, you are dreaming again

And I say then I’m glad I dream

the fire is still alive

“Il partigiano Johnny”, il linguaggio unico del romanzo e i suoi tratti distintivi

Che Il partigiano Johnny sia il capolavoro di Fenoglio è chiaro, lampante. È vero che i gusti sono gusti ma per me è un dato incontestabile. I personaggi sono vivi e reali, la narrazione asciutta e crudele, portata con uno stile narrativo eccezionale, che convoglia in sé il gusto della narrazione espositiva e un linguaggio unico. Quello di Johnny. 
Più che del romanzo, vorrei parlare qui del linguaggio che lo caratterizza, dello stile, della creatività di cui il lessico fenogliano è intriso. Creatività nella sintassi, nel lessico, nella composizione della frase e nella scelta delle parole. 
Prendiamo ad esempio: 

Ora lo ricordava, apparteneva ai secoli giorni che furono il ieri di Mombarcaro. 

A leggerla così, avulsa dal contesto narrativo, appare quasi scorretta grammaticalmente. Invece ha una forza evocativa inimmaginabile, prova di una capacità linguistica fuori dagli schemi e certamente dal comune. 

Due, tre raffiche di mitragliatrice risuonarono a valle, a giudizio acustico due versanti avanti. Il crepitio era delizioso all’origine, ma come l’aperto spazio ne sollevava l’eco alle creste, al paese, sopra e oltre, il rumore si faceva stracciante e dirompente, tigresco. Erano finalmente i fascisti.

Beppe Fenoglio

La qualità letteraria è altissima, l’autore non ha paura di forzare sulla lingua italiana per lanciarsi a raggiungere le possibilità più remote e insondate che questa lingua gli offre. Ma non è il solo tratto che rende unico lo stile narrativo di questo romanzo. C’è anche la contaminazione linguistica.
Appassionato traduttore di scrittori anglo-americani, Fenoglio costruisce quasi una lingua altra dall’italiano. Non si limita all’inserto di parole inglesi o talvolta intere frasi, la sua ‘spericolatezza’ autoriale gli fa prendere vie mai percorse. Con  la creazione di neologismi, ad esempio. Prendiamo la parola deutchless (privo di tedeschi), che non esiste; Fenoglio la inventa e la utilizza con efficacia. Il lettore non storce il naso, anche questo fa parte di un lessico, il lessico del partigiano Johnny, attraverso cui tutto è narrato. Non sembra fuori luogo, non si avverte un cambio registro. Entra nel lessico e lo rinforza, rendendo il modo di riferire ancora più particolare. Ecco, questo è solo un esempio di uno degli innumerevoli episodi di contaminazione linguistica in questo romanzo.

Esistono numerosi e approfonditi saggi che studiano in dettaglio il linguaggio utilizzato nel romanzo Il partigiano Johnny e ogni aspetto peculiare dello stesso; il mio testo si propone solo come spunto per indagare il romanzo e fornire una chiave di lettura a chi, accostandovisi per la prima volta, lo trovasse un po’ ostico. Non elencherò ogni aspetto, dirò sinteticamente che Fenoglio prende forme tipiche della lingua inglese (grammaticali, lessicali, sintattiche e di costruzione dei vocaboli) e le importa in quella italiana. Ecco alcuni esempi.

L’utilizzo di calchi lessicali, forme tipiche dell’inglese utilizzate in parole italiane, come lavoro d’artificio (da fireworks) o polluzione (inquinamento, da pollution). Dell’anteposizione dell’aggettivo al nome tipica dell’inglese (es. corto di gamba aviatore), del participio presente con funzione verbale (esperienza bastante) o dell’insieme dei due meccanismi: (arrivante carro). 
La c
reazione di parole con l’uso di participi passati come aggettivi (velocitatiacciaiata), prefissi negativi (nonridente), suffissi aggettivali che riprendono concettualmente i vari al (pianurale), ous (sognosa), o infinel’uso degli avverbi in –mente, sullo spunto inglese –ly – “Il pomeriggio e la sera precipitarono, niagaricamente”. Non disdegnando inserti del dialetto piemontese – big-craped (grandi teste, in dialetto piemontese testa si dice crapa) o potagio (da putazé, cucinare). 

L’insieme di questi invenzioni e meccanismi fenogliani, conferisce forza e unicità alla prosa, talvolta a scapito, è doveroso dirlo, della lettura e della comprensione. Lettura, peraltro, fortemente consigliata. Dopo una plausibile (anche se non necessariamente probabile) reticenza iniziale, avrete la sensazione di tuffarvi con tutto voi stessi nella mente del partigiano Johnny, di essere lui, di pensare come lui, con il suo cervello, con il suo linguaggio, in uno degli esempi di narrazione immersiva tra i più riusciti.

Sappiamo però che quest’opera è incompiuta, e alla fine ci si pone una domanda. Quanto trattato fin qui è il gesto definitivo dell’autore o una fase intermedia di elaborazione? Potrebbe essere stato ancora in divenire? Fenoglio potrebbe aver scritto l’opera in inglese e aver poi iniziato a riportarla in italiano? Lo stile si sarebbe trasformato? Queste contaminazioni, queste invenzioni letterarie, sarebbero sopravvissute a una eventuale revisione?
Con certezza non lo sapremo mai, ma avremo sempre il privilegio di poter disporre di quest’opera unica, capolavoro che racconta la guerra come non era mai stata raccontata.

L’ARMINUTA, di Donatella Di Pietrantonio – Recensione

Una ragazzina è restituita alla famiglia d’origine dalla coppia che fino all’età di tredici anni l’ha cresciuta nella bambagia di una realtà cittadina e medio borghese. Quella da cui viene accolta è invece una famiglia sottoproletaria del centro Italia, in cui l’educazione dei figli soggiace a regole imposte dalla mera sopravvivenza. Si vive di poco, il capofamiglia si rompe la schiena in qualche fabbrica, mentre i (molti) figli lasciano la scuola prestissimo per dedicarsi ad attività più remunerative, leggasi impieghi più o meno legali. La protagonista vive questo passaggio in maniera conflittuale, la ritiene una scelta gravata da un’ingiustizia profonda, e il suo intento, fino alla fine del libro, sarà cercare il vero motivo per cui è stata abbandonata e di ritornare alla sua bella e comoda vita.

La vicenda è sintetizzabile in poche righe, il romanzo si sviluppa in centocinquanta pagine. E se da una parte è un testo ben scritto e strumentato, privo di facili enfatizzazioni o esagerazioni, dall’altra parte risulta povero. Una storia povera di eventi e di originalità. Non è tanto il tema, modaiolo di questi tempi, delle ragazzine amiche per la pelle che crescono diverse, che si cercano, che bisticciano, che si promettono fedeltà reciproca e di non lasciarsi mai – vedi L’amica geniale. È che dopo un buon inizio, invitante, scorrevole, (con personaggi che promettono di riuscire interessanti) si sviluppa attraverso deboli e già percorsi contrasti.
Visto che il romanzo è stato apprezzatissimo dai più – vincitore del Premio Campiello 2017 e acclamato da critica e lettori in tutto il mondo come capolavoro –, e quindi la mia cattiva pubblicità non può in alcun modo nuocergli, mi permetto di criticare quelle che a mio avviso sono scelte forse – mi lascio il beneficio del dubbio – un filo ruffiane. Una ragazzina abituata a pizzi e merletti abbandonata a una realtà sporca e dura, tra fratelli che la odiano, un padre burbero e assente e una madre violenta: quale cuore di pietra ammetterebbe di non empatizzare con lei? Poi c’è l’amichetta povera e ignorante ma tanto buona, genuina e, nel suo piccolo, coraggiosa – che qui, in questo caso, non è un’amica ma la sorella che non aveva mai conosciuto. Poi c’è la morte del fratello più grande, l’unico dei maschi con cui (con affetto forse un po’ spropositato, ci suggeriscono gli scrupoli della ragazzina) aveva legato, quello che la difendeva dai soprusi degli altri fratelli. E così via.
Manca la ferocia, in questo libro, la locura, quella follia inaspettata, quel guizzo che ti afferra per lo stomaco e ti porta via, inesorabile, e che in un romanzo che tratta di questi temi e di questi ambienti dovrebbe essere perno invisibile, nucleo lavico nascosto, pronto a balzare fuori all’improvviso e a stamparsi sul viso del lettore.
Neppure il finale è propriamente riuscito, un finale aperto e debolino, affatto risolutivo, che lascia inappagati e incerti, sia sul significato sia sul valore del romanzo stesso.
I capolavori della letteratura sono altri, quelli che per stile letterario e profondità di indagine costruiscono trame e muovono personaggi veri e pulsanti, e colpiscono nel profondo il lettore. È un capolavoro il libro che quando lo chiudi sai di essere qualcosa più. È chiaro che non ci troviamo di fronte a uno di questi esempi. L’Arminuta è un buon libro, un piacevole intrattenimento, ma a mio avviso non un capolavoro letterario.

L’isola dell’abbandono, di Chiara Gamberale | Recensione

Dopo essere stato salvato da Arianna, che con il suo famigerato filo gli aveva permesso di trovare la strada per uscire dal labirinto, Teseo la abbandona sull’isola di Nasso. Da qui il detto “piantare in asso”. Metti che in un cruciverba.

A questa leggenda si lega idealmente il dodicesimo romanzo di Chiara Gamberale L’isola dell’abbandono. Stessa isola, Naxos, e la protagonista Arianna cerca di uscire dal suo personalissimo labirinto, fatto di trappole e vicoli ciechi che lei stessa sembra avere disposto attorno a sé. Complice un uomo, Stefano, figura mefistofelica che in questo labirinto si è calato insieme a lei, trascinandola fino a quel sottosuolo tanto caro a Dostoevskij in cui forte quanto irragionevole sembra essere la pulsione verso la sofferenza. Che potrebbe essere lenita, se lo si volesse davvero. La paura dell’abbandono è alla base di questo romanzo, che chiama parecchio in causa la psicoanalisi. Molti infatti i riferimenti al mito, la filosofia che incontra la psicologia teorica.

Figura esiziale, quella di Stefano, che racchiude in sé l’essenza lesiva di tutti quelle personcine inconsistenti, incompiute e male strutturate, in cui capita spesso di imbattersi nel corso della vita, individui che si riempiono di sovrastrutture per darsi un tono e che è complicato trovare sotto quell’ammasso di fuffa, e che rendono tossico tutto quello che toccano. Stefano è il tenebroso e dannato, afflitto da problemi profondi, esclusivi. Arianna, perdutamente innamorata di quest’omuncolo, è anche consapevole della disfunzionalità della relazione e, senza mai riuscire a costruire niente di fecondo con lui, vive come un quotidiano assillo il timore dell’abbandono. Abbandono che ogni volta si verifica.
Stefano va. Poi torna. Va, scappa con una donna, ogni volta una diversa, e poi ritorna. E lei, Arianna, sempre lì ad aspettarlo, ad accettarlo per l’ennesima volta. Finché…

Chiara Gamberale autrice de "L'Isola dell'abbandono".
Chiara Gamberale

Di consapevolezze non ce ne sono più, se l’è portate tutte via l’onda anomala di questo amore nuovo, immenso, spaventoso, inconcepibile, sembra pronto per abbracciare l’umanità intera un amore così, tanto è forte, e invece no, dell’umanità intera se ne frega, dall’umanità intera ritaglia solo un minuscolo rappresentante che ancora non ci vede bene, fa la cacca verde, strilla beve latte e dorme, quello lì, eccolo, è lui: è il mio.

L’inizio è forte. Promette bene. Lo stile è solido, consapevole, la storia si segue con interesse, i personaggi appaiono ben costruiti e la narrazione è dipanata con sapienza. Tecniche narrative presenti (evidenti) ma non invasive. Molte le anticipazioni e le esche narrative, ben strumentato lo sviluppo dell’intreccio, con salti temporali avanti e indietro che non rendono difficoltoso seguire la vicenda.

Peccato che questo idillio duri solo metà romanzo, finché inaspettato arriva il crollo.
Di colpo le situazioni diventano forzate, parossistiche, posticce. Pagine e pagine si susseguono colme di digressioni ed elucubrazioni, le tematiche si accavallano e si mescolano in un gorgo confuso: il tema dell’abbandono, la felicità di avere un figlio, la responsabilità genitoriale, lo scombussolamento per il cambio di vita, la morte, la paura della morte, l’esperienza della morte e i suoi strascichi… Il dialogo finale di 50 pagine, poi, disorienta perché buttato lì, gratuito, quasi esplicativo, introdotto a forza e a forza spedito verso un finale catartico, un’epifania che appare immotivata se non addirittura incoerente.

Il testo sbraca, se fosse un cavallo si potrebbe dire che ‘rompe’. I personaggi perdono il vigore della realtà, diventano fumetti, figurine al servizio dell’autrice. Così come la prosa che Gamberale sembra utilizzare per dare corpo alle sue riflessioni, e il lettore si trova in disparte, piccolo piccolo, a seguire i suoi volteggi pirotecnici e strabilianti. La storia si appiattisce ineluttabilmente (quasi si dimentica), e il racconto finisce per naufragare. Una terza persona che potrebbe essere una prima. Quasi subentrasse, esplodesse l’urgenza emotiva dell’autrice di spiegarsi qualcosa, che non riuscisse a controllarla, e che questo flusso si impadronisse del racconto, in maniera disordinata e preponderante. Con le premesse descritte all’inizio, se la storia improvvisamente si scioglie in arzigogoli e voli pindarici filosofeggianti il testo diventa una figura amorfa tra il saggio e il diario (intimo e personale dell’autrice) e il lettore si trova spiazzato. Le promesse iniziali sono in qualche modo – pur in buona fede – tradite, la grande domanda elusa. È vero che ciascuno di noi è abitato da miti, che Freud ci insegna che la storia di ogni essere umano è una serie di abbandoni, che la vita non si distende lineare ma è tagliata da successive separazioni e cesure. Ma è anche vero che di narrazione si sta parlando. Narrativa, non saggistica. Prosa al servizio della storia.

Forse la distanza tra protagonista e autrice dovrebbe essere maggiore, come in effetti nella prima parte. Se il testo fosse continuato con quella spinta, quei bei cambi di ritmo, quegli sprazzi di flusso di coscienza, quelle soluzioni inaspettate ed efficaci, sarebbe risultato un romanzo speciale. Purtroppo però questa magia dura solo metà libro. Il resto è un girare pagine impazienti di arrivare alla fine. 

Recensione: “L’invenzione del suono”, di Chuck Palahniuk

La figlia di Foster è scomparsa durante un gioco che stavano facendo insieme. Doveva rincorrerla, trovarla, che è esattamente quello che ha fatto per i successivi diciassette anni.
Mitzi è una richiestissima foley artist di Hollywood, una rumorista. La sua specialità: gli urli. Terrificanti come i suoi nessuno è ancora stato in grado di produrne. Ma qual è il suo segreto per renderli così reali? Le strade dei due finiranno presto per incrociarsi, due disperate solitudini che s’intrecciano e confliggono.

Basta un affondo o un fendente per provocare le urla e la fuoriuscita del sangue. Per farle cessare, però, ce ne vogliono molti di più.

L’idea del nuovo romanzo di Chuck Palahniuk (vero nome Charles Michael Palahniuk) è certamente interessante, l’indagine di un mondo nascosto, quello dei rumoristi hollywoodiani, è affascinante e stuzzica la curiosità. Ma, pur riconoscendo l’altissima qualità della prosa, l’intreccio, il dipanarsi della storia e, per certi versi, la storia stessa non mi hanno convinto.
La prosa è spesso nebulosa, a tratti eccessivamente filosofeggiante per un libro di genere, e parti complesse e articolate sono intervallate da momenti di testo semplice, fin didascalico, quasi che l’autore a intermittenza ricordasse che sta scrivendo un thriller e che qualcuno lo sta leggendo, ed è bene che capisca cosa succede.

Il sistema limbico umano ha bisogno della comunanza per toccare le proprie vette e sondare i propri abissi.

Dal punto di vista del racconto, il romanzo risulta troppo predisposto, artefatto. L’invisibile strutturale diventa visibile, persino ingombrante, e alla lunga stufa. In questo continuo alternarsi di punti di vista, di piani temporali e spaziali, appare chiaro l’obiettivo di tenere desta l’attenzione del lettore con trovate pirotecniche e colpi di scena, ma ciò che rimane alla fine della lettura è la sensazione di qualcosa di posticcio, molto poco reale. In molti brani del libro è evidente il lavoro di ricerca e di studio dell’autore, brani che però assumono interesse saggistico, nozionistico, più che diegetico. Ah, pensa il lettore, il rumore dei tuoni lo ottengono scuotendo una lamina di alluminio; non ci avevo mai pensato. Però si è staccato dalla storia, ha perso attenzione per le vicende che, tra l’altro, spesso appaiono prevedibili quando non inverosimili; classico esempio di trama che muove i personaggi e non viceversa.
Emerge forte il tema della mercificazione incondizionata del dolore, ma il racconto assume tratti talmente parossistici che non sembra neanche più, portato anch’esso all’esasperazione, un tema reale, e il romanzo finisce per perdere anche il valore – se ne ha uno – di denuncia.
Un libro che non mi ha convinto.

Mondadori
pp. 240
€ 18

16. Il flusso di coscienza, cos’è e come usarlo al meglio nella narrativa contemporanea

Il professore ti fa accomodare su una poltrona comoda abbastanza da riuscire contento ma scomoda abbastanza da impedirti di rilassarti troppo. Postura comoda ma vigile. Lo guardi mentre esamina il suo blocco, scribacchia alcune righe, poi alza gli occhi dal blocco a te.
«Mela».
Prendi un attimo, e neanche il tempo di cambiare espressione assumendone una più pensierosa, intellettuale e appunto vigile, che lui già ti incalza: «Subito! Non ci pensi!»
Rispondi quasi in un singulto: «Spicchio!»
«Luna!» vi grida.
«Bellezza».
«Antonomasia» dice lui.
«Cianuro?»
Il professore si abbassa gli occhiali sul naso. «Ho detto antonomasia, non eutanasia».
Ci pensi un po’ su ma non ti viene niente. «Non so cosa dire».
Il professore tira righe sul foglio. «Proviamo qualcos’altro. La libera associazione non funziona».

Si tratta di una tecnica che dovrebbe stimolare l’inconscio del paziente liberando paure, traumi e compagnia bella, ed è qui che ha le sue origini il flusso di coscienza, dalla freudiana libera associazione e dai concetti di pensiero libero ad essa collegati.

Cos’è il flusso di coscienza
In letteratura si parla di flusso di coscienza quando partendo dal monologo interiore l’autore libera i pensieri del personaggio e li esprime in un flusso incontrollato, un po’ come avviene nella libera associazione in cui il paziente è invitato a rispondere alle sollecitazioni senza pensarci. Non protetto dalla decenza, non forzato entro vincoli sociali, scevro dal costante controllo razionale il flusso di coscienza dovrebbe favorire l’immedesimazione del lettore, la sua immersione, e si traduce in pagine senza punteggiatura, frasi sconclusionate che sembrano coriandoli gettati in aria e planati a terra in ordine sparso, senza apparente legame se non il caso.

Un caos? Non necessariamente
Se davanti allo psicologo è necessario (era, in realtà, adesso questo metodo non si usa quasi più) rispondere a casaccio perché stava poi all’analista, in separata sede, dare un senso a quell’accozzaglia di pensieri, in letteratura la questione è diversa. L’elaborazione del caos sarà a carico del lettore, e sarà quindi a lui che dovrai pensare, apprestandoti a comporre un flusso di coscienza. L’idea di base è quella di seguire il personaggio nelle sue elucubrazioni senza tagli o censure, dovrà essere tua premura quindi dotarlo di esperienze e di ricordi e tradurre questo background intimo e psicologico in pensieri, liberandoli, annotandoli e traducendoli in prosa. Complicato? Certo che sì, se qualcuno pensa che scrivere sia una cosa facile, innata o dettata soltanto dal talento si sbaglia di grosso.

La statua di James Joyce a Dublino.

È arrivato il momento di smettere di teorizzare e vedere sul campo che cosa è stato prodotto dai grandi autori. Primo fra tutti James Joyce. Il suo Ulysses è un’opera mastodontica di più di mille pagine in cui è raccontato un solo giorno (il 16 giugno 1904, giornata a Dublino commemorata annualmente con il nome di Bloomsday), giorno che per eventi e situazioni l’autore lega in un filo concettuale alle tappe del viaggio di Ulisse, eroe omerico da cui il romanzo prende il nome. Non parleremo ulteriormente di questo capolavoro, ma soffermiamoci su un brano per capire come appare il flusso di coscienza nella letteratura classica. L’intero Ulysses è scritto usando questa tecnica e in questo brano Molly elucubra sul marito Leopold Bloom, da lei sospettato di frequentazioni illecite. Fa parte del diciottesimo capitolo, l’ultimo, che prosegue per pagine e pagine senza un segno di interpunzione.

“[…]ad ogni modo è mica amore perché altrimenti lui starebbe digiuno pensando a lei quindi o è stata una di quelle donnine notturne se è andato davvero da quelle parti e la storia dell’albergo l’ha inventata un sacco di balle per nascondere i suoi inghippi ed è stato Hynes a trattenermi e chi è che ho incontrato ah sì ho incontrato Menton te lo ricordi e chi ancora chi fammi pensare quel faccione da pirla che l’ho visto quando non era sposato da tanto fare lo scemo con una ragazzina al Myriorama di Poole e gli ho girato le spalle mentre tagliava la corda con un’aria che mi aveva sgamato che male c’è però una volta ha avuto la faccia di tolla di provarci anche con me ben gli sta pallone gonfiato con quegli occhi da pesce lesso il più fesso che ho mai conosciuto e uno così ci dicono avvocato se non che me non mi piace sbattermi più di tanto a letto oppure se non è quella sarà una qualche troietta che ci è andato insieme chissà dove o l’ha raccattata alla chetichella che se lo conoscessero bene come lo conosco io sì perché l’altro ieri […]”

(Ulysses, J. Joyce)

Un bel respiro e passiamo a un brano, questa volta tratto da L’urlo e il furore, di William Faulkner, celebre romanziere statunitense. Faulkner adotta per ognuno dei quattro capitoli il punto di vista di un personaggio diverso, in questo caso di Benji, un ragazzo con ritardi psichici che si esprime con un registro basso e povero di vocaboli. Seguire la storia è ancora più difficile perché Faulkner, da una frase all’altra, inserisce salti temporali senza introdurli con una frase o un marcatore di tempo, accrescendo ulteriormente il senso di caos.

l signor Patterson stava zappando fra i fiori verdi. Smise di zappare e mi guardò. La signora Patterson attraversò di corsa il giardino. Quando le vidi gli occhi, cominciai a piangere. Idiota che sei disse la signora Patterson gli avevo detto di non mandarti più da solo. Dammela. Presto. Il signor Patterson veniva svelto, stringendo la zappa. La signora Patterson si spenzolò sullo steccato, tese la mano. Cercava di scavalcarlo. Dammela, disse, dammela. Il signor Patterson scavalcò lo steccato. Prese la lettera. L’abito della signora Patterson s’impigliò nello steccato. Vidi ancora i suoi occhi, scesi di corsa giù dalla collina.
«Laggiù ci sono soltanto delle case» disse Luster. «Scendiamo al ruscello.»
Stavano facendo il bucato, al ruscello. Una cantava. Potevo annusare i panni tesi ad asciugare e il fumo che soffiava attraverso al ruscello.
«Resta qui» disse Luster. «Lassù non hai nulla da fare. Quella gente ti colpirebbe di certo.»
«Cosa vorrebbe fare.»
«Non lo sa nemmeno lui» disse Luster. «Crede di voler andare lassù, dove tirano a quella palla. Mettiti lì a sedere e gioca col tuo fiore di datura. Guarda quei bambini che fanno il chiasso nel ruscello, se vuoi guardare qualcosa. Perché non sai fare mai “signora Patterson s’impigliò nello steccato. Vidi ancora i suoi occhi, scesi di corsa giù dalla collina.

(L’urlo e il furore, W. Faulkner)

Il flusso di coscienza è quindi un emergere inconsapevole del pensiero e di ricordi filtrati, reso in prosa attraverso un aggregato libero e incongruente di frasi dissociate una dall’altra, senza legami logici diretti. Rimanendo in tema omerico, per il lettore diventa un’odissea seguirlo.

stream of consciousness, flusso di coscienza

Com’è cambiato negli anni il flusso di coscienza
A questo punto è importante soffermarci su un aspetto. James Joyce ha scritto Ulysses nel 1922, ed è un classico marmoreo della letteratura, Faulkner nel 1929. All’epoca gli autori erano visti dalla gente con rispetto, con deferenza. L’autore dal suo piedistallo elargiva capolavori che, nella loro arte contorta, artificiosa e per nulla immediata, stava poi al lettore decifrare, felice di contemplare da vicino la grandezza dell’autore con la a maiuscola. Ora i tempi sono cambiati, il lettore cerca l’immediatezza, l’immersività e la facile fruizione. Così nel corso degli anni, anche il flusso di coscienza è cambiato. Non è sparito, si è soltanto evoluto, ‘lisciato’ per così dire. Nel 2020 vincitore del Premio Campiello è stato Mario Rapino che nel suo romanzo Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio ha utilizzato proprio il flusso di coscienza. Proviamo a leggerne un estratto per capire quanto, in effetti, sia cambiato rispetto a quello dei classici succitati. Liborio, il protagonista narrante, è il classico scemo del villaggio, fool di shakespeariana memoria, che da una periferia esistenziale dà voce a chi non ha voce, agli emarginati, agli ultimi della fila.

“Quanto sarà grande quel cazzo di mare? Na cosa grossa raccontano i migranti, che le onde sono alte come una casa e ti s’inghiottono con una morsicata sola navi e bastimenti, e certe notti di vento forte si strafoga pure l’anima di chi ci sta sopra a navigare, che uno si vomita tutto, pure i ricordi e quelle cose che s’è lasciato alle spalle e quello che deve venire. È che non s’è più visto da allora né ha scritto una cartolina per farsi vivo né ha mandato qualche soldo per riempire le giornate e la pancia, che si faceva una fame, si faceva, che ti veniva gelosia pure delle pecore che almeno loro l’erba ce l’avevano.”

(Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio, R. Rapino)

Un’altra cosa, vero?
Bene, ora sei pronto a lanciarti nello stream of consciousness. Buon viaggio, ma ricorda freni e cinture di sicurezza: non siamo più negli anni Venti, il lettore va conquistato con mezzi moderni, veloci e comprensibili.

15. Il flashback, cos’è e come usarlo

Il flashback, o ‘analessi’, è una tecnica di scrittura che è indispensabile conoscere per usarla al meglio. Scopriamo pregi e difetti di questo strumento narrativo così affascinante ma anche così pericoloso.

Drammatizzazione dei ricordi
Il flashback consente di mostrare episodi del passato come se fossero vissuti al momento, ricordi vivi e caldi. Ricollegandoci al post sulla tecnica del mostrato (show don’t tell), parliamo di drammatizzazione dei ricordi. Facciamo un esempio con un narratore in prima persona:

L’anno scorso una volta, mentre portavo a passeggio Birillo, ho visto uno scippo in diretta.

Con la tecnica del flashback potrei narrare l’episodio come qualcosa che sta succedendo, che si sviluppa.

Birillo tirava come un pazzo quel giorno, la pioggia e tutto il resto. Sotto l’acqua il pelo fulvo gli si era arricciato sulla schiena, mandava una puzza, quel cagnetto! Adesso per fortuna aveva smesso di piovere e camminavamo schivando le pozzanghere; io, perché lui le prendeva tutte. A un tratto, un grido. Mi sono voltato e…

Come abbiamo già detto il mostrato è più impattante del raccontato perché permette al lettore di vivere a pieno le emozioni del momento e di essere coinvolto nella vicenda.

L’innesco del flashback
Il flashback è un ricordo e come tutti i ricordi deve scaturire da qualcosa con cui il personaggio viene in contatto. Può essere un suono, un odore, un fatto, un colore… qualcosa di chiaro, di fortemente correlato al ricordo che sprigiona. Un ricordo saltato fuori dal niente mette in pericolo la credibilità dell’intero testo.

Rivelare antefatto
Una funzione del flashback è fornire al lettore informazioni sul passato di un personaggio, utili – quando non indispensabili – per capirlo. Il personaggio odia le crociere? Magari indagare sul suo passato aiuta a comprendere le sue motivazioni. E allora potremmo scoprire che non è vero quello che dice la moglie – cioè che piuttosto di stare una settimana con lei in nave si farebbe eremita in Outback – ma è semplicemente il mare a fargli paura da quando, quel giorno della sua infanzia, suo padre l’aveva portato in mare per insegnargli a nuotare e, con quell’onda malefica, aveva rischiato di affogare. Vedere quella scena sarebbe più coinvolgente che sentirla raccontare.

Variare il ritmo
Il flashback tende a rallentare la narrazione e ad abbassare la tensione narrativa come un colpetto di freno, e bisogna decidere attentamente dove posizionarlo. Può essere posto in prossimità di un climax, per esempio, prima della rivelazione di un segreto (per ritardarla), o prima di un colpo di scena (per renderlo ancora più inaspettato e accentuare il senso di sorpresa del lettore). Questa sua tendenza a frenare il testo è uno degli aspetti più pericolosi di questa tecnica, ma ne parleremo dopo.

Virata emozionale
Il flashback efficace cambia l’umore del personaggio che lo vive. Quindi il ritorno al presente per il personaggio dev’essere caratterizzato da un cambio di emozione. Vediamo un esempio.
Con il sorriso sulle labbra Mario sta provando le funzioni dell’iPhone appena acquistato. Il telefono si illumina, parte la suoneria e alle prime note Mario riconosce la melodia. Parte il flashback: una giornata di sole, sono in macchina lui e Marta, e manca poco per arrivare alla spiaggia. Il telefono squilla – la stessa suoneria –, Marta abbassa gli occhi per cercarlo, non vede quell’auto posteggiata in doppia fila e la centra in pieno. Quando il flashback è terminato, il viso di Mario è corrucciato e una lacrima gli scivola giù per la guancia.
Potrebbe essere triste prima e allegro poi, in base all’evento ricordato, o tutte le infinite combinazioni tra le emozioni, l’importante è che si verifichi un cambio tra prima e dopo il flashback.

C’è bisogno di flashback
Affinché il lettore non perda interesse durante il flashback è importante fare in modo che senta il bisogno di conoscere le informazioni in esso contenute. L’autore deve suscitare una domanda (o più d’una) nel lettore e poi rispondere attraverso il flashback.
Riprendiamo l’esempio della crociera. Ci sarà stato – prima del ricordo di Mario – un momento in cui ha discusso con sua moglie, la quale, sottoponendolo a un attacco verbale, faceva sorgere nel lettore la domanda: “perché se fino ad ora sono andati d’accordissimo, una coppia da invidiare, perché adesso lui non ci vuole andare, in crociera?” Oppure “Se per sua moglie è importante, perché non fa uno sforzo? In fondo è di una vacanza che si tratta”. O ancora “Che il simpatico Mario abbia un’altra donna?” Create le domande il flashback acquista senso: non verrà quindi letto come un episodio isolato, ma il lettore lo correlerà al plot e lo seguirà con attenzione, soddisfatto di avere la sua risposta.

Il flashback potrebbe fornire informazioni di cui si avrà bisogno solo più avanti nel testo, ma il lettore si annoia ad ascoltare informazioni di cui non sa ancora di aver bisogno. Se voleste utilizzare il flashback in questo modo, dovreste costruire qualcosa di estremamente vivo, intenso, fuori dagli schemi, qualcosa di forte, capace di attirare l’attenzione non solo per i contenuti ma anche per forma, potenza, innovazione. Potreste. Ma è molto, molto rischioso. Uomo avvisato…

Pericoli del flashback
Affilato come la lama di una katana, il flashback è altrettanto pericoloso da maneggiare se non si è esperti. Impone cura e attenzione. I pericoli del flashback sono i suoi stessi pregi, ma al negativo. Primo fra tutti è il calo di tensione. Se utilizzato al punto giusto aiuta a rendere il testo più arioso e a rallentarlo un po’, ma che ne sarebbe del nostro testo se ne abusassimo? Se lo usassimo troppo spesso o se il nostro flashback fosse troppo lungo? Indovinato. Farebbe perdere al romanzo la tensione narrativa e si assisterebbe a quello che in sociologia viene definito ‘sbadiglio’. Il lettore si annoierebbe, inizierebbe a pensare alle vacanze o alle spese da fare o a quel grazioso vicino di casa che… e il testo sarebbe spacciato. È un bel rischio.

Quando non inserire il flashback
Una serie di casi in cui è meglio non usarlo.

Non usare se non ha nessun impatto con il comportamento del personaggio o il suo modo di essere, né con il plot. Assicurati che la scena implichi davvero un reale cambiamento nella narrazione, sia esso riguardante il protagonista o più in generale l’intera vicenda.

Evita di inserire un flashback senza aver creato prima nel lettore il bisogno di sapere. Non dare risposte a domande che ancora non sono apparse (tantomeno se non appariranno mai), o il tuo lettore non ti seguirà nel passato: il flashback sarà per lui una storiella, una scena senza alcun interesse.

Mai all’inizio del romanzo. Il lettore in generale è poco invogliato a seguire i flashback, e all’inizio non li sopporta proprio. Non parlo del prologo, in cui un episodio scatenante del passato può essere un validissimo gancio, ma nella fase iniziale, quella dove sono presentati i personaggi: qui un flashback confonderebbe il lettore che ancora non li conosce, non sa quali sono le loro motivazioni, dinamiche, comfort zone ecc., e finirebbe per disperdere la propria attenzione.

Mai quando è iniziato il climax del romanzo perché rallenta e nel climax non vogliamo questo. Il climax è un crescendo che quando inizia non va interrotto, pena la disfatta. Il limite massimo della prossimità del flashback con il climax è poco prima del suo inizio, quando un respiro, un breve rallentamento, può fare apprezzare maggiormente la discesa conclusiva. Hai presente le montagne russe, con i carrelli che poco prima della discesa micidiale rallentano fino quasi a fermarsi, per poi lanciarsi nel vuoto? Stessa cosa.

Ricapitolando
Il flash back ha bisogno di una causa scatenante (innesco).
Deve indagare il passato del personaggio per spiegarne il modo di essere oggi, fornire informazioni utili per dare un senso alla storia odierna, avere un effetto sulla storia da lì in avanti.

Un esempio
Un brano tratto dal romanzo It, di Stephen King. Il flashback è posto in una situazione di estrema tensione, ed è una frenata in punta di pedale, un tocco lieve, rallenta un filo, dà respiro al lettore, e poi di nuovo lo getta nella tensione fino al climax della scena. Prova a individuare gli elementi di cui abbiamo parlato.

«Ti ho vista fumare!» tuonò lui.
Questa volta la colpì con il palmo della mano, forte abbastanza da mandarla a rovinare pesantemente contro il tavolo della cucina e accasciarsi a terra in una fitta lancinante al fondo della schiena. Saliera e pepiera rotolarono sul pavimento. Lo spargipepe s’infranse. Fiori neri le sbocciarono a ripetizione davanti agli occhi. Le sembrò che i rumori s’intensificassero. Poi rivide la sua faccia. Vide qualcosa nella sua faccia. Lui le fissava il petto. Si accorse allora che le si era slacciata la camicetta, sotto la quale non portava reggiseno (ne possedeva ancora uno soltanto, di quelli per svolgere attività sportive).
La sua mente volò alla casa di Neibolt Street, quando Bill le aveva prestato la sua maglietta. Si era accorta allora di come il cotone leggero le ridisegnasse la punta dei seni, ma le loro occhiate furtive non le avevano dato fastidio: le erano sembrate assolutamente naturali e lo sguardo di Bill era stato più che naturale: l’aveva sentito caldo e desiderato, sebbene molto pericoloso.
Ora il senso di colpa le si mescolò al terrore. Suo padre aveva poi tanto torto? Non aveva forse avuto pensieri? Pensieri cattivi? Pensieri a proposito di quello di cui le stava parlando adesso?
S’infilò frettolosamente i lembi della camicetta nella cintola dei calzoni.

Vediamoli insieme. Tra parentesi segnalo i punti salienti che abbiamo affrontato.

«Ti ho vista fumare!» tuonò lui.
Questa volta la colpì con il palmo della mano, forte abbastanza da mandarla a rovinare pesantemente contro il tavolo della cucina e accasciarsi a terra in una fitta lancinante al fondo della schiena. Saliera e pepiera rotolarono sul pavimento. Lo spargipepe s’infranse. Fiori neri le sbocciarono a ripetizione davanti agli occhi. Le sembrò che i rumori s’intensificassero. Poi rivide la sua faccia. Vide qualcosa nella sua faccia. Lui le fissava il petto.

 (INNESCO) Si accorse allora che le si era slacciata la camicetta, sotto la quale non portava reggiseno.

(PARTENZA FLASHBACK) La sua mente volò alla casa di Neibolt Street, quando Bill le aveva prestato la sua maglietta. Si era accorta allora di come il cotone leggero le ridisegnasse la punta dei seni, ma le loro occhiate furtive non le avevano dato fastidio: le erano sembrate assolutamente naturali e (INFORMAZIONE) lo sguardo di Bill era stato più che naturale: l’aveva sentito caldo e desiderato, sebbene molto pericoloso. (FINE FLASHBACK – RITORNO AL PRESENTE)

(VARIAZIONE EMOTIVA) Ora il senso di colpa le si mescolò al terrore.
Suo padre aveva poi tanto torto? Non aveva forse avuto pensieri? Pensieri cattivi? Pensieri a proposito di quello di cui le stava parlando adesso?

(EFFETTO) S’infilò frettolosamente i lembi della camicetta nella cintola dei calzoni.

Un ultimo consiglio: per semplificare la vita del lettore considera di aggiungere una breve didascalia cronologica. Un time marker, come dicono gli inglesi: “Avevo undici anni quando”…”, “Tre mesi fa ero…” “Due anni prima dell’incidente…”. Non sempre è il caso di usarlo, a volte la situazione è chiara e il tempo si capisce anche senza, valuta tu se è il caso ma tieni presente questa possibilità.

Ricordati: il flashback, se ben dosato, ha un grande potenziale, ma il suo abuso potrebbe ritorcersi contro e spegnere l’attenzione del lettore sul plot principale. Usalo responsabilmente.

Recensione: “Due vite”, di Emanuele Trevi

Edito da Neri Pozza e segnalato da Francesco Piccolo per la cinquina finalista, il vincitore del Premio Strega 2021 Due vite nasce da un pretesto, il pretesto di raccontare Due vite, appunto, quelle di Rocco Carbone, morto a quarantasei anni per un incidente in motorino, e di Pia Pera deceduta a sessant’anni di Sla. Ma Due vite è molto più di questo.
È un memoir in cui la morte dei due amici scrittori è spunto per una riflessione che tocca sì gli eventi relativi alle loro vite, quando si intrecciavano o quando procedevano sole, ma che si eleva a narrazione filosofica, esamina di un nucleo introspettivo esistenziale catalizzato in una ricerca. La ricerca di una vita felice, forse. O delle modalità con cui destreggiarsi in un’esistenza che può essere ricca quanto imparziale, spesso quasi scorretta.

Non siamo nati per diventare saggi, ma per resistere, scampare, rubare un po’ di piacere in un mondo che non è stato fatto per noi.

Trevi racconta le loro storie non in termini curriculari, o almeno non sempre, e lo fa cercando la giusta distanza, che a volte trova e la narrazione risulta potente ma leggera, altre meno. In queste situazioni la mano pur ottima di Trevi calca un po’ sul foglio, e la prova ne sono passaggi in cui affiora una ricchezza lessicale e sintattica, che a volte mette troppo in evidenza l’autore, e la sua consapevolezza delle proprie carte. Intendiamoci, nulla vieta che in un testo del genere, un testo autobiografico, l’autore esca e prevarichi sulla narrazione, solo che l’intento originale dell’autore sembra l’opposto, ossia narrare dei suoi amici senza quasi farla avvertire, la propria presenza.

L’unica cosa importante in questo tipo di ritratti scritti è cercare la giusta distanza, che è lo stile dell’unicità.

Leggere Due vite è fare un viaggio ispirato alla ricerca di spiegazioni, di un senso della vita, con passaggi a volo radente sulla fine di questa vita, con occhiate di estremo interesse sulla scrittura, sul modo di scrivere in maniera altra dal mainstream massificato, ricerca di soluzioni e di accettazione di fallimenti e sconfitte, tra le quali la morte, purtroppo, può a volte essere annoverata. Come nei casi incidentali, fortuiti, inaspettati, o dopo una lunga e tragica battaglia contro una malattia invincibile.

Un libro piacevole, breve ma pregno, che offre numerosi spunti di riflessione condotto con una prosa consapevole e raffinata.
Una buona lettura.

14. ‘Show don’t tell’: la tecnica del mostrato. Tutto quello che devi sapere per usarla al meglio

«Con chi credi di parlare?» disse Stephen arrabbiato.
Ma se invece fosse:
Stephen spostò di lato la tazza in un tintinnare di ceramica e rovesciò del caffè sul tavolo. «Con chi credi di parlare?»

Più efficace il secondo, vero? Perché emoziona subito, e tu vuoi emozionare. Contatto emotivo con il lettore, suggestione immediata. Sei tu scrittore a doverglielo trasmettere nel modo più efficace possibile. La tecnica del mostrato serve proprio a questo. Vediamo come funziona.

Show don’t tell, l’avrai sentito ripetere un’infinità di volte: mostra, non raccontare. Perché è una tecnica così diffusa? Perché è più interessante vedere accadere le cose anziché sentirle raccontare, scoprire una persona da quello che fa piuttosto che leggerne la descrizione.

Se ci pensi si lega al modo che abbiamo di recepire la vita di tutti i giorni. Nella vita vera non è che arriva il collega e ci fa il resoconto dei suoi stati d’animo, siamo noi il più delle volte a decifrarlo tra le righe del suo comportamento, dei suoi gesti. Così come un malintenzionato che cammina intorno a un’auto di lusso non ha scritto in fronte ‘malintenzionato’, siamo noi, il più delle volte mossi da preconcetti o pregiudizi, a immaginarci che possa essere un poco di buono, a leggere nelle sue movenze qualcosa di losco.

Così dovrebbe essere anche nella scrittura. Mostriamo al lettore i fatti come sono, sarà lui a riorganizzarseli nella testa, ma intanto catturiamo la sua attenzione e gli diamo la possibilità di immergersi nella narrazione, di elaborare fatti e personaggi. Di vivere la vicenda sulla propria pelle.

Immagina che tu stia scrivendo un fantasy. Il tuo protagonista Elmouth vede una strana bestia dal becco dentato che sta pasteggiando. Per descrivere la scena potresti scrivere:

La bestia immonda si sta cibando, si nutre di cadaveri. La luna color amaranto risplende nella notte. Elmouth tenta di nascondersi dietro a un cespuglio ma fa rumore, la bestia lo sente e si spaventa. Emette un verso agghiacciante. Si è accorta di lui e adesso lo sta puntando.

Oppure:

La bestia rovista con gli artigli nella carcassa insanguinata, le perfora gli occhi con il becco. La addenta alla gola e strappa brandelli di carne. Elmouth avanza tra le ombre a piccoli passi, la spada tra le mani, sulla lama si riflette luminoso il disco amaranto della luna. Si accovaccia dietro a un cespuglio di ginepro ma con un ginocchio produce un crepitio secco. Di scatto la bestia alza la testa, il verso che emette ricorda lo stridere di un pugnale su un vetro. Elmouth ha un brivido: la bestia lo sta puntando con occhi gialli e screziati.

Chiaro, no? La bestia non è immonda ma i suoi comportamenti la fanno percepire tale, non si ciba soltanto, strappa brandelli di carne da una carcassa. Non c’è la luna, la si percepisce nel riflesso sulla spada, e così via.

Puristi
Ovviamente esistono vari livelli. Come non è vietato usare un sommario per introdurre un personaggio, si accetta anche l’estremismo del mostrare senza intrusioni autoriali. Ti faccio un quiz: nella frase seguente c’è una parola che potrebbe, agli occhi di un purista, non essere adeguata per la tecnica del mostrato. Secondo te qual è e perché?

Stephen infilzò irosamente il cucchiaio nel fondo del guscio d’uovo.

Mostrato è mostrato, no? Allora cos’è che stona?
È una frase tratta da Stephen Hero, di James Joyce, e appartiene a una prima versione che, una volta epurata dall’autore è poi diventata così:

Stephen infilzò il cucchiaio nel fondo del guscio d’uovo.

“Questo perché”, spiega Wayne C. Booth nel saggio Retorica della narrativa, “quell’avverbio rappresentava il rifiuto da parte dell’autore di permettere al puro oggetto naturale – l’azione, in questo caso – di parlare per sé”.
In effetti ‘irosamente’ è un commento del narratore, non appartiene all’azione, e pertanto è stato eliminato dall’autore che cercava la purezza letteraria, una prosa in cui il narratore non apparisse nel testo o lo facesse il meno possibile.

Il filosofo e saggista Ortega Y Gasset, in La dottrina del punto di vista, dà un’interessante spunto:
“Se leggo in un romanzo ‘Pietro era collerico’, è come se l’autore mi invitasse a realizzare nella mia fantasia la collera di Pietro, partendo dalla definizione che ha dato. Pretende cioè che sia io, lo scrittore. Penso che sia più efficace il procedimento opposto: l’autore deve fornirmi i dati, fatti visibili, attraverso i quali io possa scoprire Pietro e definirlo come un essere collerico”.
Di fatto la maggior parte dei difensori di questa purezza letteraria ha dovuto convenire che la purezza totale è impossibile, ma adesso non divaghiamo.

Riepilogando, per una scrittura immersiva e moderna, il mostrato è sempre preferibile al narrato. Perché coinvolge il lettore, suscita maggiori emozioni, tiene accesa la mente sollecitandolo di continuo a elaborare una propria idea di ciò che si sta leggendo e degli accadimenti del libro. Se vogliamo che il lettore arrivi alla fine del nostro testo (e magari gli piaccia), è indispensabile coinvolgerlo e tenerlo vispo, attento. Uno dei traguardi di un romanzo ben riuscito è che alla fine il lettore ricordi la storia come se lui stesso l’avesse vissuta. E, se ben usata, la tecnica del mostrato ‘show don’t tell’ dà quest’opportunità.

Recensione: “Metà di un sole giallo”, di Chimamanda Ngozi Adichie

Ci sono eventi politici, bellici, sommosse e persecuzioni, che non conosciamo neppure. O li conosciamo a brandelli, per accenni. In questi casi, le più infami tragedie si consumano sotto il silenzio di un mondo, se non inerme, inattivo, l’opinione pubblica inconsapevole o semplicemente distratta. Il merito dei romanzi come questo è di sensibilizzare le coscienze globali su queste tragedie, di farle conoscere. Fare in modo che non siano solo foto o reportage ma assumano il significato, il ruolo che devono avere: episodi fattivi, eccidi dove la gente muore a migliaia nelle peggiori condizioni.

Metà di un sole giallo è ambientato negli anni Sessanta nel territorio Igbo del sud est nigeriano, dove una guerra ha imperversato per tre anni, fino alla resa della regione del Biafra che rivendicava la propria indipendenza dalla Nigeria.  
La narrazione comincia, in un periodo di pace, dal punto di vista di Ugwu, un giovane di etnia Igbo che inizia a lavorare presso la casa di Odenigbo, stimato professore di matematica della città di Nsukka e uomo dalla mentalità estremamente progressista, tanto che qualcuno lo chiama “rivoluzionario”. Ugwu arriva dai villaggi tribali e non sa niente di modernità, progresso e tecnologia. Grazie a “Padrone” (come lui chiama Odenigbo), impara giorno dopo giorno a conoscerne gli aspetti pratici – come usare il frigorifero, la radio – e costruendosi poco alla volta nel ruolo di domestico, si lancia con fierezza in imprese culinarie eroiche; all’inizio anche preparare il riso fritto era una di queste.

In questo scorrere quotidiano conosciamo gli altri protagonisti della storia: Olanna, la compagna di Odenigbo, è la figlia di ricchi imprenditori di Lagos, capitale della Nigeria, formatasi accademicamente a Londra, che decide di raggiungerlo a Nsukka, la città universitaria polverosa e caotica dove abita; sua sorella gemella Kainene, misteriosa e indipendente; il compagno di lei Richard, un inglese in Africa per studiare l’arte locale.

Iniziano ad arrivare le voci delle prime sommosse secessioniste e di un primo colpo di stato, poi nel 1967, anno in cui il Biafra proclama la propria indipendenza dalla Nigeria, esplode la guerra. Si avverte ovunque, dapprima sotto forma di rumori lontani di sirene, esplosioni, bagliori che illuminano il cielo notturno, voci di truppe che si avvicinano e conquistano città. Con i suoi orrori, gradualmente la guerra si impadronisce delle vite dei protagonisti. Sono costretti a spostarsi, cambiare città e vita. Abbandonare i cari che non ne vogliono sapere di lasciare la propria casa. Un velo straziante cala sul loro mondo e ogni loro azione è immersa in un ventre flaccido e orrido fatto di escamotage e compromessi per la sopravvivenza ai soprusi, alle privazioni, alle violenze, che diventano una realtà nuova con cui fare i conti, giorno dopo giorno. Diffidare del vicino, che può essere un sabotatore, una spia del nemico, accettare barbarie indicibili, stupri e massacri, con la sola idea che finirà, tutto questo finirà. Un limbo quasi surreale, se non fosse che i parenti uccisi, la fame, le malattie, le esecuzioni sommarie, le decapitazioni, le montagne di cadaveri ammassati dietro le case sono realtà.

Ci sono cose talmente imperdonabili da rendere perdonabile tutto il resto.

Capita che qualcuno sia arruolato a forza e costretto a combattere, su un campo di battaglia che non è un vero campo di battaglia perché è composto dai luoghi della vita di tutti i giorni, del resto della vita, quando la guerra non c’era, e che adesso invece soffocano sotto la coltre terrificante del conflitto. Capita che quel qualcuno, sotto le armi, si trasformi nel peggio di quanto possa affiorare dalla sua essenza profonda di essere umano.
Fa tutto parte di una guerra sanguinosa di cui il resto del mondo pare non essersi preoccupato.

I personaggi, che all’inizio, prima dello scoppio delle ostilità, animavano una quotidianità fatta di routine – lavoro, amici, cibo, amori, famiglie, scappatelle, sport, salotti intellettuali, feste – vengono improvvisamente proiettati nel cuore della guerra, tempo e spazio in cui ogni cosa sembra perdere i connotati. Osserviamo i loro sforzi per mantenere un’umanità, le fatiche di chi vuole assumere una forma nuova, adattata alla situazione, reinventandosi ove possibile, reinterpretandosi quando necessario.

Chimamanda Ngozi Adichie

L’autrice Chimamanda Ngozi Adichie, cresciuta in Nigeria e impegnata attivamente sui temi dei neri americani, delle ingiustizie di razza e di genere, ci regala un testo dallo stile pulito e scorrevole, che guarda in faccia realtà abominevoli e le racconta senza filtri, senza sconti, restituendo un ritratto spietato e feroce di una guerra combattuta a colpi di machete, grappoli di bombe e armi automatiche, senza morale né regole.

Descrisse gli abiti vagamente riconoscibili sui corpi decapitati in cortile, un dito di Zio Mbazi che ancora si muoveva, gli occhi rovesciati all’indietro nella testa della bambina dentro la zucca calabash e lo strano colore della pelle di tutti i cadaveri sparsi nell’aia: un grigio spento, come di lavagna pulita male.

Pur conservando un nucleo di poesia e purezza.

Non sapeva che le spinte di un uomo potessero sospendere la memoria, che fosse possibile ritrovarsi in un luogo dove non era concepibile pensare né ricordare, ma solo esistere nei sensi.

I personaggi sono vivi e completi. Olanna, ad esempio, altera portatrice di un simbolico femminile, nativo e originale, che permea e significa ogni suo gesto, dal più banale e futile al più alto e coraggioso. Una forza che scaturisce, inonda e trascina con sé il lettore, quella di Olanna, vera protagonista del libro.

Ho riscontrato un aspetto interessante, dal punto di vista della scrittura immersiva. Nel suo celebre manuale On Writing, Stephen King parla della scrittura come di una sorta di contatto telepatico con il lettore: l’autore scrive di un luogo, per dire, e il lettore è trasportato (anni dopo, magari) nello stesso luogo, e tutto avviene nella mente, in un contatto quasi telepatico. Perciò nei testi le descrizioni non devono essere appesantite, sovraccariche di elementi e di particolari; ne bastano pochissimi, ma incisivi e significativi, in grado cioè di piantare il seme che, nella mente del lettore, avrà la libertà di germogliare e crescere quanto e come vuole, a seconda dei vissuti e della conoscenza del lettore stesso. Per esempio, se l’autore scrive che un personaggio è in casa e indossa una camicia marrone, sarà il lettore a completare il puzzle, decidendo la tonalità del marrone, il materiale e la qualità della camicia. E pure l’arredo della casa, se non meglio specificato. Questo succede quando luoghi e oggetti appartengono alla stessa cultura di origine dell’autore e del lettore, quando cioè entrambe le fonti di questa comunicazione – emittente e ricevente – sono aggregate dall’ambiente culturale.
Ecco, in Metà di un sole giallo mi è capitato di non recepire subito luoghi, vestiti ecc., di non figurarmeli con immediatezza e di rimanere, durante alcune scene, “al buio”. Riacciuffando nella memoria queste scene, le ricordo senza sfondo, poco delineate a livello estetico e formale. Questo perché non sapevo cosa fosse un obi akwa (prima di andare a cercare su wikipedia), non sapevo immaginare un compound di Nsukka, che Achidie descrive solo chiamandolo così, “compound”, non potevo immaginare cosa fossero quei cibi tanto ricorrenti: il vino di palma, la noce di cola, il garri o il riso jollof. Tutte cose che qualsiasi africano probabilmente dà per scontate e che di conseguenza Adichie non sente il bisogno di descrivere, cose però che io, non recependole con immediatezza, non riesco a figurarmi.
Interessante notare come invece uno scrittore americano – penso a Hemingway, per esempio, nei suoi racconti La breve vita felice di Francis Macomber o Le nevi del Chilimangiaro – riesca a trasmettere maggiormente l’immagine estetica dell’Africa (paesaggi, luoghi, oggetti e personaggi) a chi in Africa non ci ha mai messo piede, proprio per il fatto che racconta qualcosa che non dà per scontato, che riconosce come estraneo e sa che lo è anche per il lettore.

Un plauso anche per la traduttrice Susanna Basso che ha reso il testo in italiano con la cura e la sensibilità a cui, in questi anni, ci ha abituato – sue le traduzioni di autori come Ian McEwan, Jane Austen, Alice Munro, Paul Auster, per citarne alcuni. Sempre attenta a utilizzare un lessico vicino alla nostra tradizione e cultura, ha conservato lo spirito e il significato invisibile del testo, rispettando lo stile delicato e senza eccessive enfatizzazioni di Adichie.

Metà di un sole giallo è un romanzo che mi ha colpito e che consiglio; un libro per cui forse ci vuole il momento giusto ma che una volta iniziato inghiotte il lettore e lo sputa fuori all’ultima pagina, pregno di emozioni, considerazioni, curiosità e voglia di approfondimento.

L’autrice nel suo celebre e interessantissimo discorso “The danger of a single story”.