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Ioscrittore 2022, come funziona quest’anno (e qualche consiglio)

Ci siamo quasi. Sta per iniziare il concorso Ioscrittore 2022!
Cos’è, come funziona, quali tattiche adottare? Io ho partecipato due volte, entrambe le volte arrivando in finale. Ti racconto come funziona e ti do qualche piccolo consiglio.

Cos’è Ioscrittore?
Ioscrittore è il concorso del Gruppo editoriale Mauri Spagnol per aspiranti scrittori. Molto seguito, nel 2020 sono stati 5.600 circa i partecipanti. In palio la pubblicazione con una delle case editrici del Gruppo.

Ecco come funziona. 
Puoi iscriverti già adesso, e da dicembre ad aprile caricare il tuo incipit sulla piattaforma. Il file, che deve seguire alcune norme grafiche descritte sul regolamento, dovrà contenere le prime pagine del tuo romanzo (da 30.000 a 60.000 battute). 
Ad aprile inizia il lavoro. 

La viola di Sara

Sul tuo account personale della piattaforma Ioscrittore ti saranno caricati una decina di incipit (potrebbero essere anche meno) di altri partecipanti. Dovrai leggerli tutti, commentarli, e dare un voto secondo alcuni parametri che ti saranno forniti. Il tuo incipit sarà a sua volta letto da una decina di partecipanti (anche qui il numero può variare leggermente) e commentato. 
Consegnati i tuoi – e solo in questo caso – al termine della prima fase riceverai i commenti sul tuo incipit. In base ai giudizi sarà stilata una classifica (invisibile ai concorrenti) e i primi trecento (l’ultima edizione erano quattrocento) incipit classificati passeranno alla fase finale. 
E qui inizia il bello. 

Le possibilità a questo punto sono tre. 
La prima
: non sei passato, fattene una ragione, leggi i commenti e cerca di migliorare per l’anno prossimo. 
La seconda: non sei passato, ma se vuoi puoi continuare come lettore (potrai ancora giudicare, ma sarai fuori gara). 
La terza: eureka, sei passato! Stappa quello buono e rimettiti all’opera! La fase più “faticosa” comincia adesso. 

È il momento di consegnare il plico. Carichi sulla piattaforma la tua opera (completa, questa volta), e ti saranno caricati dieci romanzi altrui, che dovrai leggere per fine settembre-ottobre, di solito. Leggere e commentare, come hai fatto con gli incipit.
A questo punto intervengono gli editor delle famose case editrici e designano una rosa di 10 finalisti (di questi, tutti avranno il libro pubblicato in versione digitale). 
Ci sarà una giornata finale (le ultime due sono state in remoto) in cui sarà proclamato il vincitore definitivo, quello a cui sarà pubblicato il romanzo in forma cartacea. Fine. Tutto l’iter dura da aprile a novembre.

Analizziamo adesso i pro e i contro del concorso Ioscrittore. 

Pro
È gratuito, è seguito da editor di grandi case editrici, alcuni partecipanti delle edizioni passate sono diventati poi autori di successo (Silvia Celani e Ilaria Tuti, per esempio), e puoi ottenere svariati pareri sul tuo romanzo.

Contro
Avrai da leggere e commentare 10 incipit e, se passi in finale, 10 romanzi interi. Nelle intenzioni degli organizzatori i voti dovrebbero essere dati con criterio, competenza e onestà, ma non sempre accade. Spesso i commenti non sono leali e, spiace dirlo, nemmeno competenti. 

E ora alcuni consigli per avere qualche probabilità in più nel concorso Ioscrittore. 

CONSIGLI PER IOSCRITTORE

Occhio all’impaginazione. Segui fedelmente le norme grafiche del concorso. Sul sito è possibile scaricare un file di esempio che mostra come impaginare l’opera. Attieniti quanto più riesci a questo esempio.

Concentrati sulle prime pagine. L’incipit è importantissimo e deve acchiappare il lettore da subito (ne parlo più approfonditamente qui). Perciò rendilo potente e accattivante. 

Correzione di bozze. Fai attenzione ai refusi, alla grammatica e rispetta le norme redazionali (virgolette giuste, attenzione agli spazi prima degli apostrofi ecc.). Un testo pieno di errori dà al lettore un immediato senso di amatoriale, e tu non vuoi che questo succeda. Vero?

Falla facile. Non proporre testi troppo complicati. Semplici, chiari, leggeri, meglio se ironici – l’ironia acchiappa sempre in questi concorsi – e non troppo lunghi. Sì, c’è un massimo di battute (800.000) ma non è il concorso adatto a presentare tomi mastodontici. 

Tieni presente che il testo sarà letto da persone che come te dovranno leggere e commentarne altri 9, persone che come te stanno partecipando a un concorso e non hanno nessun vantaggio a farti emergere. Anzi. Hai presente quando Alessandro Borghese parla di strategggia? Il principio è lo stesso. Abbassare i voti degli altri per avere più possibilità di vincere. 
Come dici? Puoi fare la stessa cosa anche tu? 
Certo, ma capiamoci: su cinquemila concorrenti ne vince uno, gli altri vincono solo la possibilità di avere dei giudizi sul proprio testo per poterlo migliorare. Non è il caso di essere onesti, leggere fino in fondo le opere altrui e valutarle con correttezza, rispetto e competenza?
Va detto che per invogliare a letture e giudizi più accurati GeMS assegnerà anche il premio Miglior lettore; i primi dieci classificati vinceranno un e-reader e un buono per l’acquisto di libri. 

Per concludere, un paio di segnalazioni per approfondire e trovare altri spunti.

C’è un gruppo Facebook che esiste ormai da anni, ha quasi duemila iscritti che si incontrano per confrontarsi e chiacchierare sugli incipit assegnati e anticipare i loro voti (senza nominare mai i nickname degli autori, pena la squalifica). È un gruppo aperto e, anche se non hai un profilo Facebook, puoi leggerlo tranquillamente.

In questo post, l’autrice Samanta Sitta, (premiata anche come migliore lettrice a Ioscrittore), racconta della sua prima esperienza con il concorso, nel 2019. Interessante e spassoso.

Vuoi raccontare la tua esperienza con Ioscrittore? Scrivilo nei commenti. Mi farebbe piacere conoscere anche la tua testimonianza diretta.
Be’, spero di averti chiarito alcuni dubbi. Dovessi averne altri, sai come contattarmi. Non mi resta che augurarti buona fortuna per la tua partecipazione a Ioscrittore!

Le donne nel Medioevo, al via la seconda edizione della Festa del libro medievale di Saluzzo, ecco le proposte di quest’anno 

Al via la seconda edizione della Festa del libro medievale e antico di Saluzzo, dal 21 al 23 ottobre. Ecco le proposte di quest’anno. 

È dedicata alle donne nel Medioevo la seconda edizione della Festa del libro medievale e antico di Salluzzo (Cn), manifestazione libraria e fieristica nata nel 2021 per raccontare e approfondire la cultura e storia medioevale attraverso romanzi e saggi, e i più svariati eventi tematici: lezioni magistrali, spettacoli, performance, concerti, momenti conviviali e cene a lume di candela e molto altro.

Dedicata alle donne nel Medioevo, per cercare di esplorare tutto ciò che ha caratterizzato la figura femminile in questo periodo storico, e per omaggiare Chiara Frugoni, Frugoni, una delle più note e apprezzate medievaliste, non solo in Italia, scomparsa ad aprile.

Il programma sarà presentato in occasione di Portici di Carta del Salone Internazionale del Libro di Torino sabato 8 ottobre, intanto ecco alcune anticipazioni.

Sarà presente Marcello Simoni, scrittore e archeologo, autore bestseller di thriller storici ambientati nel Medioevo, con l’ultimo libro Il castello dei falchi neri (Newton Compton). David Riondino e Dario Vergassola andranno in scena al Cinema Teatro Magda Olivero con lo spettacolo Raffaello, la Fornarina, il Cinquecento e altre storie, per raccontare gli stili di vita e gli amori di donne e uomini nelle corti, nelle città e nelle campagne italiane, tra la fine del Medioevo e i primi anni del Cinquecento. Il ricordo in memoria di Chiara Frugoni si concentrerà sul suo libro postumo A letto nel Medioevo. Come e con chi (Il Mulino), viaggio nelle camere da letto medievali, luoghi non solo di riposo, di incontro, di lavoro e di svago, ma anche rappresentativi dello status sociale dei proprietari. Ospite affezionato, ritornerà Franco Cardini, storico e saggista specializzato nello studio del Medioevo, con una lectio magistralis nella serata conclusiva, mercoledì 26 ottobre.

Sabato e domenica, al programma si affiancherà una parte espositiva, qui il pubblico sarà accolto da editori, librerie antiquarie, enti cultuali con le loro proposte di catalogo, le novità sul tema e la presenza di copie di libri esclusivi, sia manoscritti che a stampa. 

Tra le curiosità e le novità della seconda edizione: le cene medievali, le rappresentazioni dei mestieri, i concerti, l’iniziativa Facciate parlanti (itinerari alla scoperta degli affreschi nei palazzi del centro storico), performance di mangiafuoco, acrobati e lo spettacolo di falconeria che vedrà in volo, tra gli altri, l’aquila reale e il falco sacro.

Per info: salonelibro.it

In uscita: “L’età della rovina”, il 16 settembre per Il ramo e la foglia edizioni

Il 16 settembre 2022, per Il ramo e la foglia edizioni, esce il romanzo “L’età della rovina”, esordio letterario di Francesco Tronci.
Un libro che per tematiche risulta in linea con il periodo che stiamo vivendo, fatto di incertezze sociali e di scelte individuali e collettive.

Dalla quarta di copertina:

Le mancanze le ho chiamate attese, le speranze le ho chiamate possibilità. Ho falsato la mia lingua, non è bastato. Tanto valeva rivelarmi subito: pensassero i figli futuri alla loro felicità, non c’è futuro per me che conti quanto un presente da vendicare. È la vendetta la mia unica strada per il futuro, non posso che desiderare di vendicare un presente tanto indecente.

Legalità, responsabilità, rinnovamento, sono i dogmi folgoranti della nuova epoca: l’età della rovina. In un contorto e ossessivo susseguirsi di dibattiti, proteste e slogan di propaganda il Partito del progresso e il Partito della sicurezza si contendono il primato politico per porre fine alla sofferta crisi economica e garantire ai cittadini libertà, ricchezza e un avvenire fecondo. Si abbandonino, allora, le vecchie parole e si diffonda una lingua nuova che parli a ogni individuo di opportunità e di capacità e, soprattutto, lo recluti alle continue riforme, vero leitmotiv dell’azione politica.
Inebriati dalle promesse illusorie dei rispettivi schieramenti, i cittadini si sentono artefici di una poderosa rivoluzione che, guidata dalla bussola dei valori irrinunciabili, si farà carico anche del peso degli ultimi della nazione. Ma sono proprio gli ultimi a svelare il volto autentico dell’età della rovina: un palcoscenico di menzogneri e millantatori di benessere, una lotta pirotecnica all’ultima stoccata televisiva.
In fondo, i due partiti avversari si nutrono dello stesso nettare: la speranza sospesa e la rabbia che scaturisce dalla disillusione. È questa l’amara consapevolezza dell’aspirante, una di quelle voci che nessuno ascolta perché le sue parole sono ormai pezzi di una lingua sconosciuta. Così, in bilico tra rancore e frustrazione, tra desiderio di trovare un posto nel mondo e impossibilità di farcela con le proprie forze, l’aspirante e la sua famiglia si rassegnano alla condizione perenne di non poter permettersi un affitto, un lavoro, un patrimonio. Loro sono i senzacasa, i rei, gli sbagliati, oppressi e dimenticati da chi insegue la chimera di una lucente modernità. Per loro non c’è progresso, ma solo perdita, miseria e vergogna.
“L’età della rovina” offre il credo di una realtà livellata con parole seducenti. Per chi non crede è meglio rimanere in silenzio. Così è, così sarà.

Fenoglio ci parla dell’8 settembre in “Primavera di bellezza”

Per rimanere in tema di seconda guerra mondiale, 8 settembre e anniversari (quest’anno ricorre il centenario dalla morte di Beppe Fenoglio) mi piace ricordare il suo libro: “Primavera di bellezza”. È il terzo e ultimo libro che ha pubblicato in vita (gli altri sono usciti postumi) e parla appunto dell’8 settembre, di cosa ha significato l’armistizioper l’Italia.

Il libro si divide idealmente in due parti. La prima in cui il protagonista Johnny (sì, lo stesso partigiano Johnny del libro più conosciuto di Fenoglio) e i suoi commilitoni, allievi ufficiali, vivono la naja e i giorni di addestramento con noia, con la voglia imbracciare le armi ed entrare in azione. In una dimensione sospesa che ricorda le attese del “Deserto dei tartari”, o di “Aspettando Godot”.
Poi però arriva l’8 settembre 1943, l’armistizio, e le pedine sullo scacchiere della seconda guerra mondiale si mischiano, si confondono i ruoli. Prende forma il caos. Nessuno sa più da che parte stare, come operare, l’esercito italiano è allo sbando.
È adesso che Johnny, per un riscatto sociale, decide di diventare partigiano.

La scrittura di Fenoglio è unica e modernissima. Non semplice, ancora meno in questo scritto, piena di aggettivazioni, termini inusuali e invenzioni linguistiche che rendono la prosa carica, pregna.
Forse non è il miglior esempio della sua scrittura, ma certo è un gran libro, utile a capire cosa ha significato per il Paese l’armistizio che ha segnato di fatto la seconda fase del conflitto e lo smembramento dell’esercito italiano.

“Il dolore”, di Marguerite Duras | Recensione

Il senso dell’attesa. L’ossessione della mancanza. L’atrocità perversa della tortura. Questi alcuni dei temi della spietata raccolta di racconti “Il dolore” di Marguerite Duras, tematiche legate a un unico stato di cose, un momento sospeso, diabolico e terribilmente oscuro: la guerra. In cui la ragione è soppiantata dall’istinto di sopravvivenza e prevaricazione. 

L’autrice, che attraverso i racconti rivive momenti autobiografici, non chiude gli occhi percorrendo questa strada drammatica, lastricata dalle aberrazioni e le malvagità che durante una guerra appaiono legittimate, ma anzi le misura, le ritrae con descrizioni corporee, vivide, pulsanti. Azioni che gli attori di questo immenso dramma compiono come indispensabili, pur riconoscendone (e nemmeno sempre) l’atrocità. Un punto di vista diverso da quelli a cui siamo abituati. Noi. Quelli della vita quotidiana, del caffè al bar prima dell’ufficio con i tovagliolini di carta e le piante curate. 

La scrittura è nervosa, concitata, contratta. Affascinante. Pronta a scavalcare il confine della razionalità invadendo il sentiero scivoloso delle congetture, delle riflessioni, senza mai staccarsi dalla realtà per quanto crudele essa sia. Riflessioni ancorate alla realtà, fatte di immagini, di sensazioni che avvinghiano il lettore coraggioso e non lo mollano. Lo stritolano. 

Coraggioso, sì, perché per leggerlo, “Il dolore”, ci vuole coraggio. La domanda prima di leggerlo potrebbe essere: “Sei disposto a farti coinvolgere fino a questo punto negli orrori di una guerra?” 
Bisognerebbe sforzarsi di fare il salto. 

La guerra è un periodo di oscurità, di perdita di valori e di umanità, e ne siamo spesso troppo distanti emotivamente, troppo poco ne intendiamo la gravità. Vediamo le foto, gli orrori sul campo che la guerra lascia dietro di sé. Ma poco sentiamo, pochissimo, del durante. Qui, in questo testo, questo durante lo viviamo, ci brucia sulla pelle. Con impotenza assistiamo all’oscurità umana, al rigoglio del male a cui l’uomo cerca di trovare un senso, una giustificazione.

“Del suo potere è questo che resta, la voce per mentire. Mente ancora. Ne ha ancora la forza. Non è arrivato a non mentire più. Thérèse guarda i pugni che cadono, sente il gong dei colpi, avverte per la prima volta che nel corpo dell’uomo vi sono spessori che è quasi impossibile penetrare. Strati e strati di verità profonde, difficili da raggiungere”. 

In “Il Dolore” Marguerite Duras racconta il senso di amara sospensione che si respira durante la guerra: nazisti, resistenza francese, alleati; non importa da che parte stiano, il prodotto di una guerra è solo la pena. Superando la paura, lei che l’ha vissuta sulla pelle, ce la racconta. A fondo. Senza sconti. Ci trascina con sé.  Non ci resta che seguirla.

Consigliatissimo.

Mandibula di Mónica Ojeda | Mini recensione

Capacità tecnica narrativa di livello altissimo. Un racconto che tiene incollati, e porta con sé in un viaggio nel disagio esistenziale e spirituale. In alcune parti la narrazione scorre simultaneamente su tre piani narrativi, dando vita a un flusso esperienziale che il lettore percepisce come in un sogno, a sprazzi, a tessere che finiscono per costituire un mosaico definito e, per usare un termine da basso giornalismo, agghiacciante. Eppure.

Un viaggio nell’orrore bianco, nella paura della scoperta di sé di un gruppo di ragazzine adolescenti che osserva senza accettarlo fino in fondo il proprio cambiamento. Può considerarsi un romanzo di formazione, per certi versi, o deformazione. Di una società, di una generazione, di un’umanità.

Strepitoso.

La ricerca dietro lo stile del romanzo “Paesi tuoi” di Cesare Pavese

La trama è semplicissima. Berto, un meccanico torinese, conosce in carcere Talino, tipo poco raccomandabile che, una volta usciti, lo porta con sé in campagna dove suo padre possiede terre e accetta lavoranti. Qui conoscerà la sua ampia famiglia, i genitori e le sorelle. Una di queste è la selvatica Gisella, per la quale ha fin da subito un’attrazione. Talino, già autore di un’aggressione sessuale ai danni della ragazza, porrà prematuramente fine alla loro relazione uccidendo Gisella con un tridente da fieno.
Si trattano le tematiche care a Pavese: la solitudine, il ritorno alla terra natale, il confronto tra città e campagna, la campagna stessa. 

Ma ciò che colpisce maggiormente è l’uso della lingua.
Conosciamo Cesare Pavese come un illuminato, delicato intessitore di frasi che sembrano fiori. Raffinati intarsi sintattici ci accompagnano in una profonda discesa introspettiva nei personaggi, solitamente nel protagonista. 
In questa prima prova narrativa, però (Paesi tuoi è stato pubblicato nel 1941), l’autore utilizza un registro basso – è scritto in prima persona e il protagonista-narratore è poco istruito – e i personaggi sono più abbozzati che approfonditi. 
A colpire, appunto, è la maestria, l’accuratezza con cui questo registro viene costruito e reso. 

Approcciandosi all’analisi dello stile di Paesi tuoi, il nome Giovanni Verga è il primo a venire in mente. Verga è il maggior esponente del verismo, il cui stile è caratterizzato dalla tecnica della regressione. L’autore, aggirando il proprio (altissimo) grado di cultura, abbassa il registro linguistico fino a conformarlo a quello di un popolano dell’epoca, a cui affida il compito di narratore, e quindi la voce narrante. Il risultato, se il processo fosse stato elaborato in maniera meccanica, senza un brillante pensiero alla base, sarebbe un blocco dialettale incomprensibile e non fruibile. L’arte di Verga è stata usare uno stile comprensibile pur rendendo riconoscibile che a narrare fosse un popolano, non adeguando lo stile del popolano a quello aulico degli autori dell’epoca ma avvicinando il proprio a quello del volgo.
Nel suo caso il territorio descritto era la Sicilia rurale, e il siciliano il dialetto di partenza. 

L’avevano comprato alla fiera  di Buccheri ch’era ancor puledro, e appena vedeva una ciuca, andava a frugarle le poppe; per questo si buscava testate e botte da orbi sul groppone, e avevano un bel gridargli: “Arriccà!”. 

Se la prima parte della frase ricalca il ritmo, la cadenza, il gusto sintattico del dialetto, alla fine, con disinvoltura, l’autore inserisce una parola composta e grandemente significativa: Arriccà ci riporta in un istante nel luogo e nel comparto sociale trattati. Arrì è un comune incitamento alle bestie da tiro che, unitamente all’avverbio di luogo dialettale cà (qua), ci configura l’ambiente entro cui si svolge la vicenda narrata, creando per il lettore una vicinanza con l’episodio e il luogo narrati difficilmente conseguibile con ilbello stile, canone a cui la letteratura del periodo (fine Ottocento, inizi del Novecento) si adeguava fedelmente. 

Cesare Pavese

Pavese, dal canto suo, autore (involontario?) neorealista che ha come ubicazione la succitata campagna langarola, fatta sua l’esperienza verghiana, la riconduce nel suo territorio. 
Rimane perciò l’intenzione di ricalcare la sintassi sulla forma parlata della località di riferimento, le Langhe – con effetti non sempre piacevoli da leggere – ma, invece di inserire vocaboli dialettali, ne utilizza alcuni che appartengono sì alla lingua italiana ma sono tipici del territorio. Il termine “goffo”, per esempio, piemontesismo molto ricorrente nel testo, non è utilizzato per descrivere qualcuno impacciato (come in italiano), ma con un’accezione canzonatoria, denigratoria (‘zotico’, ‘poco istruito’), come avviene nel dialetto di origine. Nel brano seguente, ad esempio, si nota la costruzione sintattica aderente a quella del parlato (con le incidentali di secondo grado, i modi scorciati ed ellittici tipici dell’oralità) e le espressioni vernacolari di cui abbiamo appena parlato.

L’Adele  pareva  che  ridesse  allo  scuro,  come  fanno  le  donne  quando  mettono  su  un  uomo.  Io  la guardo staccando la sigaretta a mano riversa e mi viene in mente quando Talino rideva perché l’avevano prosciolto; e allora penso che, goffo com’era, era riuscito proprio a farmela. Mi viene la rabbia perché adesso capivo cosa aveva gridato Gisella, e  che  non  era  per  il  padre  che  mi  aveva  portato,  ma  per  farsi  guardare  la  pelle  da  me.

A questo quadro generale dello stile di Paesi tuoi, è doveroso aggiungere un ulteriore tassello imprescindibile. L’influenza americana. 
Pavese era traduttore dei più grandi autori della letteratura americana moderna (Hemingway, Steinbeck, Faulkner, ecc.) e la loro lezione è impressa in maniera marcata nello stile usato in questo romanzo. Un esempio:

Ecco: vide quella ragazza vestita di rosso. Bastardo d’uno scemo com’è, vuole toccare tutto quello che lo colpisce. Semplicemente sentire al tatto. E così tese le mani a tastare quell’abito rosso e la ragazza cacciò uno strillo, e allora Lennie fu tutto sconvolto e non lasciò la presa perché questa ragazza è la sola cosa che gli stia in mente. 
Uomini e topi, J. Stenibeck, trad. C. Pavese

C’è il luogo e ci sono i personaggi, la campagna e i braccianti al limite della legalità, e lo stile, che vuole avvicinare il lettore alle vicende narrate. Ci sono i campi, il lavoro nei campi, i problemi con l’amicizia, con la legge, con la fiducia, la solitudine interiore, la violenza sulla donna, la donna stessa, che se non al lavoro in un campo o a casa a cucinare è considerata dagli uomini una poco di buono. 

Paesi tuoi rappresenta un saggio notevole delle capacità letterarie che via via, nel corso della sua carriera, Pavese ha affinato, elaborato e reso personali, fino a raggiungere lo stile solenne e poetico che caratterizza la sua prosa. 

Francesco Montonati

“Codice a sbarre”, di Giulia Tubili – Recensione

Codice a sbarre – Storie di assenti e di simbionti in cattività (Il ramo e la foglia edizioni) è l’esordio letterario di Giulia Tubili, un feroce affresco della condizione umana in cattività.
La dimensione coercitiva, che può essere imposta da sbarre fisiche, come in luogo di ufficio detentivo, o mentali, da cui è ancora più difficile evadere. Sbarre che sono schemi, azioni reiterate fino al raggiungimento di un risultato esiziale. 

Momenti. 
In tredici racconti autoconclusivi e indipendenti uno dall’altro, Giulia Tubili regala spaccati di vita, attese snervanti, lentezze marmorizzate, solitudini e nostalgie, momenti di vite condotte sotto un giogo. 
Molti e variegati i personaggi che abitano queste storie, sempre posti ai margini della cosiddetta società civile: assassini, infanticide, amanti, ladri, puttane e accattoni, esistenze perdute e dissolute che si fanno voci per raccontarsi. 

Da parte dell’autrice non c’è alcuna urgenza moralistica, nessun giudizio; solo un’abile e sensibile trascrizione dell’umana incoerenza.
E per raccontarci tutto questo, Tubili distilla una scrittura fitta, impetuosa, ricca e caustica, che ora allevia il suo andamento ritraendosi materica, scalfendo tracciati neri nel bianco del foglio e gettando il lettore nel cuore del fatto, ora contorcendosi e modulandosi su intarsi a cavallo tra la poesia pura e un respiro teatrale che ricorda la misura shakespeariana; il tutto declinato in una chiave assolutamente moderna. 

Lesbica assuefatta in onore di questo probabile cancro che fluttua fra le allegoriche cattedrali delle mie cervella in fermento.

Satura di invidia nei confronti della signorina itinerante che, pericolosa, si nasconde fra i miei fondenti boccoli scombinati, scribacchia arzigogoli e macchie non premeditate. 

Codice a sbarre è un libro che indaga l’essere umano a partire dalle sue fragilità, dalle sue imperfezioni e, per certi versi, dai suoi fallimenti. Un universo di umanità e al contempo un’umanità universale. Quella della prigionia, appunto. Tredici storie che tratteggiano spietate un genere umano difettoso, che repelle e intenerisce a un tempo.
Racconti tanto pregni che consiglio di rileggerli più volte, per assaporarli a pieno e non perderne i dettagli. 

“Morsi”, di Marco Peano – Recensione

Morsi è una fiaba nera caratterizzata da uno stile narrativo leggero, delicato. Il narratore mantiene sempre una certa distanza dai fatti narrati, evitando così di esporli in maniera troppo realistica o drammatica. Una fiaba appunto, in cui due ragazzini (uno dei quali ha appena saputo della morte dei genitori), in un paese in cui gli adulti muoiono dilaniandosi e divorando le proprie stesse budella, passeggiano con un maiale al seguito, quasi allegramente, lontani dell’orrore immane che una situazione del genere incuterebbe in un contesto realistico.
Come quando Teo estrae la sua Topoclic, la macchina fotografica di Topolino, e dice:

«Sta finendo il mondo e tu non vuoi fare delle foto?»

In Morsi, dunque, si assiste a un accostamento insolito. Una scrittura lieve (anche se, per i miei gusti, basata su meccanismi narrativi troppo evidenti) usata per tratteggiare episodi horror/splatter. 
Se questo sia un bene o un male, è un parere molto soggettivo. Alcune situazioni mostruose – alla Stephen King, per intenderci – narrate in punta di piedi, senza quello sguardo tagliente e disturbante perdono efficacia, mordente. Finisce per essere un elenco di orrori che non tocca chi legge. Forse può essere un modo per avvicinare a narrazioni horror un pubblico non abituato a leggerne.

Non lo definirei nemmeno horror. È un racconto di formazione, di amicizia. Poi ci sono, è vero, squartamenti, episodi di autocannibalismo, streghe (masche, pardon) e molto sangue. Ma il focus è sulla ragazzina, sulla sua crescita, sul rapporto con il suo amico. Questa è la scrittura su cui Marco Peano dovrebbe concentrarsi. Perché l’occasione mancata di questo romanzo (lo dico basandomi sul tipo di voce e dalla sensibilità che dimostra in questo testo l’autore), credo sia proprio lo sviluppo dei personaggi, del loro rapporto, della loro crescita. 

Un altro elemento che non mi ha convinto è la lentezza della narrazione. Ritmo e movimento scorrono monotoni, incuranti dei fatti e delle accelerazioni che la narrazione dovrebbe avere nei momenti di tensione. Il racconto continua sempre lento, costante, piatto, e anche nelle occasioni più movimentate troviamo interruzioni imposte da ricordi, descrizioni, considerazioni inutili ai fini del romanzo ed eccessive didascalie nei dialoghi. Si veda ad esempio:

«Ma secondo te come mai a noi non è successo?» chiese finalmente Teo, mentre costeggiavano il campo da bocce. 
Lei increspò le labbra: «Tu hai paura del dentista?»
«Come?» disse Teo, stringendosi nelle spalle per il freddo.
«Il dentista,» accennò Sonia con un brillio obliquo negli occhi. «A me non piace per niente farmi visitare dal dottor Bruna».

Tutte queste informazioni rallentano il dialogo che, come sappiamo (e come se certamente anche Peano, in quanto editor di Einaudi), serve per velocizzare il ritmo della narrazione e a fare vivere i personaggi.

Nel complesso un libro supportato da una scrittura consapevole e delicata, piacevole anche se priva di guizzi. Un libro che non mi ha convinto fino in fondo perché troppo indeciso sul genere che propone, senza indagarne nessuno in maniera esauriente.

“Spatriati”, di Mario Desiati – Recensione

Mario Desiati ha studiato Giurisprudenza, è stato caporedattore della rivista Nuovi Argomenti, redattore di Mondadori e direttore editoriale di Fandango Libri. Ha scritto poesie e romanzi. Candidato dal suo ex collega Alessandro Piperno, anche lui ex redattore di Nuovi Argomenti, è il vincitore del Premio Strega 2022.

In Spatriati, la storia è semplice. Il protagonista, radicato al paese di origine Martina Franca, timido, passivo e poco incline a guardarsi dentro, aspetta tutta la vita il suo amore, che è invece una ragazza prima e donna poi attiva, dura, emancipata e spregiudicata, sempre alla ricerca di situazioni limite. Lei si trasferisce a Milano (lui rimane al paese) e poi a Berlino finché lui non la raggiunge. 

Molti i temi che il romanzo sfiora e indaga: le pulsioni al limite con l’obiettivo di una rivalsa sociale e in contrasto con la visione chiusa e patriarcale della famiglia di origine, il gender fluid, la non appartenenza, la mancanza di radici e di un posto da chiamare casa.

A differenza della trama, la missione che Desiati si pone con Spatriati non è semplice.
Sulla carta il punto di vista tematico non ha nulla di originale, ma questo non è necessariamente un fattore negativo, anche Romeo e Giulietta, in fondo, è una delle tante storia d’amore travagliate. 
Un ragazzo con problemi a definire la propria identità sessuale si scontra con la mentalità del sud – vicina ai dogmi ecclesiastici, alle cerimonie, chiusa e rivolta al centro di se stessa, per nulla incline all’apertura e alla sperimentazione – e, seguendo il suo amore Claudia, fugge verso l’apertura delle città del nord. Berlino, dove ognuno può essere quello che sente dentro.
Parlare di tutto questo senza incappare nei cliché o nel già sentito è difficile. 

Allora avremo un protagonista che non riesce ad accettare (e capire fino in fondo?) la propria sessualità, una ragazza confusa alla ricerca di qualsiasi esperienza purché trasgressiva ed eccessiva (che fa tanto Christiane F., se di Berlino si vuol parlare), una madre fedifraga e comprensiva, un’amica che fa della precarietà esistenziale borderline una bandiera, un modo di essere. C’è anche il neonato, alla fine, che ricorda certe ambientazioni almodovariane. Episodi già raccontati in mille salse, come il ragazzo timido e innamorato che per rivelarsi racconta all’amata “di un amico a cui piace una misteriosa ragazza…”.

Da un autore che è anche poeta ci si poteva aspettare una prosa più armoniosa, più temeraria, invece è tranquilla e, come il protagonista della storia, sembra non voler mai osare, mai prendersi un rischio. E da un Premio Strega, la scrittura è una cosa che ci si aspetta potente, sicura, solida e, quando serve, spietata.

Ma il limite più grande del romanzo è questo. 
L’autore cerca di raccogliere una storia attuale, tentando in qualche modo di stupire; vuole parlare di cose spinose, dissacranti, caustiche, fastidiose per il perbenismo da opinione pubblica, ma senza la forza narrativa (e il coraggio?) per farlo. Allora si trovano episodi spiazzanti, buttati in mezzo alla narrazione così, che appaiono forzati, inseriti apposta perché dovevano esserci delle parti forti. 

– Sei bella quando leggi le poesie. 
– Sono meglio quando mi masturbo. 

Questa debolezza di fondo porta il lettore a storcere la bocca leggendo scambi di questo tipo, a dire all’autore: Ma perché? Non sei Welsh, non sei Palahniuk.
E non è che tu, autore, non possa esserlo a tua volta, non è che questo tipo di scambio appartenga al novero di un linguaggio riservato a loro, è che devi trovare una tua cifra. Univoca, che involi il lettore in una direzione ben definita, con un solo approccio. Lettore a cui, trovandosi davanti certe frasi o situazioni, non venga da pensare: Cosa c’entra? Perché? Cos’è, una frase buttata lì per fare la “risposta forte”? E poi?
Se personaggi, dialoghi e situazioni non sono debitamente preparati a livello drammaturgico, il lettore è portato a dubitare della sincerità degli stessi e la narrazione perde forza e credibilità.

Come l’episodio in cui Claudia si leva la gonna e rimane in mutande nell’androne di casa sua. Così, senza motivo. Anzi, per sentirsi “LIBERA”, come annoterà subito dopo sul taccuino (per spiegare al lettore incredulo il perché della sua azione stonata – che invece sarebbe una trovata scenica efficace per un film).
Ecco, trovate sceniche simili sembrano buttate lì di tanto in tanto per fare succedere le cose forti. Come quando il protagonista, fatalista e totalmente succube della vita, si mette a fare il duro con i delinquenti mezzo mafiosi che lo minacciano. 

Lo sai chi ci manda?
Non lo so e non mi interessa –. Giocavo a fare il duro.

Non voglio dire che il libro sia scevro di pagine di bella scrittura, evocative di immagini e sensazioni, si veda ad esempio:

Il piacere ha un colore e il nostro era il bianco, come il marmo contro il quale le premevo le ossa; era neve, latte, calce. Pensai alle pietre del mio paese, che in estate sono accecanti. La calce disinfetta i palmenti, monda i sottani e i colli dei trulli. Eravamo un unico corpo. 

Apprezzo questo tipo di prosa poetica. Peccato che sia usata per descrivere momenti come quelli appena citati, in cui il lettore si chiede “ma perché?”. In questo caso, per esempio, Claudia e il protagonista Francesco stanno facendo sesso in una piscina pubblica, con tanto di ignari spettatori. Così, dal nulla, lei ha manifestato la voglia di andare a fare un bagno e, con la stessa naturalezza, di scopare.

Mi rivolse un’occhiata di sfida.
– Lo faresti ora con me?
– Sempre.

Spatriati è un libro che non mi ha convinto, che ho finito a forza, scettico e distante. 

“Il randagio e altri racconti”, di Sadeq Hedayat – Recensione

Sadeq Hedayat è lo scrittore iraniano riconosciuto come il padre della letteratura persiana moderna. In Italia è (poco) noto soprattutto per il suo libro La civetta cieca (Carbonio Editore), riflessioni di un pittore sulla vita e sull’esistenza, tradotto dalla iranista Anna Vanzan, traduttrice anche di questa raccolta di racconti.

Il randagio e altri racconti, (Carbonio Editore, 2021) ci porta in ambienti cupi e surreali, dai colori denaturati, che tratteggia un Iran straniante e calloso. Distante, perché i racconti sono per lo più narrati con una distanza dai fatti che strania il lettore, che dona uno spaccato di vita ma lo tiene chiuso in una teca, da visitare quante volte uno vuole, ma col divieto di toccare di entrare, di immergersi.
Distanza indispensabile all’autore per trattare tematiche nefande, senza che il lettore interrompa la lettura perché intollerabile. Come nel caso del racconto sulle spose bambine.

La traduzione agile e moderna della studiosa Anna Vanzan (scomparsa di recente) ci restituisce una scrittura semplice e pulita, prosa della quale l’autore si serve per affondare nella società persiana dell’epoca e indagare le sue aberrazioni, accettate a forza dal popolo come cose normali, a cui ci si abitua, non potendo ribellarvisi. Grande il coraggio di Hedayat nel denunciarle, coraggio che gli è costato l’esilio in Francia, dove ha trascorso gli ultimi anni della sua breve vita.
Gli oggetti inseriti nei racconti ne sono anima vitale, quasi avessero una vita propria o, con la loro presenza, rendessero più viva la scena narrata.

Il racconto che dà il titolo al libro, “Il randagio”, si stacca dal resto delle tematiche. Indaga il peregrinare umano (anche se il protagonista è un cane), quella ricerca costante di qualcosa, che rimane sempre senza soddisfazione. Oggi è un impiego, domani un partner, un padrone, un giogo. Qualsiasi cosa che ci ponga rispetto al mondo in posizione di chi subisce.
E ci si abitua anche a questo, a essere bistrattati, a prendere calci.