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Ioscrittore 2023, come funziona quest’anno (e qualche consiglio)

C’è tempo fino al 30 marzo 2023 per inviare il proprio incipit e partecipare al concorso per aspiranti autori Ioscrittore.
Cos’è, come funziona, quali tattiche adottare? Io ho partecipato due volte, entrambe le volte arrivando in finale. Ecco come funziona e qualche piccolo consiglio.

Cos’è Ioscrittore?
Ioscrittore è il concorso del Gruppo editoriale Mauri Spagnol per aspiranti scrittori. Molto seguito – fino a oggi sono stati 46787 gli aspiranti autori che hanno partecipato –, mette in palio la pubblicazione con una delle case editrici del Gruppo. In realtà tengono a specificare gli organizzatori, è più di un concorso: è una grande operazione di scouting costantemente monitorata dagli editor di GeMS.

Come funziona Ioscrittore?
Fino al 30 di marzo 2023 puoi caricare il tuo incipit sulla piattaforma. Il file, che deve seguire alcune norme grafiche descritte sul regolamento, dovrà contenere le prime pagine del tuo romanzo (tra le 30.000 e le 60.000 battute). 
Ad aprile inizierà il lavoro. 

Sul tuo account personale della piattaforma Ioscrittore saranno caricati una decina di incipit (potrebbero essere anche meno) di altri partecipanti. Dovrai leggerli tutti, commentarli, e dare un voto secondo alcuni parametri che ti saranno forniti. Il tuo incipit sarà a sua volta letto da una decina di partecipanti (anche qui il numero può variare leggermente) e commentato. 
Consegnati i tuoi – e solo in questo caso – al termine della prima fase riceverai i commenti sul tuo incipit. In base ai giudizi sarà stilata una classifica (invisibile ai concorrenti) e i primi trecento (l’ultima edizione erano quattrocento) incipit classificati passeranno alla fase finale. 
E qui inizia il bello. 

Le possibilità a questo punto sono tre. 
La prima
: non sei passato, fattene una ragione, leggi i commenti e cerca di migliorare per l’anno prossimo. 
La seconda: non sei passato, ma se vuoi puoi continuare come lettore (potrai ancora giudicare, ma sarai fuori gara). 
La terza: eureka, sei passato! Festeggia con gli amici e rimettiti all’opera! La fase più “faticosa” comincia adesso. 

È il momento di consegnare il plico. Carichi sulla piattaforma la tua opera completa (hai tempo fino all’11 luglio 2023) e ricevi dieci romanzi altrui, che dovrai leggere e commentare, come hai fatto con gli incipit, entro il 19 ottobre.
A questo punto intervengono gli editor delle famose case editrici e designano una rosa di 10 finalisti (di questi, tutti vedranno il proprio manoscritto pubblicato in versione digitale). 
Ci sarà una giornata finale (le ultime tre sono state in remoto) in cui sarà proclamato il vincitore definitivo, quello a cui sarà pubblicato il romanzo in forma cartacea. Fine. Tutto l’iter dura da aprile a dicembre.

I pro e i contro del concorso Ioscrittore. 

Pro
È gratuito, è seguito da editor di grandi case editrici, alcuni partecipanti delle edizioni passate sono diventati poi autori di successo (Silvia Celani e Ilaria Tuti, per esempio), e puoi ottenere svariati pareri sul tuo romanzo.

Contro
Avrai da leggere e commentare 10 incipit e, se passi in finale, 10 romanzi interi. Nelle intenzioni degli organizzatori i voti dovrebbero essere dati con criterio, competenza e onestà, ma non sempre accade. Spesso i commenti non sono leali e, spiace dirlo, nemmeno competenti. 

E ora alcuni consigli per avere qualche probabilità in più nel concorso Ioscrittore. 

CONSIGLI PER IOSCRITTORE

Concentrati sulle prime pagine. L’incipit è importantissimo e deve acchiappare il lettore da subito (ne parlo più approfonditamente qui). Perciò rendilo potente e accattivante. 

Correzione di bozze. Fai attenzione ai refusi, alla grammatica e rispetta le norme redazionali (virgolette giuste, attenzione agli spazi prima degli apostrofi ecc.). Un testo pieno di errori dà al lettore un immediato senso di amatoriale, e tu non vuoi che questo succeda. Vero?

Falla facile. Non proporre testi troppo complicati. Semplici, chiari, leggeri, meglio se ironici – l’ironia acchiappa sempre in questi concorsi – e non troppo lunghi. Sì, c’è un massimo di battute (800.000), ma non è il concorso adatto a presentare tomi mastodontici. 

Occhio all’impaginazione. Segui fedelmente le norme grafiche del concorso. Sul sito è possibile scaricare un file di esempio che mostra come impaginare l’opera. Attieniti quanto più riesci a questo esempio.

Tieni presente che il testo sarà letto da persone che come te dovranno leggere e commentarne altri 9, persone che come te stanno partecipando a un concorso e non hanno nessun vantaggio a farti emergere. Anzi.
Come dici? Puoi fare la stessa cosa anche tu? Abbassare i voti degli altri per avere più possibilità di vincere?
Certo, potresti. Ma capiamoci: su cinquemila concorrenti ne vince uno, gli altri vincono solo la possibilità di avere dei giudizi sul proprio testo per poterlo migliorare. Non è il caso di essere onesti, leggere fino in fondo le opere altrui e valutarle con correttezza, rispetto e competenza?
Va detto che per invogliare a letture e giudizi più accurati GeMS assegnerà anche il premio Miglior lettore; i primi dieci classificati vinceranno un e-reader e un buono per l’acquisto di libri e il primo

Per concludere, ti consiglio questo post in cui l’autrice Samanta Sitta (confermata e premiata anche nel 2022 come migliore lettrice a Ioscrittore) racconta della sua prima esperienza con il concorso, nel 2019. Interessante e spassoso.

Spero di averti chiarito alcuni dubbi, ma se dovessi averne altri sai come contattarmi. Non mi resta che augurarti buona fortuna per la tua partecipazione al torneo!

Jack London, uno sguardo sulla vita e sullo stile letterario

È complicato parlare di Jack London e della sua scrittura senza accennare alla sua vita che, notevole e certamente non comune, influisce in maniere ineludibile sulla sua scrittura, dai temi trattati al modo di raccontare le sue storie.
Tempo fa era considerato un classico autore per ragazzi, insieme a Robert Louis Stevenson e Rudyard Kipling, suoi predecessori, con i loro romanzi avventurosi. I suoi libri forse più famosi – Il richiamo della foresta e Zanna bianca – hanno in comune il punto di vista di un animale, un cane. Forse per questo, con opportune “riduzioni”, come le chiamavano all’epoca, alle scuole medie i libri erano tra le scelte della biblioteca scolastica. Riduzioni, tagli che alleggerivano il peso fisico del libro e le parti meno adatte ai più giovani. Soprattutto le scene violente. 
Non che questo ne sminuirebbe il valore, ma Jack London è stato anche molto altro, oltre che un autore per ragazzi. La sua letteratura è apprezzata a livello mondiale da un pubblico ben più adulto di quello a cui era destinato, e rispecchia il modello esistenziale multiforme di London. In essa possiamo leggervi la sua vita, errabonda come lui, e comprende romanzi, saggi, articoli, poemi e racconti, delle più svariate tematiche.
Coerente con il suo motto  – esci e vivi esperienze autentiche, che sfidano e cambiano la vita, e scrivi su di esse –, London, come le sue storie, è stato molte cose: vagabondo senza tetto, pirata (ladro) di ostriche, corrispondente e fotoreporter di guerra in Manciuria nel conflitto russo-giapponese, proprietario di un ranch, bidello, cercatore d’oro, velista, marinaio e socialista militante.

Una vita pregna che influenza la scrittura.
Quando London nasce, nel 1876, gli Stati Uniti hanno solo cento anni (è l’anno della Battaglia diLittle Bighorn, per intenderci) e in questo senso si può affermare che l’autore cresce insieme all’America moderna. È il periodo in cui milioni di persone vi si trasferiscono, in cui si sviluppa l’architettura verticale, i grattacieli, per ottenere una maggiore capienza su aree meno estese. La produzione industriale ha un’impennata storica, e industriali e banche la fanno da padrone. 

Jack London nasce a San Francisco, in un contesto sociale molto povero, il sottoproletariato, e la sua vita, almeno fino ai vent’anni, è piuttosto faticosa, disorganica e capricciosa.
Appena rimasta incinta, la madre, che di lavoro fa la cartomante, è abbandonata dal padre di Jack, e tenta prima di abortire e poi di spararsi in testa, pur di non dare alla luce il figlio. Jack cresce in un contesto di povertà, di rinunce, e privo di affetto; la madre lo chiama “il marchio della mia vergogna” e lui non conoscerà mai suo padre. 
Jack passa da un mestiere a un altro e a 14 anni lascia la scuola per lavorare in un conservificio – oltre un milione e mezzo di bambini si trova nella sua situazione, la regolamentazione del lavoro minorile arriverà solo nel 1938.

Nel 1893 si imbarca su una nave per la caccia alle foche e al ritorno, per partecipare a un concorso del quotidiano The San Francisco Call scrive il suo primo racconto: “Storia di un tifone al largo del Giappone”(Typhoon Off the Coast of Japan), raccontando di una tempesta realmente vissuta durante quel viaggio. 
Dopo un arresto per vagabondaggio e dopo aver frequentato le peggiori compagnie della società, London decide finalmente di voler migliorare il suo stato ed emergere dal “decimo sommerso”, quel submerged tenth teorizzato da William Booth. È in questo periodo che frequenta l’High School – fa il bidello per pagarsi la retta – e ha la possibilità di attingere a volumi di filosofi quali Karl Marx, Herbert Spencer e Charles Darwin, rendendosi conto che “altre menti più grandi di me avevano elaborato ciò che io solo pensavo”. Erano i principi del socialismo, partito al quale si iscrisse e in cui militò attivamente tenendo diversi discorsi politici a Oakland (CA). Nel 1896 entra alla Barkley University ma lascia dopo soli sei mesi: è iniziata la corsa all’oro, e lui parte per il Klondike.

Jack London e sua moglie Charmian in viaggio per le Hawaii.

Tralasciamo in questa sede il racconto del resto della sua vita per concentrarci sui fatti più significativi nel contribuire a formare le caratteristiche del suo modo di scrivere e conferirgli quella voce nuova e quel suo modo diverso di vedere le cose che apriranno una breccia d’entusiasmo del pubblico e della critica.

Un’infanzia priva di certezze, tra bettole e ladri, a sgomitare per un pezzo di pane, a lavorare bambino, in cui l’unico svago era la lettura – una letteratura per ragazzi, d’avventura. Le pulsioni dettate dal più basso istinto di sopravvivenza da una parte e un fortissimo desiderio di rivalsadall’altra. Rivalsa sociale, ma soprattutto economica. Perché Jack London era sì socialista, ma non disdegnava le possibilità che il denaro poteva offrire. 
Tra il 1900 e il 1916 ha scritto più di 50 romanzi, centinaia di racconti e innumerevoli articoli. Impossibile qui, in poche righe, trattare di tutta la sua produzione. Prendiamo come esempio significativo il romanzo che è considerato il suo capolavoro. 

THE CALL OF THE WILD – Il richiamo della foresta. 
Come accennato, alla fine dell’ottocento in Alaska era iniziata la corsa all’oro – la Gold Rush. E Jack London, sempre desideroso di nuove esperienze (e dei soldi che in caso positivo l’impresa avrebbe procurato), è partito per quel viaggio infernale. Al ritorno, carico di tutte le esperienze vissute, ha scritto il romanzo. Era il 1903 e aveva 27 anni, e in questo testo ha forse riversato la storia della vita che fin lì aveva vissuto. 
Buck, il protagonista, è un cane dai pensieri umanizzati che passa da uno stadio di cattività civile a uno di libertà selvatica. Un narratore che scopre il mondo palmo dopo palmo, esperienza dopo esperienza. 

Cercavano cani robusti, dal pelo folto per proteggersi dal freddo siderale del grande Nord. Buck, pur essendo un cane domestico che viveva nella grande e assolata proprietà del Giudice Miller, era adattissimo per lo scopo.
Rubato, infagottato e portato lassù, Buck si trova a vivere un’esperienza inaspettata e ferocemente dura. Viene messo a tirare le slitte dei cercatori d’oro, uomini disperati nella cui personalissima scala di valori gli scrupoli verso gli animali vengono molto dopo il sostentamento minimo vitale e la realizzazione del proprio obiettivo. 
Iniziano per Buck giorni di sofferenza, di lotte, di botte, di fame. Impara la legge del bastone, per cui è l’uomo che comanda, finché ha il bastone. La legge del branco, mordi o sarai morso. E in questo allontanamento dalla civiltà, dai valori a cui era abituato nella società civile – dell’uomo – inizia a riscoprire ciò che le abitudini di quella società gli avevano fatto addormentare dentro: l’istinto. Un cammino di consapevolezza che lo porta a confrontarsi con la sua reale natura ancestrale. 
Eccolo, il richiamo della foresta. 

La prima edizione del libro del 1903.

Il richiamo. 
Il richiamo della foresta in originale è “the call of the wild”, dove wilderness rappresenta molto di più che “selvaggio” o “foresta”. Per wilderness si intende un’area selvaggia, incontaminata, lontana dalla traccia umana, che al suo interno possiede e sviluppa vita e comunità. Non esiste un vocabolo italiano che ne renda alla perfezione il significato. Il wilderness non rappresenta solo la potenza e la purezza della natura, ma una dimensione di valori ancestrali e spirituali, di ricordi di esistenze primigenie altre dalla nostra. È il concetto chiave che distingue le origini dell’idea americana di natura, alla base del pensiero di autori naturalisti come Harry David Thoreau, Peter Henry Emerson e Walt Whitman.
E Jack London, ovviamente. 

Nel romanzo i fatti sono riportati in maniera asciutta, precisa, scientifica, e pregi e difetti dei personaggi sono determinati dalla natura, essendo costretti a obbedire ai bisogni che la natura spietata impone. Dal primario bisogno di sussistenza al riscaldamento. La legge del più forte, della supremazia. Uccidi o sarai ucciso, mangia o sarai mangiato. Per queste caratteristiche e per la descrizione immediata, London è considerato un autore appartenente alla corrente del naturalismo americano, che è prosecutrice di quel naturalismo francese di cui Émile Zola si fa portavoce e che in Italia trova eco nel Verismo.

In alcuni momenti la sua prosa si fa alta, altissima, a raggiungere in un guizzo le vette dell’high literature, con immagini metafisiche che affiancandosi a ritratti realistici e pulsanti di vita, donano al testo una straordinaria potenza visiva ed emozionale, attraverso una poetica fatta di odori, suoni e sensazioni che entrano nella pelle come la natura che ci circonda.

C’è un’estasi che segna il culmine e, al tempo stesso, il limite della vita; e questo è l’assurdo, che l’estasi è insieme massima vitalità e oblio totale. Questa estasi, questo oblio della vita coglie l’artista, lo rapisce e lo trascina fuori di sé, in una vampa di fuoco; coglie il soldato ebbro di guerra sul campo di battaglia, nella lotta senza quartiere; e colse Buck che alla testa del branco levava l’antico urlo del lupo, teso a raggiungere quel cibo vivo che fuggiva velocemente dinanzi a lui nella luce lunare. Scopriva gli abissi della propria natura, la parte più profonda dei suoi istinti, risalendo fino al grembo del tempo. Lo dominava l’impeto della vita, la marea dell’essere, la gioia perfetta di ogni muscolo, di ogni giuntura, di ogni tendine, poiché questo era il contrario della morte, era ardore e violenza, si esprimeva nel movimento, nello sfrecciare esultante sotto le stelle e sopra le cose morte e immobili.
(Jack London, Il richiamo della foresta; trad. Davide Sapienza).

Quanto è vicino a quel Thoreau, citato anche nel film L’attimo fuggente:

Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto.
(Harry David Thoreau, Walden, vita nel bosco).

Il romanzo parla della Natura. Natura matrigna. Del primordiale. Parla di istinti, di virtù, di basse pulsioni, di avidità e collera, di fame e d’amore. Di un percorso catartico, di ricerca interiore. Riduttivo giudicarlo un libro per ragazzi o di avventura. È un testo in cui ognuno di noi può trovare la sua lotta interiore, il suo viaggio, la sua personale Odissea, le ingiustizie e i contrasti che ogni giorno sono posti sul suo cammino. E se stesso.

Serve davvero partecipare ai concorsi letterari? Ecco qualche dritta

È una domanda che mi viene posta di frequente dagli autori con cui collaboro. Oltre a quelle più specifiche, tipo: “Ho sentito che i concorsi a pagamento sono tutti degli imbrogli e quelli gratuiti non servono a nulla. È vero?”
Per rispondere è necessario fare un po’ di chiarezza. Partiamo da questa domanda: 

Cosa mi aspetto (come autore) da un concorso letterario?

Il concorso letterario può interessare all’autore sotto molteplici aspetti. Può servirgli per farsi conoscere dagli addetti ai lavori, per mettersi in gioco ed essere giudicato da una giuria (ci si auspica) competente, per avere una risposta (quando non un vero e proprio giudizio) sul proprio lavoro, per guadagnare il premio in denaro in palio, o ancora per aggiungere una targhetta, una tacca che arricchisca la sua biografia quando la presenterà insieme al suo manoscritto. 

A cosa serve un concorso letterario a chi lo organizza? 

A trovare nuovi talenti letterari, e (a volte) a raggranellare qualche soldo. 

Un’opportuna distinzione. 

Comprendendo l’obiettivo che si pone chi li organizza, si può iniziare a capire come distinguere quelli validi nello sterminato sbocciare di concorsi letterari.
Va detto che, come in ogni ambito della vita, anche in questo esistono buoni e cattivi, ciarlatani e professionisti e infinite sfumature. Non si scappa, ciarlatani e mezzo truffatori se ne trovano a iosa. Si trova anche chi in buona fede propone concorsi la cui partecipazione da parte di un autore è completamente inutile, perché chi lo indice non ha contatti, non fa nemmeno parte dell’ambito letterario, talvolta. C’è anche chi, oltre alle ultime caratteristiche di inutilità, aggiunge il carico economico di una quota di iscrizione, spesso ingiustificato. Esistono inoltre concorsi che servono alle piccole case editrici (che non ricevono abbastanza manoscritti perché appunto piccole o non conosciute) di avere una possibilità di scelta in più e nel contempo di accrescere il loro prestigio. Questi elencati finora sono i concorsi da guardare con diffidenza. A quali partecipare? Ne parliamo dopo. 

Ora, visto che partecipare a un concorso equivale per l’autore a stipulare un accordo di fiducia con chi lo organizza, come capire di chi fidarsi?

Come scegliere il concorso letterario.

Per distinguere il concorso utile da quello inutile, se non dannoso, è necessario basarsi su alcuni punti chiave. Il bando è il primo. Nel bando di iscrizione si capisce (o si dovrebbe capire) chi lo organizza, quanto costa, come vengono giudicati gli elaborati, da chi è composta la giuria, la data ultima di consegna del manoscritto e i premi in palio. 
Queste sole informazioni potrebbero bastare a spostare la vostra lancetta dal + al – o viceversa. 

Internet è ancora una risorsa sconfinata per ricavare informazioni. Provate a cercare i vincitori delle ultime edizioni del concorso che vi interessa. Se qualcuno di questi ha pubblicato con grandi case editrici, c’è il rischio che il concorso sia davvero valido, anche se, ahimè, potrebbe richiedere una quota di iscrizione. 
Premi nazionali importanti e di conclamate autorevolezza e onestà richiedono quote, anche piuttosto alte. Ma magari c’è un comitato di lettura che si occupa, oltre che appunto di leggerle, di valutare le opere ricevute, e di fornire una risposta professionale a ogni partecipante. Questo richiede dei costi. 

Chi dice che i concorsi non servono dice una verità molto parziale: a lui/lei magari non servono, ad altri autori che adesso pubblicano per grandi case editrici sono serviti eccome. 

I concorsi servono eccome. 

Inutile specificare “quelli seri”, abbiamo capito come distinguerli. Parte dell’attività di scouting da parte di agenti letterari, scout e editori, si basa sui concorsi letterari. Provate a contattare un finalista del Premio Calvino il giorno dopo che sono stati proclamati e pubblicati i nomi dei finalisti sul sito e capirete di cosa parlo: saranno già stati contattati da qualcun altro, prima. Scout, editore o agente che sia. 
Questo perché la giuria di un concorso di qualità fa già una prima e poderosa cernita tra i manoscritti arrivati e, per chi deve trovare talenti da pubblicare, è tutto lavoro in meno e (quasi) garanzia di qualità del testo. 

Il concorso Urania, dedicato al romanzo fantascientifico, o il premio Tedeschi, per quanto riguarda il giallo, sono concorsi da cui gli editor di Mondadori attingono a piene mani per la ricerca di nuovi talenti. E un talento può non essere solo il primo classificato.
Lo stesso discorso vale per i concorsi dedicati al racconto, visti sempre con attenzione dagli scout delle case editrici. 

In conclusione, serve o non serve partecipare ai concorsi?

Certamente sì, purché siano seri (vedi sopra). Avere l’apertura mentale di mettersi in gioco, di accettare piccole sconfitte in base alle quali individuare e procedere per la strada giusta è un’ottima qualità per chi voglia intraprendere seriamente il mestiere di scrivere. Anche quando bisogna spendere qualcosa per iscriversi? L’ho scritto prima, adesso avete i mezzi per valutarli da soli, di volta in volta. Se ne vale la pena e ne avete la possibilità, buttatevi! Fa parte di quell’investimento che state facendo su di voi e sulla vostra carriera di scrittori.

Concludo con la testimonianza di un giurato di un concorso letterario – che desidera rimanere anonimo –, significativa perché illumina un aspetto della questione che io non ho menzionato.

«Sono membro di un premio da dieci anni. Premio farlocco e inutile, imbarazzante vessillo di un mondo parallelo di sconosciuti famosi solo fra loro (quasi la Spectre dei deboli). In tal senso, inquietante. Ma la gente piange, si commuove, come direbbe Montale “anche noi poveri abbiamo la nostra parte di ricchezza, ed è l odore dei limoni”.
Ci sono vedove, orfani, gente sola, che per cinque minuti si sente amata.
Solo per questo non ho abbandonato subito il perverso gioco della Giuria (a pagamento!)».


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“Sotto la pelle”, di Michel Faber | Recensione

ALLARME SPOILER.
Se avete in programma di leggere Sotto la pelle evitate questa recensione. Vi rovinereste (vi rovinerei, prendiamoci le nostre responsabilità!) la lettura. Tornateci una volta che lo avrete letto o andate avanti se non avete intenzione di farlo. Uomo avvisato.
A mia discolpa posso dire che è molto difficile (e piuttosto inutile) parlare del libro, di questo libro, senza svelarlo. 

La trama è piuttosto semplice. 
Isserley raccoglie autostoppisti sulla A9, una statale poco trafficata nelle Highland scozzesi. Indossa un’ampia scollatura, ha un seno importante ma – a detta di chi raccoglie per la strada – non una grande bellezza, con tutte quelle cicatrici sul viso. Inizia a parlare con loro, li intrattiene, ne capta le informazioni che le servono per sapere se procedere o meno con il suo lavoro e, se la persona agganciata risponde a una serie di caratteristiche, fa scattare due aghi da sotto il sedile del passeggero. Due aghi che spruzzano veleno. Tramortito, il malcapitato sarà portato presso la farm, dove si procederà al resto dell’attività. 
Isserley è un’aliena, che cattura Vodsel (uomini) per farne carne da mandare al suo pianeta. In cambio, l’azienda produttrice di carni Vess Incorporated le fornisce un tetto e il sostentamento quotidiano.

Il romanzo si apre con Isserley già in macchina pronta a raccogliere il primo autostoppista, e dalle prime battute non lo diresti un romanzo di fantascienza. Il piano narrativo è reale, persone vere, strade poco trafficate, cielo grigio, Scopriremo solo più avanti che non tutto è come sembra. 

Le trovate più riuscite sono, appunto, questi capovolgimenti basati su fraintendimenti semantici.
Mi spiego. Leggi Isserley e immagini una donna, leggi umani e intendi i bipedi che popolano la terra, leggi nave cargo e immagini un transatlantico. Invece no perché, sottilmente giocato, il filo narrativo porta volutamente il nostro cervello a interpretare erroneamente i dati forniti, attraverso la logica cognitiva che ci accompagna dalla nascita: l’essere umano sta in piedi e non ha la pelliccia, per esempio. Solo a metà del romanzo veniamo a conoscenza del fatto che quelli in esso citati come “esseri umani” sono (per noi terrestri) alieni, hanno la coda, sono quadrupedi e coperti di pelliccia. E la nave non va per mari, ma per cieli (astronave, diremmo noi terrestri). E Isserley è una di queste bestie (a cui, per motivi professionali, viene praticato ogni tipo di chirurgia estetica – dall’amputazione della coda e del sesto dito alla protesi al seno – con lo scopo di renderla più possibile somigliante a un vodsel). 
È un romanzo fantascientifico molto vicino al reale, anche per l’intento dell’autore di giocare con questo tipo di fraintendimenti e depistaggi. Un esempio:

Quando avvistava un autostoppista per la prima volta Isserley non si fermava mai, si concedeva un po’ di tempo per prendergli le misure. Quel che cercava erano i muscoli: un pezzo d’uomo ben piantato sulle gambe. Di esemplari gracili, pelle e ossa, non se ne faceva nulla.

Questo è l’incipit. Poi prosegue, racconta di Isserley che, da sola, adesca uomini stazzati incantandoli con la vista del suo prosperoso seno in bella evidenza. Il lettore è incuriosito e indotto a pensare che si tratti magari di una prostituta, visto che si parla di una cosa quotidiana, oppure di una donna di grandi e inappagati appetiti sessuali… Nessuno può immaginare che quel seno sia frutto di chirurgia aliena. 

Il depistaggio è una delle chiavi narrative più forti nel romanzo, un gioco che tollero poco, quando è esasperato. In Sotto la pelle non lo è, mantiene il giusto equilibrio e risulta se mai interessante e coinvolgente. 

Un altro aspetto efficace del testo è la narrazione in terza persona con focalizzazione interna alternata. Per esempio, quando la protagonista raccoglie un autostoppista, vediamo il suo punto di vista, recepiamo le sue prime impressioni e le sue aspettative, le sue preoccupazioni. Poi il punto di vista si ribalta in maniera chiara – forse anche troppo, con uno spazio paragrafo a evidenziarla – ed è il passeggero a vivere le proprie emozioni, a sciorinare i propri pensieri e, spesso, le sue intenzioni, non sempre pacifiche. 

È interessante lo scambio di percezioni in sé, ed è inoltre efficace in termini narrativi perché mantiene sospeso il lettore nell’incertezza delle intenzioni dell’uno e dell’altro personaggio. 

Ciò che invece stona, a mio avviso, è lo stile letterario, che ho trovato spurio e poco consapevole. In una parola, acerbo. 
Se i primissimi capitoli funzionano – parti narrative, avvenimenti, successione di fatti in tempo reale – quando il romanzo entra in una fase meno dinamica, più introspettiva, quando cioè il gioco si fa duro, i limiti della scrittura si fanno sentire. Queste parti si dilungano in considerazioni e osservazioni piuttosto sterili e un po’ troppo basiche per essere interessanti, e in dialoghi deboli. Molto deboli. Ci sono, in pratica, molti degli errori più frequenti che segnalo agli autori di cui revisiono i testi in fase di editing (ho scritto un post su questo). A cominciare dalle didascalie, che spiegano (inutilmente) ogni gesto dei personaggi (vodsel o alieni che siano) coinvolti nello scambio, che sottolineano aspetti che il lettore può immagiare grazie alla battuta del personaggio. Inoltre ogni didascalia dialogica contiene un sinonimo di “disse”, cosa che alla lunga stanca (rispose, riattaccò, biascicò). Uno dei termini più usati dallo scrittore inesperto (roba che quando ne vedo nei testi pubblicati chiudo il libro e mi concedo una pausa di decompressione) è “ringhiò”. Se l’effetto scenico di questo verbo può far colpo su un lettore cinquenne – tutti ricordano la nonna di Cappuccetto rosso –, su un lettore adulto e consapevole molto meno, può anzi arrivare a infastidirlo. Eccomi! E in questo testo è presente cinque volte in poco più di duecento pagine.

Il romanzo è interessante e può risultare una lettura piacevole, anche se un piacere a mio avviso altalenante. Questo al netto dell’intento moralistico. Il romanzo è stato infatti da alcuni interpretato come una voce di denuncia contro gli allevamenti intensivi, la brutalità dell’uomo sulla donna e altre problematiche. Intento moralistico che non ho trovato eccessivo (per un romanzo di narrativa) ma neanche particolarmente illuminante. 

“Il mio padrone, il mio vincitore”, di François Henri Désérable | Recensione

Il mio padrone, il mio vincitore (di François Henri Désérable, tradotto da Fabrizio Ascari per La nave di Teseo) è la storia di una storia d’amore. La storia di una storia, esatto, perché a narrarla non è uno dei diretti interessati nell’affaire, ma un amico comune della coppia, che fornisce la sua versione come testimone davanti al giudice. 

Vasco, curatore della Biblioteca Nazionale di Francia, e Tina, attrice teatrale innamorata della poesia di Verlaine e Rimbaud, vivono la loro storia d’amore nella clandestinità, perché lei ha un compagno e due figli, ed è prossima al matrimonio. Donna appassionata e anticonformista, Tina è posta davanti alla grande scelta: da una parte la precarietà della fiamma dirompente e indomabile di un sentimento che divampa tra i muri di alberghi a ore o sale di lettura di biblioteche in orario di chiusura, e dall’altra un futuro matrimonio sicuro e solido, ma impregnato dell’ordinaria routine di una vita addomesticata e verosimilmente priva di guizzi. È per far fronte alle minacce del futuro marito di Tina che Vasco si procura le armi (e che armi!)  con cui si metterà nei guai. 

L’espediente narrativo di base è piuttosto curioso. Un testimone aiuta il giudice a comprendere i significati nascosti nell’unica prova a disposizione dalle forze dell’ordine: il diario di Vasco. L’amore per la poesia da parte dell’autore – François-Henri Désérable, ex giocatore di hockey di 35 anni che dal 2013 sforna libri ad anni alterni – si riflette a pieno in questa scelta: il diario di Vasco è infatti una raccolta di poesie e ognuna di queste è relativa a una stazione nella via crucis della sua storia d’amore con Tina. Se codificata, ogni poesia costituirà un’informazione in più per le autorità e un aiuto a delineare il profilo psicologico del soggetto.

Inserti poetici, quindi, e continui richiami ai grandi autori (europei ma soprattutto francesi – Verlaine, Apollinaire, Proust, Rimbaud, Voltaire…) si intersecano alla prosa del narratore che, appunto, è in una stanza di tribunale per la deposizione. Spettatore distaccato, ironico e super partes, dalle sue parole estrapoliamo la codifica del diario e il racconto di questa storia d’amore, e ci appare quasi come un narratore onnisciente, visto che raccoglie e si fa interprete dei punti di vista di Tina, di Vasco, di Edgar, il compagno tradito, e riempie i vuoti con le proprie supposizioni.

Il fulcro tematico del libro è la domanda: quanto può distruggere della vita di una persona – pur se anticonformista e appassionata – un amore quando si abbatte su di lei? Quanto può influire un amore clandestino, vissuto con una potenza debordante e difficilmente controllabile? Quanto sarà disposta Tina a mettere in gioco della propria vita e delle proprie sicurezze che negli anni ha saputo costruire, per seguire l’impulso travolgente ed effimero della passione?

Una delle caratteristiche più rilevanti del libro è la musicalità della scrittura, ottenuta con raffinati intarsi nella costruzione di frasi e periodi.
Il seguente passaggio, ad esempio, raccoglie le riflessioni di Tina, che si lancia in un soliloquio con Vasco e il proprietario di un hotel, davanti a un bicchiere di assenzio. Il tutto è espresso in un flusso di coscienza a evidenziare lo stato di confusione provocato dall’alcol e quello in cui si trova Tina nei confronti del suo grande dilemma. 

Sessantasette gradi. Fuoco che scende nelle vene, predisponendo alle confidenze. A sessantasette gradi il cuore si apre, le lingue si sciolgono. Quella di Tina soprattutto, Tina che aveva una famiglia, due bambini, un padre per i suoi figli che presto sarebbe diventato suo marito, suo marito che lei amava, perché lo amava suo marito, lo amo, diceva, sì, veramente, lo amo, ripeteva Tina davanti a Vasco, e gli diceva anche che lei e lui non erano niente in confronto, tu e io non siamo niente, un infinitesimo in confronto a ciò che sono riuscita a costruire con lui, eppure è questo niente a ossessionarmi, ad assillarmi, a rodermi, diceva adesso Tina al direttore dell’albergo facendosi versare altro assenzio, tutto ciò è assurdo, irragionevole, insensato, continuava Tina che beveva quel liquore bruciante come la sua vita.

Il brano inizia in forma impersonale (Sessantasette gradi. Fuoco che scende nelle vene, predisponendo alle confidenze), poi passa a Tina, in terza persona (Tina che aveva una famiglia, due bambini…) e dal discorso indiretto libero (perché lei lo amava suo marito) si porta sul diretto (lo amo, ripeteva) e prosegue con l’indiretto (e gli diceva anche che lei e lui non erano niente in confronto)
Come se una macchina da presa a volo d’angelo si avvicinasse piano a Tina fino a entrare in risonanza con lei, con i suoi pensieri più intimi, e poi, poco alla volta, tornasse fuori fino a riprenderla dall’esterno, mentre beve liquore bruciante come la sua vita.
Un brano che è montagne russe e fuochi d’artificio multicolori. 

Notevoli anche i cambi di punto di vista, sempre chiari e precisi, ma non anticipati da introduzioni didascaliche che appesantirebbero la lettura. Capita di trovarsi su due piani narrativi, nella mente e nelle intenzioni di due personaggi, nello stesso istante in luoghi e situazioni opposte, ognuno con la sua priorità. Nello stesso paragrafo. Sulla stessa riga. 

Spezzami la schiena, implora Tina che vuole essere suddita e sovrana insieme, svilita, profanata ma glorificata, indocile e sottomessa, principessa e puttana. Porca miseria, faceva sempre un freddo cane. Milleduecento metri quadri di vecchie pietre da riscaldare, costava molto ma avrebbero potuto fare uno sforzo. (…) Se solo Tina fosse stata lì con lui avrebbe saputo riscaldarlo alla sua maniera, quando voleva ci sapeva proprio fare, eh eh. Ansimante sopra Vasco, è lei a scoparlo adesso Non vuole più vederlo muoversi né sentirlo, gli chiede semplicemente di averlo duro, di essere l’inerte strumento dei suoi piaceri, tiranna, pensa Tina, sono una tiranna e lui è mio schiavo, è alla mia mercé e ne dispongo a mio piacimento. Edgar non riusciva a dormire. Non aveva fatto ginnastica quel giorno. Fare delle flessioni, degli addominali prima di rimettersi a letto? Lei gli mancava.

Una scrittura che scivola senza freni, che risucchia il lettore con una tensione costante verso la fine del libro, basata su una cifra ironica (leggera, non invadente) senza quel compiacimento realista fine a se stesso che appesantirebbe le pagine. 
Lettura che consiglio.

Una nota per la casa editrice: sull’aletta della sopraccoperta, nella sinossi Edgar è citato come Edward. Correggerei, in una eventuale ristampa. 

“Una questione privata”, di Beppe Fenoglio | Mini recensione

Uscito postumo nel 1963, “Una questione privata”, di Beppe Fenoglio, cela fra colpi di fucile, fango, pioggia incessante, e bruma “come un mare di latte”, una storia d’amore. La ricerca dell’amore, la verità del sentimento. La trama è molto semplice, può essere raccontata in una frase. Il partigiano badogliano Milton cerca di far luce sui veri sentimenti che nutre nei suoi confronti Fulvia, la ragazza di cui è da sempre innamorato, la quale però sembra avere una relazione con Giulio, il migliore amico di Milton, anche lui partigiano.

È il Fenoglio più limpido, più lineare. Più attento alla forma, alla scorrevolezza. All’effetto. Ma – e sia usata fra virgolette – l’interiezione “ahimè” è latente. Questo è il romanzo di Fenoglio meglio vestito, più curato sotto il profilo formale. Tuttavia i ripetuti rimaneggiamenti del testo (esistono tre manoscritti precedenti l’ultima versione) evidenziano sì la cura di Fenoglio e le sue capacità, ma – a furia di levigare – scoprono anche le linee che tengono in piedi il racconto, i meccanismi narrativi. 

Un esempio è il brano dei fascisti che fucilano un ragazzino per rappresaglia, dopo l’assassinio di un soldato del duce da parte dei partigiani. 
La storia è sin qui narrata in terza persona, con una focalizzazione interna, e questo brano non coinvolge Milton. Suona come un’aggiunta, come un qualcosa messo lì a stimolare gratuitamente l’emotività del lettore. Compreso il dettaglio della torta che la madre aveva preparato per lui, ma che il ragazzino non potrà mangiare… Troppo. 

Anche le anticipazioni, le omissioni ecc. portano l’attenzione del lettore fuori dal racconto, la spostano sulla regia, sulla strumentazione con cui viene narrato. Il lettore attento è in grado di apprezzare le sfumature della storia, le sottigliezze della narrazione e la complessità della struttura, il modo in cui la storia è raccontata, e il modo in cui è modellata dalle scelte dell’autore (e dal narratore), ma potrebbe spingersi oltre, fino a riconoscere i meccanismi adottati al fine di creare una risposta emotiva o un senso di suspense e anticipazione. E quando l’architettura invisibile di un romanzo diventa visibile, per quanto siano buoni testo e qualità della prosa, il racconto ne risente. Si perde la sincerità in favore della maniera. Per questo non reputo “Una questione privata” il migliore esempio di Fenoglio. 

L’indole sporca, rabbiosa e graffiante del Partigiano Johnny è molto lontana.

“La nostra proposta: frutto di ricerca e non omologata” – Intervista a Valeria, libraia indipendente

Era il 2000 quando Valeria ha intrapreso la sua avventura presso Libropoli, libreria indipendente a San Giuliano Milanese (Milano Sud). Come ogni avventura, anche la sua è piena di insidie, peripezie e sfide quotidiane. È oggi con noi per raccontarcela. 

Innanzitutto, come nasce quest’avventura?

La libreria è stata fondata nel 1989 dal precedente proprietario e socio, andato in pensione nel gennaio 2019. 
Era il 2000, ai tempi dell’università, e avevo bisogno di un lavoro estivo. Ho iniziato a lavorare a Libropoli come stagionale, e così ci ho lavorato per quattro anni. Poi, nel dicembre del 2004, mi sono fatta un regalo di Natale: sono diventata socia!

Da cosa nasce il nome della vostra libreria?

Il nome è composto dalle parole “libro” e “polis”, in greco “città”: città del libro.
La ragione sociale è “la musica, le parole, le cose”, ovvero un luogo dove scambiare idee, pareri e trovare una diversità di proposte.

Cosa ti ha spinto a intraprendere questa coraggiosa e stimolante avventura?

Prima frequentavo l’università e avevo solo lavori temporanei, nulla di importante. Poi, lavorando in libreria come stagionale, mi sono innamorata di questo lavoro. Sono curiosa per natura e, nonostante non fossi una divoratrice di libri, mi sono lasciata sedurre dal mondo dei libri. Adoravo la dimensione umana di questo lavoro, il fatto di poter aiutare il cliente consigliando il libro giusto, diversificando e adattando il consiglio caso per caso.
Quando il vecchio socio mi ha proposto di entrare in società, le prime emozioni sono state la gioia di intraprendere una nuova impresa e, ovviamente, come in ogni viaggio che si rispetti, la paura del nuovo, di un futuro ancora da costruire. Ne ho parlato con i miei genitori, loro hanno da subito recepito il mio amore per questo lavoro e mi hanno spinto a gettarmi in quest’avventura. 

Il problema più grande era l’impegno economico, che ho risolto accendendo un mutuo. Ho continuato a lavorare, come facevo ormai da un anno, cercando di rubare il più possibile da chi mi ha preceduto, cercando soprattutto un approccio con il cliente che mi permettesse di entrare in empatia, comprenderlo e capirne le esigenze specifiche. Sono stati giorni pieni, faticosi e incantevoli. Leggevo di tutto, dai libri per bambini ai saggi, dalla filosofia al giardinaggio, anche di argomenti che non erano fra i miei preferiti, proprio perché mi rendevo conto che dovevo essere in grado di fornire al cliente una proposta a 360 gradi e volevo farlo nel migliore dei modi.

Non è sempre stato facile. 
All’inizio ero timida, impacciata, avevo il timore di non essere all’altezza della situazione. Poi, per fortuna, col passare del tempo, ho trovato la mia sicurezza, ed ero orgogliosa quando un cliente tornava soddisfatto a raccontarmi quanto bene gli avesse fatto il libro che gli avevo consigliato. Ce la stavo facendo, e lo facevo bene. Adesso i clienti sono contenti e io insieme a loro. 
San Giuliano, il nostro territorio, risponde molto bene, anche perché ormai, dopo oltre trent’anni, siamo un’istituzione qui. Ed è un’emozione indescrivibile vedere i bambini di ieri tornare oggi, da adulti, a comprare libri da noi con i loro, di bambini. 

Qualcuno dice: “È più comodo prenotare il libro su una piattaforma online e farmelo mandare a casa”. Al di là degli aspetti morali ed etici del discorso, cosa differenzia la vostra proposta da quella di Amazon, per esempio, o di un qualunque distributore online?

La nostra proposta è frutto di ricerca e non omologata a un mercato condizionato da grandi gruppi editoriali, e i nostri clienti apprezzano questa scelta. Rispetto ai distributori online noi siamo umani, diamo consigli, supporto e assistenza, cerchiamo di abbinare il giusto libro alla persona destinataria, qualcosa che si sposi con le sue preferenze e sia adatto a lei, come un vestito.

Quali sono le vostre iniziative future, i progetti in previsione?

Ovviamente presentazioni, con particolare attenzione a tematiche sociali (diversità di genere, violenza sulle donne, Resistenza e antifascismo). A dicembre ospiteremo Medici senza frontiere, per divulgare il loro operato. Molti sono anche gli incontri dedicati a bambini e ragazzi, come quello con un apicultore locale, quello in cui un esperto spiegherà loro come disegnare i manga, e naturalmente i pomeriggi di giochi e lettura.

Secondo i dati forniti dall’Aie (Associazione Italiana Editori), nel 2021 si è verificata una crescita del 16% del mercato del libro in Italia, il che sarebbe un dato confortante o, quanto meno, un segnale positivo che fa sperare in una ricrescita della lettura nel nostro Paese. Confermi questo trend, per quanto riguarda la vostra libreria?

Crescita del mercato del libro, purtroppo, non equivale ad aumenti di vendita nelle librerie. Molto in aumento è comunque il settore bambini, ma anche il settore che individua e indaga particolari disagi o difficoltà (dsa, dislessia, discalculia, difficoltà di apprendimento, disagio sociale, ansia e paure).
Credo che sia un dato molto importante e confortante, anche se sinceramente non credo molto a queste statistiche. Spesso, infatti, si basano solo su un dato forviante, ovvero sulle vendite che l’editore fa nei punti vendita (molto spesso con invii d’ufficio e forzati) ma NON conteggia i libri realmente acquistati dal cliente finale, portati a casa e letti!

Cosa diresti a un affezionato cliente da tastiera, per invogliarlo a farvi visita?

Poter scegliere un libro in un ambiente confortevole facendo due chiacchiere, poterlo toccare e annusare, confrontarsi e cercare nello scaffale più segreto della libreria il libro che ti sta aspettando non ha prezzo. Per tutto il resto c’è Amazon.

Che consiglio daresti a chi volesse aprire una libreria nella sua città?

Auguri! Scherzi a parte, è il tipo di lavoro che fai per passione e non per soldi.
Il negozio assorbe tutto il tuo tempo libero fisico e mentale. Il rapporto con i clienti non è sempre facile, devi avere pazienza ed essere lungimirante, non scoraggiarti e aver voglia di creare la libreria che ancora non esiste perché è la tua.
Più librerie si apriranno e più menti si apriranno!

Da libraia, cosa ne pensi del grande numero di pubblicazioni (nel 2021 più di 85mila libri) e come ti regoli nella scelta dei libri da acquistare e promuovere?

Troppe pubblicazioni confondono il mercato facendo emergere solo chi ha potere di visibilità. Io scelgo di tenere in libreria tutto quello che mi piace, di avere proposte per il maggior numero di argomenti, di seguire il consiglio dei clienti su alcune case editrici o autori. Tutto quello che si trova nelle grandi catene o nella grande distribuzione non mi interessa.

Un’ultima domanda che sembra fuori dal contesto, ma che ha una sua attinenza. Una celebre frase attribuita a Steinbeck è: “Non sono le persone a fare i viaggi, ma i viaggi a fare le persone”. È vero, i suoi viaggi dicono molto di una persona. Per quanto riguarda la tua esperienza, i tuoi viaggi, quali sono i luoghi in cui più ti sei ritrovata e perché? 

I miei viaggi si concentrano molto in Africa nera, posti remoti, abbandonati e derubati dall’Occidente. Luoghi spogli e privi di surplus ma pieni di umanità, di rapporti umani.

In che misura questi viaggi influenzano le tue letture?

Direi tantissimo, una volta conosciuti i posti più remoti dell’Africa ho provato una voglia immensa di capire, imparare, di scoprire tutto quello che riguardava quella parte di mondo.
Così sono sempre alla ricerca di nuove pubblicazioni che sazino la mia fame di conoscenza; dall’antropologia, alla morfologia, alle tradizioni e contraddizioni che fanno del Paese africano quel continente così vasto e ancora così incompreso.

Siamo alla fine. Vuoi aggiungere qualcosa?

In generale vorrei solo fare una riflessione. Sono i piccoli negozi di vicinato che animano e tengono viva una città, un quartiere. I negozianti hanno cura della propria città, della via in cui lavorano e sono un punto di riferimento e di socialità; penalizzarli, solamente per comodità di acquisto, equivale a una chiusura alla vivibilità. Per tutti.

Grazie, Valeria, per il tuo tempo e la tua gentilezza. Non posso che condividere il tuo pensiero e schierarmi dalla parte delle librerie indipendenti. I miei migliori auguri a libraie e librai che temerari combattono ogni giorno contro i giganti del mercato editoriale, rendendo possibile e favorendo l’incontro dei lettori con autori nuovi o poco conosciuti che, pur di qualità, non trovano spazio nelle librerie di catena. Tenete duro, siamo con voi!

“I superflui”, di Dante Arfelli | Recensione

Prosegue il mio viaggio alla (ri)scoperta di nomi e titoli dimenticati o a cui non è stato tributato il giusto valore. Dante Arfelli è l’autore del romanzo I superflui (Rizzoli, 1949) e nonostante abbia vinto il Premio Venezia (precursore dell’attuale Campiello) e venduto quasi un milione di copie negli Stati Uniti, oggi in Italia è pressoché sconosciuto.
Ha pubblicato poco, Arfelli, un paio di romanzi, una raccolta di racconti e un’altra di riflessioni, postuma. Aveva 28 anni quando ha pubblicato I superflui, e il Premio Venezia, del valore di mezzo milione di lire, gli era valso la fama mondiale e con essa un’iniezione di fiducia in se stesso e nelle sue competenze autoriali, proiettandolo spedito verso il secondo romanzo: La quinta generazione (Rizzoli, 1951). Poi una profonda depressione s’è impadronita di lui e lo ha accompagnato negli anni, portandolo a smettere di scrivere e a riprendere solo alla fine della sua esistenza, presso la residenza per anziani dove avrebbe terminato i suoi giorni. 
Doverosa premessa per un autore che in Italia, come detto, si conosce e apprezza (troppo) poco. 

I superflui è un romanzo crudo e umano, nessuno spazio a poesia o immagini edulcorate. Solo la realtà. Uno spaccato della società nell’immediato dopoguerra, in cui i giovani dovevano arrabattarsi tra le macerie del conflitto alla ricerca di un futuro. 

Protagonista è Luca, un giovane provinciale che arriva a Roma tentato dalle possibilità lavorative della città. Appena giunto alla stazione, è avvicinato da Lidia, una prostituta che si rivelerà prima Mentore del suo viaggio nella società cittadina. Oltre al proprio letto, la ragazza gli offre la propria casa, che affitta da una scontrosa e anziana vedova. 

Luca ha portato con sé un paio di lettere di raccomandazione con cui cerca di incontrare il favore di persone influenti in città in grado di offrirgli un lavoro, ma i risultati sono scarsi. Tramite l’intercessione dell’amico Alberto, cerca di costruirsi una rete di conoscenze che gli permetta di introdursi nell’esclusiva società dei benestanti, ma anche qui si assiste al perpetuarsi dell’idiosincrasia tra i ceti: i riccastri figli di riccastri, giovani vitelloni che frequentano le importanti università e arrivano alla laurea senza alcuna preoccupazione, e i meno abbienti che, come Luca, si arrabattano alla strenua ricerca di un impiego qualsiasi che permetta loro il minimo sostentamento. 

La figura di Lidia assume gradualmente sempre più importanza nel corso del libro. Da relazione di due sconosciuti che si incontrano e passano una notte insieme – una per lavoro, l’altro per trovare accoglienza in una città sconosciuta –, la loro diventa qualcosa di più serio, un’amicizia, un cercarsi, un affidarsi l’uno all’altra, ma mai fino in fondo. Mai dichiarandolo apertamente. Perché lei è una prostituta e quest’onta di disonore la accompagna come un vestito marcescente.

Alberto, giovane rampollo di una famiglia agiata che mai ha conosciuto la povertà e che frequenta con nonchalance i migliori salotti della capitale, tratta Lidia alla stregua di una bambola da poco, che può insultare, denigrare, umiliare a proprio piacimento poiché indegna di alcuna considerazione né rispetto. Le fa scherzi pesanti, la tocca davanti a tutti, senza curarsi della sua dignità, senza considerarla una donna. Ai suoi occhi è solo una prostituta. Qualcosa di superfluo.

Lo stesso Luca cerca di frenare qualsiasi sentimento per lei pensandola come una prostituta e, in quanto tale, non una vera donna, non qualcuno con cui costruire un futuro – senza mai del tutto comprendere o accettare che la sua posizione all’interno della società è simile a quella di lei. Un superfluo, anche lui.

E questa poi non era una donna, era una prostituta, una cosa diversa. 

Ragazza che rivelerà un animo generoso, ai limiti dell’amore umano. Figura pura, lieve, generosa, eppure bistrattata dai ceti sociali più alti. Che appaiono superficiali, mai in grado di concedersi un gesto sincero, spontaneo e caritatevole nei confronti di chi sta peggio. Solo offese e umilianti provocazioni.

Arfelli ritrae con sguardo lucido e inclemente un periodo, quello del dopoguerra, che può essere traslato in ogni epoca storica, con i giovani benestanti che tranquilli raggiungono traguardi inarrivabili per il ceto di Luca, inneggiando con noncuranza: “Da domani saremo nuovi disoccupati!”

Un romanzo moderno, toccante e disperato, che per temi, circostanze sociali e personaggi mi ha ricordato La bella estate di Cesare Pavese e, per il cinismo di fondo del romanzo, il distacco e l’apatia del protagonista rispetto ai fatti della vita, Lo straniero di Albert Camus.

Arfelli è un autore che non spiega le cose, le fa percepire al lettore per insinuazione. E anche in questo senso, la sua prosa è molto moderna.

Pensò ancora: lui viveva e agiva e parlava e aveva gli occhi per vedere le case, gli alberi, i giorni, un gatto, tutto ciò che esisteva fuori di lui e formava il mondo nel quale gli uomini si muovevano, il mondo che era dentro la sua testa, perché senza questa tutte quelle cose non ci sarebbero state più. Dentro quel ventre c’erano ormai una testa con i fiori, gli alberi, il cielo, il gatto; solo che colui che vi si stava formando non ne aveva coscienza, non le vedeva ancora. Era una cosa ben terribile il ventre della donna e il suo scopo, solamente ora Luca lo vedeva chiaro, non era il divertimento, ma la vita.

Un particolare interessante è che la sessualità, pur presente nel romanzo, non è mai trattata come qualcosa di gioioso o liberatorio, ma sempre con un imbarazzato disagio da parte di Luca. “Tormentato”, “angosciato”, sono gli aggettivi che Arfelli associa al momento di incontro dei sensi. Una sorta di ansia da prestazione che aleggia, che impedisce a Luca di lasciarsi andare e che esprime il senso di precarietà esistenziale, la paura di legarsi a qualcuno e il senso di colpa di concedersi qualcosa subito dopo aver sofferto i dolori le privazioni, la fame della guerra. Fame che Luca vede sempre come una possibilità, nemmeno troppo remota, all’orizzonte, e con cui tutto il ceto sociale di cui fa parte deve fare i conti, ogni giorno.

Una durezza affascinante, una prosa raffinata, di rara sensibilità. 
E un encomio alla casa editrice romana Reader for blind, che ha riportato in libreria I superflui e La quinta generazioneristampandoli dopo più di settant’anni dalla prima pubblicazione.

“Casino totale”, di Jean-Claude Izzo | Mini recensione

Un noir a tinte fosche nella Marsiglia sfiancata dalla delinquenza, dall’immigrazione massiva senza integrazione. Un poliziotto in crisi cerca giustizia per una ragazza stuprata e uccisa e, a mano a mano che ricompone la pista sulle orme dei colpevoli, incappa negli episodi della propria vita, e con essi – mai risolti – si trova a dovere rifare i conti. 
Una storia che si contorce, si ramifica, si ritorce su se stessa fino a diventare quel “casino” citato nel titolo. Un casino difficile da seguire, ma incantevole da leggere. 
Lo stile linguistico di Izzo è unico, la sua voce talmente unica che è in grado di influenzare chi, dopo averne letto uno suo, volesse scrivere un libro a sua volta. I periodi paratattici creano ritmi martellanti con frasi così scabre e asciutte da togliere il fiato.

Jean-Claude Izzo

E poi la ricerca dell’anima, nella radice profonda dell’umano inteso come essenza, come urgenza alla vita, la necessità di vivere, di esistere, giù negli abissi.
Izzo affonda in tutto questo senza la paura di sporcarsi le mani. Con lei, Marsiglia, sempre incombente all’orizzonte nella sua versione più cupa, ma ugualmente materna.

Marsiglia non è una città per turisti. Non c’è niente da vedere. La sua bellezza non si fotografa. Si condivide. Qui, bisogna schierarsi. Appassionarsi. Essere per, essere contro. Essere, violentemente. Solo allora, ciò che c’è da vedere si lascia vedere. E allora è troppo tardi, si è già in pieno dramma. Un dramma atipico dove l’eroe è la morte. A Marsiglia, anche per perdere bisogna sapersi battere.

“Un uomo”, di Oriana Fallaci | Recensione

Terminati i funerali del prologo, il romanzo compie un grande balzo indietro nel tempo e si apre con il tentativo di assassinio del tiranno greco Geōrgios Papadopulos, il 13 agosto 1968, da parte di colui che sarà protagonista assoluto, fin dal titolo, del libro: il politico rivoluzionario Alekos Panagulis.

Un uomo” è un romanzo è impostato come una sorta di lettera post mortem da parte dell’autrice Oriana Fallaci (sua compagna di vita per tre anni) che si rivolge a lui come se fosse vivo, in seconda persona. Questo libro è il tentativo di mantenere la promessa che lui le aveva strappato ancora in vita: raccontarne le gesta, la verità e le virtù, dopo la sua morte. 

Panagulis, personaggio parecchio scomodo per i tiranni che si sono succeduti sugli scranni del potere greco nel periodo dei Colonnelli (e anche nel successivo), è stato catturato dai greci di Papadopulos, incarcerato e torturato per anni, rinchiuso a Boiati in una “tomba” come la chiamavano i suoi carcerieri, il loculo strettissimo in cui era imprigionato. La prima parte del libro racconta questo periodo di segregazione: le sevizie, i trasferimenti, le torture, le privazioni. I suoi capricci, le sue testardaggini, le sue provocazioni. I suoi vani tentativi di fuga.

Quando Panagulis, con un’amnistia, esce dal carcere, l’autrice entra in scena in prima persona. Risale infatti a quei giorni il loro primo incontro. Nasce il loro rapporto, relazione malsana, il loro tossico stare insieme.
Il racconto di “un uomo” visto dagli occhi della sua compagna.

La narrazione inizialmente è di tipo giornalistico, risentendo della professione di inviata “alla guerra”, come le piace ripetere. Quindi piuttosto asciutta, cruda, riporta la notizia scevra di abbellimenti o trovate drammatiche. Poi però a fasi alterne entrano inserti che parlano di intimità, del sé, della percezione che il suo essere trasmetteva all’autrice. Qui il linguaggio si concede un registro più alto, meno materico, e la prosa prende il sopravvento sulla trama, sui fatti storici narrati.

Pur ritratto attraverso le lenti dell’infatuazione, della stima dell’autrice nei suoi confronti, il personaggio tratteggiato è un uomo tutt’altro che affascinante. È saccente, irritante, pieno di sé, molto spesso arrogante, violento e fin misogino. La sua vita, le sue trovate, i suoi eccessi e lei, Fallaci, accanto a lui, sempre e comunque, come – ed è lei a trovare questa definizione di se stessa – il suo Sancho Panza. 

Lei, viceversa, ne esce come succube, schiacciata dalla sua personalità che molti definirebbero “forte”, quando invece rappresenta l’archetipo della persona insicura: narcisista, sempre al centro e sempre a caccia dell’approvazione. 
Persino Fallaci lo descrive a un certo punto, quando lentamente inizia a rinsavire circa le sue pulsioni verso di lui, come un fallito più che un eroe, con l’elenco di tutti i suoi fallimenti, sottolineando come nella vita di quest’uomo ogni azione non sia mai stata portata a compimento.

Insomma, qualsiasi cosa tu avessi intrapreso ti sei ritrovato con un pugno di sabbia in mano e tutto era andato male, tutto, come dinamitardo e come cospiratore, come tribuno e come pensatore, come politico e come leader. Anche come leader visto che ad ascoltarti erano sempre stati pochi gregari soggiogati dal tuo fascino non attratti dal tuo messaggio, che un po’ di gente ti aveva seguito il pomeriggio del corteo e basta, sulla scia di un gesto non capito. Mai un discepolo, un vero complice al quale appoggiarti. L’unico interlocutore che ti era stato accanto nel deserto di quegli anni ero io, che però basavo il legame sugli equivoci fondamentali dell’amore. 

La parte forse più interessante e autentica del libro è quando lei, durante la sua fuga di diciassette giorni a New York, cerca di spiegarsi cosa l’abbia tenuta legata a lui fino a quel momento, perché sia rimasta invece di scappare visti i suoi tradimenti, “le sue smoderatezze, le sue ferocie, le sue sfuriate cattive e senza senso, le sue ebrezze, le sue durezze di roccia, le sue chiusure da ostrica”, e le sue violenze.
Si dà come risposta l’amore. Un amore senza la fase dell’innamoramento.

Ti amavo come non avevo mai amato una creatura al mondo, come non avrei mai amato nessuno.  Ti amavo, perdio. Ti amavo al punto di non poter sopportare l’idea di ferirti pur essendo ferita, di tradirti pur essendo tradita, e amandoti amavo i tuoi difetti, le tue colpe, i tuoi errori, le tue bugie, le tue bruttezze, le tue miserie, le tue volgarità, le tue contraddizioni, il tuo corpo con le sue spalle troppo tonde, le tue braccia troppo corte, le tue mani troppo tozze, le tue unghie strappate. E certo l’amore non ha per oggetto un corpo, però anche se eravamo separati da un oceano quel corpo io lo portavo a letto con me, nel ricordo l’abbracciavo forte come quando abitavamo la casa nel bosco d’inverno e la notte faceva freddo e ci scaldavamo così.

La scrittura è lineare, chiara, a volte placida nel suo incedere, a volte brutale, a volte ammantata da riflessi aulici ai quali l’autrice non lascia mai prendere il sopravvento. 

Come un uragano che s’annuncia con l’illividirsi del cielo, un mugghiare soffocato del vento che dopo un lungo covare s’abbatte sull’immobilità delle cose allagando, schiantando rami, sradicando alberi, scoperchiando tetti, così ti preparavi a scatenarti: condensare i tuoi mille volti in un volto solo.

Analizzando lo stile, è interessante notare l’utilizzo della reiterazione, figura retorica che mira a fissare i concetti e a rinforzare la relazione con il lettore tenendone alta l’attenzione. L’autrice tende a usare un’immagine forte, che spicca nel periodo, per poi allargare il concetto espresso e riprenderlo con la stessa immagine utilizzata poco prima. Nel seguente brano, Fallaci parla di un momento estremamente animato: un duello tra automobili. Sottolinea come nonostante la situazione sia ai limiti della nevrosi e lei faccia di tutto per porre Alekos davanti all’evidenza del pericolo imminente, lui, sordo alle sue proteste, si ostini a pigiare sull’acceleratore, continuando di fatto la sfida fino a esacerbarla. 

La reiterazione, qui, ha la funzione di rafforzare il concetto e aumentare il coinvolgimento del lettore. Una breve e immediata descrizione di Alekos pallido e teso, le mani strette al volante e l’acceleratore pigiato, seguita da un flusso di coscienza inarrestabile – in cui l’autrice omette la punteggiatura per rafforzare il senso di agitazione – in un crescendo che, invece di trovare sbocco in un climax, si arresta con la ripetizione della descrizione, identica a prima, accostando l’immagine fissa di lui al tripudio di sensazioni di lei. La seconda descrizione, per il contrasto con il fiume di emozioni che lo precede, diventa ancora più potente. 

E tu lo sapevi. Però non cedevi. Il volto pallido, teso, le mani strette al volante pigiavi sull’acceleratore, di più, sempre di più, sbandando, sterzando, slittando, mentre io ti supplicavo lasciali andare per carità, ci ammazzeremo, non vedi che si fanno beffe di te, potrebbero fuggire in qualsiasi momento, non fuggono per tenerci a bada e condurci chissà dove, non puoi raggiungerli e se li raggiungi è peggio, loro sono quattro e noi siamo due, loro sono sicuramente armati e noi no, se non ci ammazziamo finendo fuori strada ci ammazzano loro e morire così è una stoltezza, perché vuoi fare morire anche me, non hai il diritto di sacrificare anche gli altri insieme a te stesso, non è giusto non è civile. E terrorizzata, indignata, ti ingiuriavo, ti maledivo, ti supplicavo. Ma tu, il volto pallido, teso, le mani strette al volante continuavi a pigiare sull’acceleratore, a sbandare, sterzare, slittare e non mi degnavi d’una risposta, d’un monosillabo, d’un gesto.

È un tributo a un uomo speciale, un registro delle sue vicissitudini perché non vadano dimenticate. Eppure non è solo questo. È un romanzo, a tutti gli effetti. C’è uno stile autoriale definito, ci sono (e visibili) le tecniche e gli espedienti per tenere alta la tensione narrativa; per questo motivo è possibile spingerci anche a fare un appunto sul versante narratologico
A mio avviso, il romanzo tarda a raggiungere il finale. 
Dal momento in cui Alekos torna in Grecia per l’ultimo mese di vita (l’intera parte sesta), il lettore sa già “come andrà a finire”. È tutto già svelato. È storia. Non c’è nemmeno più lei, rimasta in Italia, a fargli da contrappunto: non c’è più conflitto. Alekos va da solo, indisturbato, avanti verso la propria fine (e il lettore lo sa perché già anticipato nel testo) e per questo – come racconto – risulta meno interessante. 

Un libro ponderoso, complesso e ricco, scritto con una prosa raffinata e solida, che alterna momenti di cronaca, di denuncia, ad altri introspettivi e autentici, di profonda coscienza di sé.

“Piccole indecenze”, di Andrea Pellegrini | Recensione

Giosuè Greco è il vetturino del Conte Arese, il quale, parecchio geloso e preoccupato delle frequentazioni della moglie, lo incarica di tenerla d’occhio, soprattutto in sua assenza. Tra il puzzo nebbioso delle stalle e i dipinti preziosi alle pareti dei palazzi, Giosuè porta con sé il lettore in un viaggio nella Milano a cavallo tra Sette e Ottocento, popolata da contesse, poeti, briganti, servitori e cicisbei. Il compito del servitore è monitorare i movimenti della Contessa, annotarli e riportarli al Conte. 

Due espedienti caratterizzano il romanzo di Andrea Pellegrini Piccole indecenze, uscito all’inizio di quest’anno per Castelvecchi Editore. Innanzitutto il genere: la bio-fiction. 
Tratteggiare il ritratto di un personaggio storico realmente vissuto attraverso la lente della fiction, dell’invenzione narrativa. La storia romanzata, si sarebbe detto tempo fa. 
La seconda idea che scompiglia le carte in tavola è il punto di vista. Non è solo una narrazione in terza persona. È un diario. Il diario di un uomo semplice, senza grandi ambizioni, che per compiacere il suo signore si ritrova a penetrare e a descrivere un mondo empio, gonfio di sotterfugi e tradimenti, in una città, la Milano napoleonica, abituata alle scappatelle e alle tresche, ma pronta a sconvolgersi se queste vengono alla luce. “Nella Milano del tempo” riporta la quarta di copertina, “è lecito collezionare concubini ma non indecenze”. La mondana borghesia dell’epoca osservata dall’occhio acquiescente e vigile dello staffiere Giosuè.

Il romanzo è il suo diario, la raccolta dei suoi appunti. Milano, 25 luglio 1801 è la prima data annotata sul suo primo quaderno (sono quattro in tutto a comporre la struttura) e l’amante della Contessa è il letterato Ugo Foscolo, che si strugge per la Contessa di quell’amore romantico e universalmente noto, intessuto di passione ed eccessi, di struggimenti e abbandoni, in questo caso anche ammantato dall’ombra della pena che il poeta nutre per la condizione umana. 

Elegante e pacata è la scrittura di Andrea Pellegrini, già autore di diversi saggi e di un romanzo su Vincenzo Cardarelli, Lettera dalla Norvegia (Fara, 2006), vincitore del Premio Pontiggia. E se di poeti si vuol parlare, vale la pena sottolineare come anche la prosa di Pellegrini sia vicina alla poesia, per musicalità, ricercatezza del vocabolo, attenzione al particolare evocativo, costruzione sintattica e metrica. 

È stato alla taverna, a consigliarmelo, il servo.

Si noti la figura sintattica dell’anastrofe, tipica della poesia. Come costruzione, il componimento poetico più semplice da accostare per somiglianza è Soldati di Giuseppe Ungaretti: “Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”. Ma anche il sonetto Alla sera, dello stesso Ugo Foscolo: “Forse perché della fatal quïete / tu sei l’immago a me sí cara vieni (…)”. 

Oppure quest’altra frase:

E mentre annoto queste ultime fa caldissimo. Una foglia non si muove nemmeno ora ch’è notte.

Ricorda lo sguardo notturno, malinconico e delicato di Cesare Pavese, autore che risuona nel romanzo anche altrove. Per esempio in alcuni luoghi che il protagonista sfiora, le Langhe, o forse anche nel nome della giovane amante di Giosuè, Teresa (come la Teresa Motta che fu collaboratrice e per un breve periodo amante di Pavese). Questo movimento dolce e sospeso accompagna l’intera narrazione, tramutato nella tensione (prettamente sensuale) di Giosuè verso la sua Teresina.

Quella della bio-ficiton è giocoforza una narrativa vicina alla saggistica, per contenuti e ricerche pregresse dell’autore su tempo, eventi e personaggi storici narrati, e in questi casi il rischio è, per un autore non abbastanza rodato e consapevole, quello di perdere la via della narrazione, infarcendola di nozioni fini a se stesse, non giustificate dall’intreccio o dalla trama, sbrodolamenti nozionistici che procurano sfilacciamenti della tensione narrativa. Andrea Pellegrini, però, docente di letteratura che già in passato si è cimentato con successo in un’analoga impresa, affronta la sfida e la supera con maestria, componendo un racconto efficace e godibile. 
Gli inserti storici sono posti con cognizione e si apprezzano per la loro genuina tempestività, riempiono il racconto e lo rendono ancora più vivo, più autentico. È Giosuè che parla, lo si sente: il narratore. Non l’autore.

Per evitare rovesci, la prima nomina dei membri del governo è stata francese, a dire il vero. Al potere sono saliti i signori soliti, come il mio Conte Arese, ecc. Ma presto a governare sarà il popolo, noi, o almeno è quello che hanno promesso. E nei borghi come questo, nei paesi lontani dei teatri e dalla politica com’è Bergamo, il sacro fuoco della libertà si riesce ad annusare anche da una finestra socchiusa.

Lo stile ha un profumo retrò, attento alla parola, alla metrica e alla musicalità. La frase costruita con attenzione orafa, il periodo arioso, ritmato e cadenzato, volutamente più articolato e complesso della paratattica e immediata prosa moderna, sia per favorire l’immersione del lettore nel periodo storico narrato sia per un evidente amore dell’autore per la letteratura, per la parola e per i preziosi intarsi che la stessa è in grado generare.
Un libro che consiglio, e che per completezza e maturità fa riflettere su come vengano assegnati i premi letterari di prestigio in Italia.