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Ioscrittore 2022, come funziona quest’anno (e qualche consiglio)

Ci siamo quasi. Sta per iniziare il concorso Ioscrittore 2022!
Cos’è, come funziona, quali tattiche adottare? Io ho partecipato due volte, entrambe le volte arrivando in finale. Ti racconto come funziona e ti do qualche piccolo consiglio.

Cos’è Ioscrittore?
Ioscrittore è il concorso del Gruppo editoriale Mauri Spagnol per aspiranti scrittori. Molto seguito, nel 2020 sono stati 5.600 circa i partecipanti. In palio la pubblicazione con una delle case editrici del Gruppo.

Ecco come funziona. 
Puoi iscriverti già adesso, e da dicembre ad aprile caricare il tuo incipit sulla piattaforma. Il file, che deve seguire alcune norme grafiche descritte sul regolamento, dovrà contenere le prime pagine del tuo romanzo (da 30.000 a 60.000 battute). 
Ad aprile inizia il lavoro. 

Sul tuo account personale della piattaforma Ioscrittore ti saranno caricati una decina di incipit (potrebbero essere anche meno) di altri partecipanti. Dovrai leggerli tutti, commentarli, e dare un voto secondo alcuni parametri che ti saranno forniti. Il tuo incipit sarà a sua volta letto da una decina di partecipanti (anche qui il numero può variare leggermente) e commentato. 
Consegnati i tuoi – e solo in questo caso – al termine della prima fase riceverai i commenti sul tuo incipit. In base ai giudizi sarà stilata una classifica (invisibile ai concorrenti) e i primi trecento (l’ultima edizione erano quattrocento) incipit classificati passeranno alla fase finale. 
E qui inizia il bello. 

Le possibilità a questo punto sono tre. 
La prima
: non sei passato, fattene una ragione, leggi i commenti e cerca di migliorare per l’anno prossimo. 
La seconda: non sei passato, ma se vuoi puoi continuare come lettore (potrai ancora giudicare, ma sarai fuori gara). 
La terza: eureka, sei passato! Stappa quello buono e rimettiti all’opera! La fase più “faticosa” comincia adesso. 

È il momento di consegnare il plico. Carichi sulla piattaforma la tua opera (completa, questa volta), e ti saranno caricati dieci romanzi altrui, che dovrai leggere per fine settembre-ottobre, di solito. Leggere e commentare, come hai fatto con gli incipit.
A questo punto intervengono gli editor delle famose case editrici e designano una rosa di 10 finalisti (di questi, tutti avranno il libro pubblicato in versione digitale). 
Ci sarà una giornata finale (le ultime due sono state in remoto) in cui sarà proclamato il vincitore definitivo, quello a cui sarà pubblicato il romanzo in forma cartacea. Fine. Tutto l’iter dura da aprile a novembre.

Analizziamo adesso i pro e i contro del concorso Ioscrittore. 

Pro
È gratuito, è seguito da editor di grandi case editrici, alcuni partecipanti delle edizioni passate sono diventati poi autori di successo (Silvia Celani e Ilaria Tuti, per esempio), e puoi ottenere svariati pareri sul tuo romanzo.

Contro
Avrai da leggere e commentare 10 incipit e, se passi in finale, 10 romanzi interi. Nelle intenzioni degli organizzatori i voti dovrebbero essere dati con criterio, competenza e onestà, ma non sempre accade. Spesso i commenti non sono leali e, spiace dirlo, nemmeno competenti. 

E ora alcuni consigli per avere qualche probabilità in più nel concorso Ioscrittore. 

È uscito il mio nuovo romanzo edito da Aporema Edizioni. Clicca il banner per saperne di più.

CONSIGLI PER IOSCRITTORE

Occhio all’impaginazione. Segui fedelmente le norme grafiche del concorso. Sul sito è possibile scaricare un file di esempio che mostra come impaginare l’opera. Attieniti quanto più riesci a questo esempio.

Concentrati sulle prime pagine. L’incipit è importantissimo e deve acchiappare il lettore da subito (ne parlo più approfonditamente qui). Perciò rendilo potente e accattivante. 

Correzione di bozze. Fai attenzione ai refusi, alla grammatica e rispetta le norme redazionali (virgolette giuste, attenzione agli spazi prima degli apostrofi ecc.). Un testo pieno di errori dà al lettore un immediato senso di amatoriale, e tu non vuoi che questo succeda. Vero?

Falla facile. Non proporre testi troppo lunghi e complicati. Semplici, chiari, leggeri, meglio se ironici – l’ironia acchiappa sempre in questi concorsi – e non troppo lunghi. Sì, c’è un massimo di battute (800.000) ma non è il concorso adatto a presentare tomi mastodontici. 

Tieni presente che il testo sarà letto da persone che come te dovranno leggere e commentarne altri 9, persone che come te stanno partecipando a un concorso e non hanno nessun vantaggio a farti emergere. Anzi. Hai presente quando Alessandro Borghese parla di strategggia? Il principio è lo stesso. Abbassare i voti degli altri per avere più possibilità di vincere. 
Come dici? Puoi fare lo stesso? 
Certo, ma capiamoci: su cinquemila concorrenti ne vince uno, gli altri vincono solo la possibilità di avere dei giudizi sul proprio testo per poterlo migliorare. Non è il caso di essere onesti, leggere fino in fondo le opere altrui e valutarle con correttezza, rispetto e competenza?
Va detto che per invogliare a letture e giudizi più accurati GeMS assegnerà anche il premio Miglior lettore; i primi dieci classificati vinceranno un e-reader e un buono per l’acquisto di libri. 

Per concludere, un paio di segnalazioni per approfondire e trovare altri spunti.

C’è un gruppo Facebook che esiste ormai da anni, ha quasi duemila iscritti che si incontrano per confrontarsi e chiacchierare sugli incipit assegnati e anticipare i loro voti (senza nominare mai i nickname degli autori, pena la squalifica). È un gruppo aperto e, anche se non hai un profilo Facebook, puoi leggerlo tranquillamente.

In questo post, l’autrice Samanta Sitta, (premiata anche come migliore lettrice a Ioscrittore), racconta della sua prima esperienza con il concorso, nel 2019. Interessante e spassoso.

Vuoi raccontare la tua esperienza con Ioscrittore? Scrivilo nei commenti. Mi farebbe piacere conoscere anche la tua testimonianza diretta.
Be’, spero di averti chiarito alcuni dubbi. Dovessi averne altri, sai come contattarmi. Non mi resta che augurarti buona fortuna per la tua partecipazione a Ioscrittore!

La rivolta del ferroviere Mazzei (Matricola 424733), di Goffredo Gorini | Recensione

Dedicato alla silenziosa eroica resistenza di quei ferrovieri che quotidianamente si ribellano ai barbari tentativi di demolire il loro civilissimo mondo.

È la frase posta in esergo con cui si apre il libro e che ne sintetizza in modo ironico l’humus, il substrato di fattori sociali e culturali la cui interazione comporta il nascere delle situazioni e dei fatti del libro stesso.
La rivolta del ferroviere Mazzei (matricola 424733) – edito da La gazza Edizioni – è una raccolta di racconti autoconclusivi in cui il protagonista vive esperienze di vita quotidiana, legate nel loro insieme da un trait d’union facilmente intuibile: il mondo delle ferrovie Milanesi.

Mazzei ­– come lo stesso autore Goffredo Gorini – è ferroviere, ed è tra treni e binari che scorrono le sue giornate, tra bevute con gli amici, discussioni in mensa per della birra rubata, orti abusivi, infortuni scientifici e non, manifestazioni e scioperi. 
Scene di vita di un ferroviere.
Scene che toccano anche momenti storici di Milano, come il periodo della classe operaia, delle manifestazioni e delle cariche della polizia, degli scontri fra i facinorosi appartenenti alle varie fazioni politiche.
Esistono gruppi sociali dietro a determinate tipologie lavorative che sono veri e propri microsistemi autonomi. Essi brulicano di esistenze intrecciate e connesse, e sono dotati di convenzioni che, per chi le abita, da dentro, sono normalità. Un vero e proprio microcosmo, che visto da fuori, da chi non vi appartiene, appare spesso singolare e curioso.
Il mondo dei ferrovieri è uno di questi. 

Guidati dal caronte della voce narrante e da un mentore come Mazzei, è bello introdursi e osservare dall’interno le dinamiche quotidiane, esplorare persone, volti, voci, ambienti, modalità, per noi quasi del tutto inediti. Una visita immersiva da turista, su una navicella blindata e sicura.
La narrazione è in terza persona, una voce narrante di concezione verghiana, per certi versi, che potrebbe essere quella di un collega di Mazzei, e ne condivide idee, visione e punti di vista. 

Altro che furto, il derubato vero era lui, che andava a fare dieci ore di notte in mezzo alla neve con sei gradi sotto zero. E senza giacca a vento, anche. 

La voce narrante tiene la distanza tra il lettore, e loro, i ferrovieri. Ci ricorda che sta parlando con noi, trattandoci come chi non ne sa e che la vede diversamente, cercando di istruirci, di farci capire come ragionano loro. E l’autore lo rende attraverso interventi metanarrativi di metodo manzoniano, rivolti direttamente a chi legge:

Ecco, avanti, ditelo pure. Per voi Mazzei aveva torto a rubare due birre in mensa. 

Mi pare di sentire la cantilena. “Ma se tutti rubassero le birre…” E se tutti pagassero le tasse. E il biglietto del tram. Facile, eh, fare gli onesti. Ma mica tutti andavamo a fare la notte, in quella notte da cani, con le scarpe già bagnate. E col cappotto, poi, senza giacca a vento. Pensatelo, pensatelo pure che il Mazzei facesse il ladro, fate come vi pare, voi onesti uomini. 

I personaggi sono simpatici e dotati di cuore, accomunati da un destino invisibile alla luce del giorno, eppure così vivo e pieno. Il ferroviere Maffei mi ha ricordato l’operaio Massa di “La classe operaia va in paradiso”, e il suo microcosmo lavorativo – in quel caso afferente alle fabbriche di fine anni Sessanta.
Un libro brioso, che con slancio evita pietismi ma incontra molti altri tipi di emozione. 
E mi fermo qui, per non togliervi il gusto della lettura. Lettura che consiglio.

“La viola da gamba è molto rock ‘n’ roll!” – Intervista a Iara Ungarelli

Dopo tanto parlare di Sara e della sua viola, facciamo oggi quattro chiacchiere con Iara Ungarelli, una gambista in carne e ossa.
Musicista, insegnante e concertista brasiliana di viola da gamba, ha accettato di rispondere ad alcune domande su ciò che rappresentano per lei la musica e il suo strumento. 
Iara ha iniziato a studiare la viola da gamba all’età di dieci anni presso l’Escola de Música de Brasília, diplomandosi nel 2009, sotto la supervisione di Cecília Aprigliano. Nel 2015 ha partecipato al workshop promosso da Cultura Artística con Jordi Savall.

Innanzitutto, cosa significa per te la musica?
Molte cose! A volte mi porta in luoghi in cui non sono mai stata e a volte torna in posti che invece conosco fin troppo bene. Mi porta sensazioni ed emozioni, riflessioni, intuizioni molto diverse. La musica, per me, è la possibilità di visitare ed esprimere emozioni che non potrei esprimere a parole.

Come hai scoperto il tuo amore per la musica?
È un amore che esiste da che ho memoria. Fin da bambina mi è sempre piaciuto cantare e ascoltare la musica, è un amore nato in maniera spontanea. Credo che la vera scoperta sia avvenuta quando un insegnante di viola da gamba mi ha chiesto se volevo fare la gambista professionista e senza nemmeno pensarci è uscito dalle mie labbra un semplice e sonoro: Sì!

Strumento molto affascinante ma altrettanto insolito, come ti sei avvicinata alla viola da gamba?
Ho avuto il privilegio di studiare in una scuola pubblica a Brasilia, l’Escola de Música de Brasília (EMB), che offre la possibilità di frequentare il corso di viola da gamba; allora era l’unico in Brasile. Ho avuto l’onore di essere la prima persona a diplomarsi in questo corso, sotto la guida di Cecília Aprigliano.
Ho conosciuto la viola da gamba quando avevo dieci anni. Avrei voluto studiare il basso acustico, ma non c’erano lezioni per bambini della mia taglia. Avevo pensato al violoncello, ma la professoressa non poteva darmi lezioni durante il turno in cui studiavo, e mi ha suggerito di studiare la viola da gamba. L’avevo già vista a scuola e l’avevo trovato uno strumento estremamente affascinante!

Come hai deciso che sarebbe stato il tuo strumento?
Suonavo la viola da gamba da circa tre anni. Non conoscevo l’universo della musica antica, e a poco a poco stavo perdendo interesse per lo studio. Quando ho informato Cecilia che avevo intenzione di cambiare strumento e di passare alla chitarra, lei mi ha consigliato di aspettare, di prendermi le vacanze per decidere. E mi ha regalato una cassetta di Jordi Savall; suonava le composizioni di Diego Ortiz. L’ho consumata, in quella vacanza, a furia di ascoltarla. Mi piace la musica rock, e trovavo il suono della viola molto rock ‘n’ roll! 
Così ho deciso di rimanere sullo strumento ancora un po’, e ad oggi posso dire che quello è stato l’anno in cui mi sono definitivamente innamorata della viola da gamba.

Jordi Savall suona Diego Ortiz.

Sono d’accordo con te, la viola è assolutamente rock! Per concludere, c’è qualche aneddoto del tuo percorso musicale che ci vuoi raccontare?
Ricordo inizialmente di essermi sentita a disagio per via delle molte persone che interrompevano il mio studio nei corridoi della Escola de Música de Brasília, per chiedermi che strumento stessi suonando. Poi, col tempo, mi sono sentita onorata di rispondere alle loro domande. Avevo escogitato persino una sorta di gioco con me stessa: mi sfidavo a rispondere sempre meglio, e nel modo più dettagliato possibile – anche se, certo, a volte dovevo tagliare corto per tornare a studiare!
Una volta un tale mi si avvicinò e mi disse che avrei dovuto studiare violoncello, insieme alla viola, perché se mi fossi concentrata solo sulla viola da gamba, non avrei avuto sbocchi professionali. Mi fa ridere pensarci. Quel tizio non sapeva che “solo” la viola da gamba è un universo sterminato, ricchissimo, pieno di sorprese, avventure, sapori e possibilità!

Grazie di cuore a Iara per la disponibilità e la simpatia (e a Chiara Mutti per l’aiuto con la traduzione). Per gli amici del Brasile, riporto di seguito le risposte originali. | Obrigado a Iara pela disponibilidade e simpatia. Para os amigos do Brasil, transcrevo as respostas originais.

Primeiro, o que a música significa para você?
Muitas coisas! Às vezes ela me leva a lugares onde nunca estive e às vezes de volta a lugares que conheço muito bem. Me traz sensações e emoções muito diversas, reflexões, insights… Música pra mim é a possibilidade de visitar e expressar emoções que não são possíveis por meio da palavra ou mesmo do pensamento. 

Como você descobriu o amor pela música?
O amor existe desde que me entendo por gente, desde pequena sinto prazer em cantar e ouvir música, então esse amor sempre foi muito natural pra mim. Acho que a descoberta da sua intensidade se deu quando um professor de viola da gamba me perguntou se eu queria ser gambista profissional e sem nem pensar sobre o assunto, saiu um simples e sonoro SIM. Hahaha!

Como você abordou a viola da gamba, um instrumento extremamente fascinante, mas bastante incomum?
Tive o privilégio de estudar numa escola pública em Brasília, a Escola de Música de Brasília (EMB), que oferece o curso de viola da gamba, na época em que cursei era o único do Brasil. Tive a honra de ter sido a primeira a me formar nesse curso, soborientação da Cecília Aprigliano. 
Conheci a viola da gamba aos 10 anos de idade. Eu queria estudar contrabaixo acústico, mas não havia aulas pra crianças do meu tamanho. Pensei no cello, mas a professora não podia dar aulas pra mim no turno em que eu estudava e ela me indicou estudar a viola da gamba. Eu já tinha visto na escola e tinha achado um instrumento muito bonito!

Como você decidiu que seria suo instrumento?
Tinha uns 3 anos que eu tocava viola da gamba, mas eu ainda não conhecia o universo da Música Antiga pra além da EMB, então fui perdendo interesse em continuar estudando. Quando informei minha professora que estava com vontade de mudar pro violão, ela disse pra eu esperar as férias pra decidir e me deu uma fita de presente com a gravação do Jordi Savall tocando as recercadas do Diego Ortiz. Passei as férias fascinada por aquela fita. Eu estava gostando muito de bandas de rock e achei aquele som muito rock ‘n’ roll! Hahaha
Decidi então ficar mais um tempo no instrumento e hoje eu diria que aquele foi o ano em que eu me apaixonei definitivamente pela viola da gamba. 

Você pode me contar brevemente sobre a sua trajetória musical, desde as primeiras tentativas de produzir sons com o arco até o ensino da viola?
Me lembro de inicialmente me sentir incomodada quando muitas pessoas interrompiam meu estudo nos corredores da escola de música de Brasília pra me perguntar que instrumento era aquele que eu estava tocando. Ao longo do tempo, fui me sentindo honrada por poder responder àquelas perguntas, comecei a recebê-las numa espécie de brincadeira comigo mesma, me desafiando a respondê-las cada vez melhor, com mais detalhes. Óbvio que às vezes ainda respondia bem resumidamente pra voltar logo ao meu estudo! 
Me lembro de uma vez ser abordada por um senhor que me disse que eu deveria estudar violoncelo paralelamente, pois afinal eu não teria oportunidades profissionais se focasse só na viola da gamba. Mal sabia ele que “só” a viola da gamba é um universo riquíssimo, cheio de surpresas, aventuras, sabores e possibilidades.

© 2022 – Francesco Montonati
Photo Iara Ungarelli by @marceloversiani

“Rose Madder”, di Stephen King | Recensione

Quando anche Stephen King ti delude.
Da quattordici anni vittima delle violenze del marito, Rose decide di fuggire in un’altra città ed è accolta da una comunità di ragazze in crisi: ragazze madri, tossicodipendenti, ex galeotte e, appunto, vittime di violenze. Mentre il marito Norman parte alla sua ricerca per fargliela pagare, Rose trova un lavoro valido, una casa e l’amore.
La storia è questa. Tutta qui.

Poiché me lo chiedete, vi spiegherò che cosa mi ha suscitato a livello emotivo. Niente.
Se non un filo di rabbia, per aver perso il mio tempo.

Punti di forza: l’autore, Stephen King, del quale si trova accenno forse solo nel nome in copertina scritto a caratteri cubitali. È una bella fortuna avere solo quattro lettere nel cognome.

Non ci siamo per niente.
Stephen King è l’autore di It, per intenderci. Di Shining. Di Misery. Di The body, capolavori stilisticamente scolpiti dalla personalità della scrittura di King, dalla maturità della sua voce autoriale, dalla capacità tecnica di creare mondi dentro e fuori i personaggi. Ma la complessità di una Beverly Marsh è lontana anni luce dalla piattezza di Rose.
Qui è tutto o bianco o nero. Bene e male. Non c’è sfumatura. Non c’è passato altro che quello strettamente necessario alla storia.

Il cattivo, Norman, il marito di Rose, non è nient’altro che cattivo. È un poliziotto che si mangia le persone. Perché? Così. Gli piace mordere. Fin qui, va tutto bene. Ma è possibile che non abbia altri pensieri che non siano “le donne sono tutte puttane, i negri tutti stupidi” ecc.? Pensieri da cattivo, messigli in testa dall’autore (Stephen King, dobbiamo credere davvero che l’abbia scritto lui?) per fargli facilmente indossare i panni dell’archetipo assegnatogli (Il cattivo, appunto).

Rose invece, la protagonista? Lei scappa.
Non sa perché è rimasta quattordici anni a prenderle, poi, un giorno, una goccia di sangue sul cuscino le apre la via – mentale – alla fuga. Prende e va. Ha avuto quattordici anni per pensarci, ma quando parte non ha una meta, un obiettivo. Prende un autobus qualsiasi e via. E meno male che, da adesso in poi, sarà più che fortunata.

A un certo punto, chi-ha-scritto-il-libro si ricorda di essere il “Maestro del brivido” e ci piazza un inserto fantasy, con immagini banali e riferimenti forzati alla mitologia greca (Erinni, labirinti ecc…). Un inserto che si inserisce dal nulla in un contesto di cruda vita reale, e che stona in maniera esemplare con il resto del romanzo. Sì, esemplare. Tale da costituire un esempio, di come non inserire parti a caso in un romanzo.

Essendo Norman un poliziotto stimato e conosciuto per il successo di una recente operazione da lui diretta, Rose ha paura di rivolgersi alla polizia per paura che – come le ha spiegato una volta Norman – i poliziotti vogliano difenderlo. Ma la fortuna di cui abbiamo accennato irrompe ancora una volta nella storia e quelli a cui si rivolge sono poliziotti indefessi e integerrimi, che la aiuteranno. Fortuna un filo buonista (vogliamo mica parlare ancora male delle forze dell’ordine) che spesso nella realtà non ci assiste.
La storia è scontata. Come i personaggi, deboli e piatti, la trama, le situazioni. Gli avvenimenti sono di una povertà imbarazzante, già sentiti e, peggio ancora in un romanzo di King, prevedibili.

Da lui ci si aspetterebbe un’indagine sostanziale delle dinamiche che portano alle situazioni intollerabili che descrive (come gli assassinii, ad esempio, o la violenza sulle donne in questo caso), con approfondimenti sulla psicologia dei personaggi, del loro passato, delle loro interazioni. Il fato, nei suoi libri, si dispone in quel modo non perché l’ha deciso l’autore, ma perché cresce sopra, con, e per i personaggi. È la magia della sua scrittura. In Rose Madder avviene l’esatto opposto. La trama va così perché così è deciso. Punto.

Davvero lontana è in questo libro anche la forza evocativa della scrittura di King, qui insolitamente banale, ordinaria e fastidiosamente infarcita di similitudini povere e poco efficaci.
Le scene sono lentissime, piene di pensieri dei personaggi così piatti e prolissi che appaiono artificiali, posti in quel punto per allungare la broda (o aumentare la suspense?), quasi che l’autore convinto di aver agganciato il lettore con una (comoda) anticipazione creda anche di poterlo menare per il naso a proprio piacimento. C’è chi ci casca, ma non il lettore o la lettrice smaliziatə. Che tende a spazientirsi.

L’unica parte un filo interessante del racconto è l’improvviso, breve e circoscritto, dialogo immaginario con il padre da parte di Norman. In quel momento si crea l’unica microscopica crepa conflittuale nel personaggio che, se sviluppata, se indagata a dovere, avrebbe potuto infondere interesse al romanzo e credibilità al personaggio.
Occasione fallita.

Deluso? Alla grande.
Chi ha scritto Rose Madder è l’ombra del riflesso della calza di Stephen King. Il mio consiglio? Non leggetelo.

“Dove sei, mondo bello”, di Sally Rooney – Recensione

Giudicato miglior libro 2021 della comunità di Goodreads, “Dove sei, mondo bello” di Sally Rooney mi ha deluso. Vi spiego perché.

Ho trovato lo stile scorrevole, ma non del tutto maturo. C’è un aspetto che mi disturba particolarmente: la didascalia
Il descrivere tutto, anche quegli elementi che il lettore dovrebbe essere libero di immaginare. 
Ogni dialogo è un elenco di battute intercalate con la spiegazione dei movimenti dei personaggi. 
Sembra il tentativo di facilitare chi sarà incaricato di adattare il romanzo per il cinema. 

La prosa è spesso prolissa, le scene troppo lunghe. Persino quelle di sesso, chiamiamole così, sono dilatate a dismisura. Sembra di ascoltare una radiocronaca. Anzi due. Una, quella del narratore che elenca ogni azione, sguardo, respiro, e l’altra scandita dalle battute dei due personaggi: ti levo questo, il personaggio leva questo, posso fare questo? fai questo, il personaggio fa questo, pensa quello, sente quell’altro, mette la mano lì, ti dà fastidio? 
A volte i personaggi si producono in dissertazioni totalmente avulse dal contesto, proprio durante l’atto o nell’attimo appena precedente, creando una crepa nell’immersione nel testo da parte del lettore.

Non smettere di parlare, disse.
Lui la guardò. Cosa? chiese. Non smettere di parlare, o non smettere di fare quello che sto facendo?
L’uno e l’altro. 
Lui le rimise la mano dov’era prima, dietro il ginocchio.
Lei reagì con un gratificante e sommesso suono di gola tipo: Mh. 
Lui le sfiorò con il pollice l’interno della coscia., sotto la gonna. 
Lui continuava a guardarla con tenerezza. Cosa te lo fa dire? chiese.
Lei appoggiò la testa all’indietro, sul bracciolo, gli occhi alla plafoniera accesa sul soffitto. 
Be’, sei giovane e bello, disse. E le donne ti amano. Se tu lo ammirassi e cercassi di assomigliargli non avrebbe niente in contrario, ma tu non lo fai. Certo, non lo conosci così bene, ma stando alla mia esperienza diretta è scortese e parecchio dispotico. Probabilmente lo manda ai matti che tu sia sempre così gentile e che niente sembra scalfirti. 
Simon le stava accarezzando l’incavo del ginocchio e annuiva.
Ma dal suo punto di vista sono gentile con tutti solo perché mi fa sentire bene con me stesso…

I personaggi li ho trovati poco interessanti, e molte situazioni cliché (quando non totalmente irrealistiche). E sì che sarà stato rimaneggiato da editor prestigiosi. 
Quando non si innesta il patto con il lettore (che con me è stato molto lontano dall’attivarsi) anche la credibilità della storia e dei personaggi viene meno, e di conseguenza l’interesse. 

In una scena, ad esempio, troviamo Eileen, una delle protagoniste, che di punto in bianco – è da poco passata la mezzanotte – va a trovare il suo ignaro amico Simon e gli si infila letteralmente nel letto. Lui, che stava dormendo perché il giorno dopo ha l’ufficio (oltre a una compagna), non reagisce, accetta il fato come una qualsiasi disturbo notturno – come, che so, la vicina con il volume alto dello stereo, il gatto che miagola perché l’hai dimenticato sul balcone – e i due si abbandonano a un morigerato sesso (con tanto di radiocronaca). 
Un episodio così è stopposo, poco credibile, può andare bene per il cinema (per un certo tipo di cinema), ma in un libro che vuole richiamare un registro realistico, lo si legge con una smorfia di perplessità in faccia. Se poi episodi di questo tipo si susseguono, il racconto finisce per esaurire la propria forza e naufragare. 

Forse con questa pubblicazione si cercava la vendibilità, il successo globale, l’intrattenimento, la pronta trasposizione cinematografica; obiettivi che nel complesso il testo sembra adatto a perseguire. Ma chi cerca la qualità letteraria, è altrove che si dovrà rivolgere. 
Penso, in linea generale, che il libro sia di chi lo legge, non di chi lo scrive, perché ogni lettore lo fa suo a seconda dei propri vissuti, delle proprie esperienze. A me “Dove sei, mondo bello” ha annoiato, forse proprio perché gli spazi di lettura attiva affidati al lettore e alla sua immaginazione sono esigui. La lettura passiva mi annoia. Guardo una serie in tv, piuttosto. 

Le parti migliori del libro
, quelle più sincere, sono forse gli scambi epistolari che variano il registro linguistico alzandolo notevolmente, anche se in alcuni momenti è reso persino troppo alto, rispetto al resto del libro. 

Ero curioso di leggerlo, e mi aspettavo di più. Ha deluso le mie aspettative personali, ma sono sicuro che non mancherà di trovare anche in Italia il suo folto pubblico.




“Shorts”, di Vitaliano Trevisan – Recensione

Shorts è una raccolta di brevissimi racconti, come da titolo, descrizioni di momenti rubati alle vite di personaggi disincantati e ignavi, spesso succubi di una vita che scorre, e a cui non si danno il disturbo di cambiare rotta.
La scrittura è di notevole qualità, lo stile lineare, scorrevole, con un periodare piuttosto ampio e interessanti esperimenti linguistici.

Tutti aspettavano solo me, il colpo di piatti finale, tutto dipende da me. Ma io non volevo che finisse tutto così, capisce, in modo così banale, la solita rullata, il solito colpo di piatti finale, no, mi dicevo, non può finire così. Farò la rullata, mi dicevo, e tra la rullata e il colpo di piatti ci metto una pausa che non se l’aspetta nessuno.

Alcuni racconti sono più felici di altri. A volte, terminato di leggerne uno, si rimane sospesi, confusi. Facile chiedersi dove l’autore voglia andare a parare. Spesso però, rileggendo lo stesso racconto una seconda volta, magari dopo un intervallo di sedimentazione, il significato intrinseco appare più chiaro, meno nascosto, e si apprezza fino in fondo.
Se dunque la lettura è semplice, come detto, lineare, facile da seguire, la ricezione del messaggio, del tema profondo del racconto, può non essere immediata, come risulta di conseguenza non immediato (e nemmeno scontato) l’apprezzamento del libro. Lettura che comunque consiglio.

Le tenebre si fecero più vicine. Il buio mi si faceva addosso. Lo sentivo entrare attraverso il naso, la bocca, gli occhi… Ma ecco, proprio quando pensavo di non avere più scampo, di essere diventato un’ombra, una gradazione di nero, un pezzo di tenebra, alzai gli occhi al cielo.
Stelle, pensai.

“Quante bugie hai detto questa sera” e “L’imitazion del vero”: due romanzi sperimentali di TerraRossa che colpiscono nel segno

Due titoli che mi hanno colpito. Li racchiudo in un post per semplicità, anche se ognuno dei due richiederebbe molto più spazio per essere approfondito.

Ho preso i libri al Book Pride di Milano, presso lo stand TerraRossa Edizioni, al cui editore non ho mancato di esprimere la mia ammirazione per la qualità e il coraggio della sua casa editrice. Entrambi elementi lampanti nei titoli della collana “Sperimentali” di cui vi parlo oggi. 

Quante bugie hai detto questa sera” è un romanzo di Alessio Di Girolamo, che si cala molto bene nei panni di una donna. Anna è difficile, complessa, avvolta in un dolore che porta con sé da molto tempo e che si trasforma di volta in volta in rabbia, rancore, urgenza di trasgressione e riscatto. Racconta se stessa, la sua vita, le sue scelte. 
Difficile rinchiudere il romanzo entro un’etichetta, perché spazia incontenibile tra generi e definizioni. È una storia di formazione, perché segue la protagonista da bambina fino all’età adulta e ne registra l’evoluzione; è un flusso di coscienza, per il modo in cui è narrato; tocca la sfera dell’erotismo, con temi rischiosi, e non per tutti di facile metabolizzazione. Un libro indagine e di ricerca di se stessi, che fa riflettere sul simbolico emotivo contemporaneo.

L’imitazion del vero” è un altro, ghiottissimo, esperimento.
Ora non può dirsi che Nerino innocente effettualmente non fosse, ma l’innocenza sua non poteva fare di sottrarlo alle leggi di Natura… 
Ezio Sinigaglia si sbizzarrisce nella composizione di una novella in lingua boccaccesca. Un racconto originale, caratterizzato da un’eleganza di fondo che sfida le leggi della sintassi, della morale e dell’etica. Oltre alla singolarità del linguaggio, aggiunge altro rischio il tema trattato, simile per certi versi a quello di “Morte a Venezia” o “Lolita”: l’attrazione (sessuale) di un uomo adulto per un giovane, che lo spinge quasi alla perdita del raziocinio e lo conduce a destreggiarsi in una danza sull’orlo dell’abisso. 
Romanzo breve, infarcito di sottotesti, da gustare lasciandosi trasportare e abbagliare dalla melodia della sintassi e dalla ricercatezza della parola, con un costruttivo messaggio d’amore.

Due romanzi che, ognuno a suo modo, rappresentano una sperimentazione linguistica e letteraria, e che consiglio caldamente.

Il giorno della civetta, di Leonardo Sciascia – Recensione

Torniamo a parlare di classici, con Il giorno della civetta, di Leonardo Sciascia. Il romanzo che gli ha dato la celebrità, pubblicato nel 1961 da Einaudi, ha una caratteristica che lo rende unico: è il primo romanzo italiano che parla apertamente di mafia. Dopo di allora, nel 1962, in Italia fu costituita una commissione d’inchiesta parlamentare antimafia, segno che il problema era diventato lampante e non si poteva più tacere. E anche la letteratura ha iniziato a interessarsi fortemente all’argomento.

Tema quello dell’omissione, del celarsi, dell’impercettibilità, dell’invisibilità, ripreso sin dal titolo. La civetta, animale notturno che da sempre si muove e vive nel buio della notte, al riparo dagli sguardi, ha adesso il coraggio di varcare i propri confini e apparire alla luce del giorno.
Tratto dall’Enrico VI di Shakespeare, l’esergo recita: “come la civetta quando di giorno compare”.
Costruzione della frase che utilizza l’anastrofe, figura sintattica che anche Sciascia adopera in alcuni momenti del libro per infondere un gusto poetico e musicale a una prosa di altissima qualità, segno della sua grande cura per stile e forma.

La paura gli stava dentro come un cane arrabbiato; guaiva, ansava, sbavava, improvvisamente urlava nel suo sonno; e mordeva, dentro mordeva, nel fegato nel cuore. Di quei morsi al fegato che continuamente bruciavano e dell’improvviso doloroso guizzo del cuore, come di un coniglio vivo in bocca al cane, i medici avevano fatto diagnosi, e medicine gli avevano dato da riempire tutto il piano del comò: ma non sapevano niente, i medici, della sua paura.

Il romanzo ricalca la forma del giallo – anche se a Sciascia non interessa l’assassino ma solo il contesto – e si apre con uno dei più famosi incipit della storia della letteratura italiana, esempio perfetto di apertura in medias res.

L’autobus stava per partire, rombava sordo con improvvisi raschi e singulti. La piazza era silenziosa nel grigio dell’alba, sfilacce di nebbia ai campanili della Matrice: solo il rombo dell’autobus e la voce del venditore di panelle, panelle calde panelle, implorante ed ironica. Il bigliettaio chiuse lo sportello, l’autobus si mosse con un rumore di sfasciume. L’ultima occhiata che il bigliettaio girò sulla piazza colse l’uomo vestito di scuro che veniva correndo; il bigliettaio disse all’autista «un momento» e aprì lo sportello, mentre l’autobus ancora si muoveva. Si sentirono due colpi squarciati: l’uomo vestito di scuro, che stava per salire sul predellino, restò per un attimo sospeso, come tirato su per i capelli da una mano invisibile; gli cadde la cartella di mano e sulla cartella lentamente si afflosciò.

Il capitano dei carabinieri Bellodi, trasferito da poco da Parma, indaga su tre omicidi apparentemente slegati tra loro. La mafia muove fili tanto invisibili quanto presenti.
La trama contiene un messaggio feroce nella sua semplicità: denuncia la presenza della mafia come organizzazione e realtà economica, come fenomeno storico e sociale; denuncia la poca o assente lotta al fenomeno mafioso, realtà incancrenita nei palazzi, che controlla la cosa pubblica e distribuisce posti di lavoro e appalti ai propri affiliati.  

Autore dalla scrittura solida ed elegante, Sciascia utilizza una terza persona onnisciente, una voce autorevole e ironica, non priva di sprazzi poetici. Mai la voce narrante diventa personaggio, o assume tale valore nella narrazione, né indulge alla tentazione di facili ed enfatiche drammatizzazioni di fatti che, nella loro durezza, ben si presterebbero.

Leonardo Sciascia

I personaggi sono duri e compatti, dalla figura positiva del capitano Bellodi, al suo antagonista, figura complementare assortita per sottrazione, il capomafia don Mariano Arena – celebre è la sua catalogazione dell’umanità in cinque categorie: “uomini, mezzi uomini, omminicchi, (con rispetto parlando) pigliainculo e quaquaraquà”.
Per sottrazione si è evoluta anche la seconda stesura del testo. Chiudiamo usando le stesse parole dell’autore che, in una nota alla fine del libro, segnala la difficoltà intrinseca di calarsi, soprattutto allora, in argomenti così spinosi:

Il risultato cui questo mio lavoro di cavare voleva giungere era rivolto più che a dare misure, essenzialità e ritmo, al racconto, a parare le eventuali e possibili intolleranze di coloro che dalla mia rappresentazione potessero ritenersi più o meno direttamente, colpiti. Perché in Italia, si sa, non si può scherzare né coi santi né coi fanti: e figuriamoci se invece che scherzare, si vuole fare sul serio.

Un libro autentico, scorrevole e denso, capace di spaziare dall’ironico ritratto di una realtà siciliana che, nella sua stortura, sembra immutabile, a scambi filosofici di grande levatura, senza mai eccedere nell’uno o nell’altro senso.
Tra i romanzi da leggere almeno una volta nella vita.


“Pensa il risveglio”, di Alessandro Cinquegrani – Recensione

Parlando di “Pensa il risveglio”, il nuovo romanzo di Alessandro Cinquegrani uscito a ottobre per TerraRossa Edizioni, vorrei spendere una parola di elogio per questa casa editrice che ha come obiettivo la ricerca e la valorizzazione della qualità. Il suo modello produttivo è poche uscite ma estremamente curate e di indiscutibile valore letterario. In un contesto come quello contemporaneo, in cui si registra l’uscita di migliaia di libri ogni mese, la qualità è un valore molto apprezzabile.

Qualità di cui la scrittura di Cinquegrani non è avara. L’autore festeggia peraltro in questi giorni due traguardi importanti: il sesto posto nella classifica di Qualità dell’Indiscreto con “Pensa il risveglio”, e la pubblicazione della traduzione del romanzo d’esordio “Cacciatori di Frodo” (uscito nel 2014 per Miraggi, finalista al Premio Calvino e candidato al Premio Strega) sul mercato francese. “Cacciatori di frodo” mi aveva conquistato per lo stile e l’utilizzo di un flusso di coscienza di potenza e portata rare. “Pensa il risveglio” parte da lì, da uno sviluppo narrativo emozionale. Ma si evolve in maniera molto diversa.

È un romanzo con più plot.
In un plot, Lorenzo, regista caro amico del narratore, scompare durante la lavorazione di un suo film nel quale anche il protagonista è coinvolto. Sulle tracce dell’amico, il narratore si ritrova, senza accorgersene, a entrare nella sua vita. E man mano a impossessarsene.
Andando a vivere in casa sua, per esempio, con la moglie Caterina, con la quale proseguirà le ricerche e stabilirà una relazione affettiva.
Da un altro plot, che in realtà è un piano spazio temporale parallelo, riemergono nomi dalla storia. Quello di Albert Speer, architetto del Terzo Reich e confidente del Führer, e quello di Josef Mengele, il medico celebre per i suoi esperimenti sui deportati di Auschwitz.
È in questo rapporto, in questa diversità di tratto esistenziale tra Mengele e Speer, che si gioca il parallelismo con la relazione del narratore con Lorenzo.

Il fulcro simbolico del libro risiede forse nella diversità di reazione dei due alla loro colpevolezza. Dopo la caduta, infatti, Mengele fugge, consegnandosi all’eternità come colpevole e rendendosi di fatto preda. Speer, invece, rimane. Non per assumersi le proprie responsabilità, ma al contrario, per difendere l’indifendibile, senza sottrarvisi. Cercando di adattarsi alle situazioni mutevoli, agli accadimenti esterni, seguendoli e cavalcandoli a proprio vantaggio. Al processo di Norimberga lui cerca di capire il nemico, di affascinarlo. Di sorridergli.
Nazisti entrambi, eppure opposti, per approccio e personalità. Due figure, facce dello stesso male, modelli diversi di un unico male assoluto. Uno che scapperà per il resto della propria esistenza, l’altro che, dopo aver scontato vent’anni di carcere, vivrà da uomo libero.

Il parallelo costante tra la storia e la vita di Lorenzo sta proprio qui. Lorenzo, che sparisce, e il narratore che rimane, ad affliggersi nella sensazione che l’altro gli stia tramando contro, che le circostanze della propria vita non siano coincidenze, ma un disegno diabolico dell’amico. Che il male peggiore possa vincere semplicemente giocando le proprie carte nel modo giusto.

Con una solida e sapiente costruzione strutturale e la grande qualità della sua prosa già ampiamente espressa in “Cacciatori di frodo”, Alessandro Cinquegrani costruisce un passaggio costante da piano a piano, complesso e pregno di significati, riuscendo a scongiurare il rischio che grava pesante in un’operazione così delicata: quello di rendere tutto caotico.
È una lettura attenta, certamente attiva, quella che Cinquegrani chiede al lettore, ma non è forse questa una manifestazione di fiducia nei suoi confronti?

Un romanzo pieno, complesso e denso, con grandi tematiche e grandi domande. Lo scorrere di un flusso emozionale e introspettivo sapientemente governato da una struttura frutto di un intenso sforzo di razionalità.

“Love Story”, di Erich Segal – Recensione

Una storia d’amore. Senza pretese, senza slanci o picchi letterari. Una storia lineare e un racconto altrettanto lineare. Ma un best seller da 10 milioni di copie, tradotto in 33 lingue.

La genesi di questo romanzo ricorda per dinamiche quella di Anonimo Veneziano, di Giuseppe Berto. Come Anonimo veneziano, il romanzo Love Story di Erich Segal è tratto dalla sceneggiatura del film omonimo, con lo scopo di replicare lo strepitoso successo ottenuto dal film al botteghino.

Essendo basato su una sceneggiatura, il dialogo è al centro di questo romanzo breve. Che certamente funziona, ma con alti e bassi. 
I dialoghi sono credibili e brillanti. E anche sinceri.
Sinceri, a dispetto di una storia costruita evidentemente per strappare la lacrima. Colpisce il timbro moderno (il libro è uscito nel 1971) e la forza degli scambi, prodotti dall’interazione di personaggi agili e spigliati.

Un fotogramma del film “Love story” (1970) diretto da Arthur Hiller.

«Non darti troppe arie» mi rispose. «Sei sempre soltanto terzo».
«Stammi a sentire, puttanella». 
«Sì, bastardo?»
«Io ti devo moltissimo» le dissi con tutta la sincerità. 
«Non è vero, bastardo. Tu mi devi tutto».


Vero è che da una “love story” ci si aspetterebbe qualcosa in più, sul piano dei sentimenti, un’indagine maggiormente approfondita dell’origine di questo amore e della materia che lo plasma. Oliver e Jennifer, i giovani protagonisti della storia, si innamorano così, ma non si percepisce davvero quali siano i loro punti in comune, dove l’attrattiva l’uno per l’altra e viceversa.
C’è solo l’amore, e lo si dà quasi per scontato.

Consigliato? 
È un libro semplice, sotto ogni punto di vista, un romanzo che non aggiunge nulla a ciò che è già stato scritto e non fornisce nessun nuovo orizzonte a quelli che il lettore ha in sé. Però è molto breve e leggero, puro intrattenimento, e per chi ha la lacrima facile un incentivo a lasciarla cadere. Si fa leggere volentieri, perciò: perché no? Ma non aspettatevi Dostoevskij.

Come scrivere una sinossi efficace

Cos’è, a cosa serve? Cosa scrivere e quanto? Sei nel posto giusto per scoprirlo.

Eccoti. Anche tu sei incappato nella famosa richiesta: la sinossi. 
E se sei qui, è perché vuoi capire come scriverne una efficace. Dico bene?
Innanzitutto: 

Cos’è la sinossi?
Un riassunto? Una sintesi? 
Non proprio.

Chiariamo prima a cosa serve. 
L’editor, il lettore tecnico, riceverà il tuo malloppo integrale (in arte “manoscritto”) oppure solo le prime pagine, ma in tutti i casi, se chiede la sinossi, non ha intenzione di sprecare il suo tempo.
È chiaro che la sinossi è molto più che un semplice riassuntino della trama. 

Molti scrittori emergenti danno poca importanza alla sinossi. La scrivo un po’ così, tanto poi avranno il manoscritto, leggeranno quello. 
Sì. Lo leggeranno. Ma solo se la sinossi li ha interessati. 
Perciò, tornando alla domanda a cosa serve una sinossi, la risposta potrebbe essere: a interessare la persona incaricata di decidere se il tuo manoscritto è pubblicabile o meno. 

Come interessare il lettore editoriale?
Del tuo libro gli interessa solo una cosa: la pubblicabilità.
Il libro su cui hai sudato per mesi, anni, frutto del tuo genio artistico, si trasforma, nelle mani di un editore, in un prodotto. Quello fa un editore. Produce libri e li vende. Se li vende campa, se non li vende chiude. Alla luce di questa considerazione (cinica, ma piuittosto veritiera), la sinossi serve al lettore per capire se investire il suo tempo (prezioso) nella lettura del tuo libro o condannarlo all’oblio. 

Sono centinaia i manoscritti ricevuti ogni giorno dalle grandi case editrici, e non possono leggerli tutti. Nessuno lo fa. Alcune case editrici vogliono solo le prime 2000 battute, una cartella, e la sinossi. Se interessate, chiedono il resto.

Capisci come la sinossi debba tassativamente essere dirompente? 

Che cosa cerca un lettore editoriale nel tuo romanzo (e quindi cosa fare emergere nella tua sinossi)?
Molte sono le variabili, ma di norma gli elementi che uno scout non può non gradire sono: 

Personaggi forti, interessanti. 
Uno o più conflitti stimolanti. 
Ambientazioni piene di fascino.
Trama ricca.
Un’idea forte.
Stile unico.
E che il genere rientri nei parametri della casa editrice di riferimento (o ancora meglio, della collana). 

Il tuo romanzo ha qualcuna di questi caratteristiche? 
Come dici? Tutto? Be’, perché Mondadori non ti ha ancora scovato?
Studia bene il tuo romanzo e individua i suoi punti di forza. È ora di evidenziarli nella tua sinossi!

Momento. Non devi farti i complimenti da solo, lodare il tuo scritto o simili. No, nel modo più assoluto. Pena la squalifica. 
Se la trama è forte lo stabilirà chi legge. Tu limitati a raccontargliela. Stessa cosa se hai un personaggio forte. Dovrai elencare le caratteristiche che lo rendono unico, e dovrai essere il più obiettivo possibile. Pena, come detto, la squalifica. 
Cosa intendo per squalifica? Il cestino.

La sinossi non è solo un riassuntino del tuo libro, è un biglietto da visita, è un’entità di passaggio tra te e l’editor, una navicella spaziale per la Morte Nera di Guerre Stellari, un pass par tout per la camera 237. Insomma, ci siamo capiti.
È di fatto un’opera narrativa. Un’opera in cui mostrerai la tua capacità di sintesi e di analisi, il tuo stile e le potenzialità della tua storia. Qualità che tendono ad avere un certo impatto su un valutatore. 

Considera che nessuna sinossi può salvare un brutto manoscritto, ma una sinossi scritta male può affossare un romanzo di valore. C’è molto più da perdere che da guadagnare in questa faccenda, si danza sul filo dell’abisso. Ma tu sei in gamba, e questa sinossi la scriverai al meglio delle tue possibilità. Vero?

Come rendere la tua sinossi accattivante?
Abbiamo detto che la trama serve, ma non è tutto. 
Devi far capire cosa succede a grandi linee. Non serve essere specifici, basta comunicare in maniera esaustiva cosa proponi, cosa succede nel libro, qual è l’idea forte, con una particolare attenzione al rispetto delle regole del genere letterario che proponi. 

Un altro aspetto da sottolineare è il modo in cui hai deciso di raccontare la tua storia, la tua fabula. Come hai costruito il tuo intreccio, il punto di vista che adotti e, se ritieni, anche il tipo di narratore che hai scelto.
Se te la senti puoi anche indicare anche a chi ti rivolgi, il tuo target. Età, genere, interessi…
Sollecitata l’attenzione dell’editor, il più è fatto. 

Spoiler. Sì o no?
Certo che sì. L’editor che ti valuta vuole sapere come va a finire la tua storia. Non vuole dover leggere quattrocento pagine prima di capire che il finale non funziona. 
Non bisogna confondere la quarta di copertina con la sinossi. La quarta è, sì, una breve sintesi del libro ma non è indirizzata a un editor, si rivolge al potenziale lettore che, in libreria, sfogliando il tuo libro, deve essere invogliato a comprarlo. Questo è il solo caso in cui non devi raccontare la fine. Ma ormai, se hai letto fin qui, lo sai da te. 

Quanto dev’essere lunga la sinossi?
Per una sinossi media (un romanzo di due-trecento pagine) non andrei oltre alla cartella editoriale di 1.800 caratteri. Molte case editrici o agenzie letterarie segnalano sul proprio sito le loro regole. Spesso è specificato anche il numero di battute richieste e altre norme interessanti che è essenziale rispettare.

La sinossi è il tuo biglietto da visita. Deve splendere senza abbagliare, interessare senza essere invadente. 
Come dicevo, alcune case editrici chiedono solo la prima pagina del manoscritto e la sinossi. Aporema Edizioni ha fatto così con me. Avevo mandato l’incipit corredato da una breve nota biografica e la famosa sinossi, l’editor ha letto il materiale e mi ha chiamato chiedendomi il resto. 
È andata bene e tra pochi giorni uscirà il mio romanzo “La viola di Sara“.
Ecco perché è importante scrivere una sinossi con la stessa attenzione e lo stesso impegno con cui hai scritto il tuo sudato romanzo. Ne va della pubblicazione.

Bene, eccoci alla fine. Spero di essere stato esaustivo, ma se hai domande o vuoi raccontare la tua esperienza, scrivilo nei commenti: la condivisione è sempre un arricchimento.
Alla prossima, e buona scrittura!