Come scrivere un memoir letterario: dalla memoria alla forma

Diversi autori contemporanei hanno saputo trasformare le proprie esperienze personali in racconti universali, dimostrando che quando la memoria trova la forma giusta, può diventare letteratura che parla a tutti. Da Jonathan Bazzi a Paolo Cognetti, da Emanuele Trevi a Oriana Fallaci, al più recente Andrea Bajani, vincitore del Premio Strega 2025 con il suo L’anniversario, i successi non mancano. La letteratura del sé è diventata un genere centrale, amato e rispettato, ma nasconde, per chi scrive, insidie che altri generi letterari non conoscono. Il coinvolgimento emotivo può diventare un ostacolo, la tentazione della cronaca può soffocare la narrazione, il peso del vissuto può impedire la necessaria distanza artistica.

Memoir, autobiografia, autofiction: di cosa stiamo parlando?

Prima di entrare nel vivo del discorso, nei meccanismi veri e propri della scrittura, dobbiamo fare chiarezza circa la distinzione spesso confusa tra memoir, autobiografia e autofiction. Iniziamo dall’autobiografia. L’autore scrive il racconto della propria vita attraversandone le tappe fondamentali. Tutto dovrebbe rispondere alla realtà, i nomi, i fatti… L’autore firma con il proprio nome e… si prende la responsabilità di quello che scrive. Il patto con chi legge è chiaro: questa è la mia vita, ogni cosa è accaduta davvero.   Se l’autobiografia ripercorre fase per fase la vita dell’autore, con il termine memoir (dal francese mémoire) intendiamo un testo che si focalizza su un tema circoscritto: un periodo particolare, un tema dominante, un’esperienza, il ricordo di una persona. O di un viaggio, un’amicizia, un fallimento, un lutto. Nel memoir c’è una domanda sottostante che muove l’intero apparato narrativo.   E poi c’è l’autofiction (mi raccomando, nei salotti eruditi la pronuncia è autofictiòn, dal francese, non dall’inglese!). Qui esploriamo un territorio più ambiguo, fumoso. A cavallo tra la realtà nuda e cruda e la magia dell’immaginario. L’autore si espone con il proprio nome e racconta fatti della propria vita, ma lo fa concedendosi il lusso della libertà narrativa, in una commistione tra il racconto della realtà e l’invenzione letteraria: fiction, appunto. Un confine poroso è quello che separa queste due istanze. Uno spazio liminale.   Definiti i generi, è ora di chiedersi: “E il mio manoscritto? A quale appartiene?” È importante definirlo, perché questa scelta richiama molti altri fattori. Il tono della narrazione, la struttura, il patto col lettore.

Alcuni consigli pratici, che uso tutti i giorni con i miei autori

Ecco alcuni strumenti che possono aiutarti a trasformare la tua esperienza in un racconto più solido, leggibile e autentico. La domanda è ancora sospesa: Come raccontare la propria memoria senza incorrere nei tranelli che il genere porta con sé? Perché di rischi ce ne sono. Quando scriviamo di noi, il coinvolgimento emotivo è fortissimo, la tentazione di riversare tutto sulla pagina, come in un diario o in una confessione, è un impulso non facile da contenere. Ma la scrittura letteraria chiede altro: distanza, misura, capacità di trasformare un’esperienza intima in un racconto che possa parlare anche agli altri, senza gravare su di loro del proprio – personalissimo – carico emotivo. Come fare? Per prima cosa occorre trovare la giusta distanza.

Da dove si comincia? Trovare il nucleo della propria storia

Da dove comincio? Non è una domanda banale, chi ha provato a scrivere uno di questi generi ne è perfettamente consapevole. La vita, per dirla con Shakespeare, è una storia narrata da un idiota, piena di rumore e senza senso. La vita è vasta, sconclusionata, a volte è difficile da capire, da riordinare, e spesso non è chiaro il filo rosso che lega gli eventi e che dovrà emergere in fase di scrittura. Il nucleo, lo scheletro della narrazione, non è sempre definito. Si è tentati di raccontare tutto. Perché di quello non dovrei parlare? E di questo? Non posso mica eliminare il personaggio di zio Michele, gli voglio un gran bene!   Il punto di partenza non dev’essere per forza cronologico, non è necessario partire dalla tua nascita, o dalla tua infanzia, se ciò che vuoi raccontare appartiene a un periodo diverso della tua vita. Il punto di partenza è definito spesso, come in ogni romanzo di fiction, a partire da una domanda. La grande domanda. In questo caso, potrebbe essere una tensione irrisolta, una domanda che ancora muove dentro di te e ha l’urgenza di uscire alla luce per trovare una risposta. O magari è proprio la risposta quella che pensi valga la pena di condividere. Potresti domandarti “Cos’è che non riesco ancora a spiegarmi?” oppure: “Quando vedo cambiare l’espressione del mio interlocutore mentre parlo della mia vita, di che cosa sto parlando, davvero? Quale argomento sto affrontando?” Molto spesso è qui che si cela il nucleo della tua storia. Quello che percepisci rispetto alla tua storia e al racconto che ne fai, a come questo colpisce (o no) gli altri. Questo è il centro. Intorno al quale puoi pensare di iniziare a organizzare il resto.

La struttura: devo andare in ordine cronologico?

La risposta è chiara e solida: non necessariamente. Come in ogni testo narrativo puoi cominciare dalla fine, saltare avanti e indietro nel tempo, raccontare a frammenti, puoi utilizzare una narrazione frattale… Non esiste alcun obbligo. Ciò che ti dovrebbe guidare in questa fase è una logica guidata dal gusto. Non c’è una struttura unica e definita.   È naturale che l’ordine cronologico appaia in prima istanza il più logico, ma non è detto che sia anche il più efficace. Molti memoir iniziano in medias res, nel momento di massima tensione, esattamente come molti romanzi di fiction. Una scelta che afferra da subito il lettore, se vuoi un approccio più “aggressivo”.   Se invece preferisci calare il lettore nella vicenda potresti partire da una considerazione, da un ricordo specifico, in cui è celata la domanda focale. Ad esempio: Nella mia casa paterna, quand’ero ragazzina, a tavola, se io o i miei fratelli rovesciavamo il bicchiere sulla tovaglia, o lasciavamo cadere un coltello, la voce di mio padre tuonava: “Non fate malagrazie!” È l’incipit di Lessico Famigliare, di Natalia Ginzburg.   Potrebbe essere un racconto duale, che alterna due linee temporali – presente e passato, una struttura tematica, che dispone i capitoli in ordine alla funzionalità rispetto al tema, oppure puoi procedere per temi ricorrenti avanzando per analogia tematica. O, ancora, utilizzare frammenti di vita legati al cambiamento trasformativo del personaggio principale (tu), il tuo racconto può avere un andamento circolare, il ritorno all’origine con occhi diversi… Le possibilità sono potenzialmente infinite e al contempo non ne esiste una giusta, perfetta per questi generi. La cosa fondamentale è scegliere la più efficace per la tua storia, quella che aderisce al meglio alla sua natura, al modo in cui ne vuoi parlare, a quello che vuoi fare emergere.   Se ancora non sai quale scegliere, prova scrivere la scena che senti più urgente, che ritieni più importante, che ti brucia dentro perché vuole uscire. Sarà lei a indicarti dove si colloca e il modo in cui vuole essere raccontata. Ecco l’esempio di Jonathan Bazzi: Tre anni fa mi è venuta la febbre e non è più andata via. Inizia così il suo romanzo Febbre finalista al premio Strega 2020. Da lì pianta le fondamenta della narrazione e inizia a costruirla.

La giusta distanza

Ci permette di assumere un punto di vista che consenta di vedere la propria storia come materia letteraria, e non solo come materia personale. È lo spazio di elaborazione che permette alla memoria, ai ricordi e alle emozioni ad essi associati di trasformarsi in linguaggio letterario. Per meglio comprendere quanto affermato vediamo alcuni esempi, attingendo direttamente dalla letteratura. Uno dei principali autori della memoria letteraria è il monumentale Marcel Proust.   La chiamava “memoria involontaria”: non il ricordo ricostruito, ma quello che riaffiora attraverso immagini, sensazioni, sapori, suoni. È un modo di scrivere che non (sempre) racconta ciò che è successo in modo lineare, ma evoca, lascia che i dettagli parlino, fa emergere la vita senza spiegarla in maniera eccessiva. Attingendo dalla letteratura contemporanea italiana, possiamo ricordare ancora Emanuele Trevi. Nel suo Due vite, vincitore del Premio Strega 2021, non stila un necrologio degli amici scomparsi, ma sceglie momenti, frammenti, dettagli che restituiscono la loro presenza più di qualsiasi elenco di fatti; il risultato è un racconto autentico, perfettamente fruibile.   Oriana Fallaci nel suo romanzo Un uomo ha saputo trasformare la propria storia d’amore con il politico greco Alekos Panagulis in un racconto che trascende il memoir personale ed evita la mera cronaca sentimentale per farsi ritratto universale della lotta contro l’oppressione, dell’amore che diventa resistenza. La chiave che l’autrice ha trovato è stata ripercorrere quella storia senza romanticismi o indulgenze, trasformando l’esperienza personale in un documento che parla a tutti di coraggio, libertà e amore totale. In una parola, ha trovato la giusta distanza. La giusta distanza è proprio questo: la posizione ideale dalla quale selezionare, evocare, trovare il tono giusto e una chiave narrativa universale. Allontanare da sé il peso emotivo dell’evento per raccontarlo nel migliore dei modi, come un’opera letteraria e non come in una seduta psicanalitica.

Evoca, non spiegare

Chi si accosta al memoir spesso pensa di dover raccontare “la verità dei fatti”, ma la forza e l’efficacia della scrittura non sta nella cronaca, ma nella capacità di evocare.   Cosa vuol dire evocare?   Non serve sempre nominare direttamente un dolore, un trauma, una perdita. A volte è molto più potente farlo emergere attraverso un simbolo, un gesto, un dettaglio sensoriale. Il lettore ha bisogno di sentire. Anche se scriviamo “ho perso mio fratello in un incidente” il lettore capisce, certo. Ma se evochiamo il silenzio della sua stanza rimasta intatta e la luce della sua abat-jour che cade su un letto adesso vuoto, quel dolore diventa esperienza condivisa. Preferire, in sintesi, un linguaggio che non si limiti a raccontare i fatti, ma che evochi, suggerisca, lasci spazio all’immaginazione del lettore. È quello che Roland Barthes, nel suo celebre saggio S/Z del 1970, chiamava “codice simbolico”.

Il potere dei simboli 

Barthes aveva intuito che i testi più potenti sono quelli che creano risonanze nel lettore, e il codice simbolico funziona proprio così: invece di seguire la logica lineare diacronica e denotativa dei fatti narrati, apre il testo a significati più profondi, spesso inconsci. Funziona per associazioni libere, come i sogni. Una porta che si chiude può evocare una separazione, un tramonto la fine di un’epoca, il silenzio di una stanza il vuoto lasciato da chi non c’è più. Il lettore non riceve passivamente l’informazione: partecipa, riempie gli spazi, riconosce nelle immagini le sue esperienze.   Questo fa esplodere un testo di memoir, oltre la semplice cronaca personale. Quando riesci a trasformare la tua esperienza in simboli universali, la tua storia diventa anche quella di chi legge. La scrittura autobiografica vive di questa sottigliezza: dire senza dire, evocare più che spiegare.

Si può scrivere di persone reali? Etica e cautela nella scrittura autobiografica.

Scrivere di sé è scrivere (anche) degli altri. Genitori, figli, ex compagni, amici, colleghi e portinai… spesso del tutto ignari. Persone reali, con la loro dignità e con la loro versione dei fatti, che non sempre coincide con la nostra. Nel film Manhattan è mostrato ad esempio il conflitto tra Ike (Woody Allen) e l’ex-moglie Jill (Meryl Streep), dopo la pubblicazione del libro di lei sul loro fallimentare matrimonio. Spesso ci sono ripercussioni. Saltuariamente anche legali.   Quindi si può scrivere di persone reali? Anche qui la risposta sta nel mezzo. Partendo eticamente dal rispetto per le persone di cui si parla. Raccontare di qualcuno in modo critico o con dolore non significa per forza tradirlo; del resto la letteratura da sempre si nutre di personaggi mutuati dalla realtà anche se non definiti in tal senso (con nomi di fantasia e via dicendo). Alla base, appunto, dovrebbe esserci il buon senso e rispetto. Evitare di rendere il proprio romanzo uno strumento di sfogo o di vendetta personale può essere un buon punto di partenza. Oltre alla relazione, in quei casi, potrebbe perdersi anche la qualità del testo.   In alcuni casi si preferisce cambiare i nomi e dettagli fisici specifici, per preservare le persone e, in un certo senso, la libertà narrativa. Oltre a evitare cause legali. Ma moltissimi sono anche autori e autrici che non hanno avuto problemi a fare nomi e cognomi, anche parlando di personaggi pubblici. Per esempio in Lessico Familiare, Ginzburg parla tranquillamente di Cesare Pavese o Filippo Turati attribuendo al primo un sorriso maligno (Pavese lo ascoltava seduto in poltrona, sotto il lume, fumando la pipa, con un sorriso maligno: e di tutte le cose che Balbo gli diceva, lui diceva che già le sapeva da lunghissimo tempo) e al secondo una stazza da orso (e lo ricordo, grosso come un orso, con la grigia barba tagliata in tondo, nel nostro salotto).   In Italia dal punto di vista legale la situazione è piuttosto complessa in materia, dipende molto da dove e come si pubblicano i contenuti e i rischi sono di infrangere leggi (privacy, diffamazione, diritto all’oblio e alla riservatezza…). Se decidi di pubblicare un testo nel quale attribuisci fatti o caratteristiche lesivi a persone reali, ti consiglio di consultare un legale, prima. Soprattutto se le persone sono in vita e riconoscibili dal pubblico.

Scrivi senza censura, poi lavora per sottrazione

All’inizio lascia che tutto venga fuori, senza filtri. Ma poi chiediti: cosa serve davvero al lettore? Cosa invece è solo mio sfogo personale? Stephen King dice “scrivi la prima bozza con la porta chiusa e la seconda con la porta aperta”. Con questa metafora intende che nella prima stesura ci siete tu e il tuo testo, nessuno altro è ammesso. Questo ti consentirà di scrivere liberamente e liberare davvero tutto il carico che conservi, senza paura di giudizi o reazioni altrui. Lascialo poi sedimentare il giusto (anche dei mesi, perché no?), rileggilo armato di pazienza e… di ascia affilata!

Cerca il dettaglio evocativo

Una scena, un odore, un dialogo spezzato, un sottotesto spesso dicono più di mille spiegazioni. Cerca di tradurre le istanze più dolorose in oggetti simbolici, in metafore e trasferirle sul tuo testo. Se ci riuscirai, sentirai affiorare qualcosa di simile a una magia: il peso si trasferisce fuori da te e si traduce sulla pagina in un’immagine libera di quel peso.

Non avere fretta

La memoria ha bisogno di tempo. Non si può scrivere subito, serve lasciar decantare. Sedimentare. Quanto? Questo dipende da te, dal tuo coinvolgimento emotivo rispetto ai fatti che racconti, dalla distanza che nel tempo hai messo tra te e ciò che vuoi raccontare. Il momento giusto per scrivere non è quando il dolore è scomparso – spesso non accade mai – ma quando riesci a guardarlo senza esserne inghiottito. Quando diventa possibile trasformare quella ferita in parole, senza che le parole siano soltanto grido o sfogo. Allora la scrittura non è più un prolungamento della sofferenza, ma un modo per darle forma, per condividerla, per farla diventare esperienza che riguarda anche altri.   È un passaggio delicato e personale e riconoscerlo con sincerità, senza forzare i tempi, è il primo passo per arrivare a scriverne in maniera letteraria. Non aver paura, a volte occorrono anni. A volte non bastano. È una condizione assolutamente normale. Sana, umana.

Accetta la guida di uno sguardo esterno

Un editor, se ha sensibilità ed esperienza, diventa un alleato prezioso per trovare la forma giusta. Trovare quella benedetta giusta distanza da soli appare quasi utopico, non sai cosa tagliare, cosa lasciare, cosa mettere a fuoco, il caos offusca la capacità cognitiva. Considera di rivolgerti a un professionista che ti aiuti a guardare la tua storia con uno sguardo esterno; non giudicante, non freddo, ma capace di rispettare la tua verità intima e al contempo di aiutarti a trasformarla in racconto letterario. La sua sensibilità sarà fondamentale, perché occorre ascoltare, capire, intuire cosa non viene detto, cosa invece è di troppo. Serve tatto. Molti autori alle prime armi sottovalutano questo passaggio: credono che basti scrivere tutto e poi “sistemare la forma”. Ma nel memoir non funziona così. La forma è parte integrante del contenuto. Senza un lavoro di distillazione e cura, il rischio di restare prigionieri della cronaca caricandola delle proprie emozioni è molto alto. Il risultato? Qualcosa che può andare bene da far leggere ai tuoi cari, gli amici che hanno vissuto insieme a te quei fatti o che ti vogliono conoscere meglio. Ma, e l’abbiamo visto, per rendere universale il tuo percorso è necessario scrivere da scrittori. E un editor – purché dotato di grande capacità empatica – può aiutarti. Scrivere di sé è uno degli atti più coraggiosi che esistano. Non è semplice, non è indolore. Ma può diventare un atto terapeutico, di liberazione e di verità. La differenza la fa il modo in cui si sceglie di raccontare: non come confessione privata, ma come gesto di condivisione, come forma letteraria.

Terapia e gioia della condivisione

Ogni memoria custodita in silenzio è in una stanza chiusa, che ci consuma lentamente. Scriverla è spalancare la porta e scoprire che fuori c’è chi aspettava proprio quella luce, perché persino il dolore, quando trova le parole giuste, smette di essere soltanto nostro. Non è solo la tua storia: se la racconti con verità e misura può diventare specchio, conforto e rivelazione per chi legge. Vale la pena custodirla in silenzio, quando può essere dono condiviso? Ci sono esperienze che si scrivono da sole dentro di noi. Accadono, ci travolgono, ci lasciano addosso un segno che non si può cancellare. E, a distanza di tempo, ci ritroviamo con la sensazione che quelle esperienze non appartengano più solo a noi, quasi ci chiedessero di essere raccontate, di trovare forma sulla pagina. Ma scrivere di sé è un atto complesso, spesso disorientante, e non sempre immediato. In questo articolo esploriamo come scrivere la propria storia trasformando la memoria in racconto, evitando i tranelli emotivi e trovando una forma davvero letteraria. Per molto tempo, a chi pensava di scrivere la propria storia veniva ripetuto: “A chi vuoi che interessi? Della tua vita non frega niente a nessuno”. Eppure, negli ultimi anni, la tendenza ha invertito la rotta: il memoir, l’autofiction e l’autobiografia hanno conquistato sempre più spazio, lettori e riconoscimenti.

Le domande che mi fanno spesso (in breve)

Quante pagine deve avere un memoir?

Non c’è un numero preciso, rimanere sulle 250-300 cartelle editoriali è buon compromesso. L’importante è non aggiungere o ripetere concetti solo per scrivere di più. Meglio, come si dice, “breve ma intenso” che lungo e ripetitivo. La noia del lettore è sempre da evitare.

Qual è la differenza tra memoir e autobiografia?

L’autobiografia è la storia della tua vita, il memoir sono momenti, episodi narrati e guidati soprattutto dal piano emotivo.

Cos’è l’autofiction?

Un’autobiografia romanzata.

Posso pubblicare un memoir con un nome falso?

Certo, chi te lo impedisce. Ricordati però di cambiare anche i nomi a tutti gli altri personaggi!

Ho bisogno di un editor per scrivere un memoir?

Per scriverlo no. Per revisionarlo sì, come per tutto il resto dei testi letterari. Fai solo attenzione che abbia la sensibilità giusta per accordarsi al tuo sentire. Imprescindibile.

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