Sanguemisto di Gabriela Wiener (La Nuova Frontiera, traduzione di Elisa Tramontin), recensione
Il trisavolo era Charles Wiener, il famigerato esploratore che per poco non ha scoperto il Machu Picchu. Per lei, semplicemente un huaquero. Un profanatore di tombe.
L’inganno dell’occidente colonizzatore emerge maestoso nella pista che Gabriela Wiener percorre sulle sue tracce. La protagonista, una commistione tra la stessa autrice e un personaggio di finzione, raccoglie i segni di Charles in un tracciato frammentario, liminale, dove ogni segnale è uno spunto luminoso per la ricerca in sé dei postumi di quella colonizzazione che ancora è viva nelle popolazioni sudamericane.
Gabriela Wiener è una scrittrice e giornalista peruviana. La sua voce (ben resa nella traduzione di Elisa Tramontin) è caratteristica: caustica, ironica, per certi versi sprezzante, aperta al nuovo e all’inaspettato.
Per la storia ufficiale il suo trisavolo è stato un pioniere la cui opera ha permesso all’Occidente di scoprire e conoscere culture altrimenti inaccessibili, ma per la protagonista Gabriela è solo un mezzo gaglioffo che girava il Perù a trafugare tombe. Un tombarolo, che per una qualche contingenza inaspettata era stato lì lì per scoprire il Machu Picchu; il suo lascito, un mucchio di oggetti frutto di saccheggi donati ai vari musei.
Lei è una meticcia, bastarda si autodefinisce. Metà bianca, figlia di conquistadores, metà nera nativa. Charles era un austriaco che si era portato a casa, oltre ai numerosi riconoscimenti dalle più prestigiose istituzioni, non ultima l’Esposizione Universale di Parigi, anche un ragazzino. Un indio. Portato all’occidente per mostrarlo alla stregua di un animale raro e sconosciuto.
Il viaggio di Gabriela inizia con un lutto, la morte del padre, la cui vita ripercorre e indaga, la scandaglia insieme a quella del trisavolo. E alla propria.
È quindi un viaggio che nasce da una frattura e non dalla curiosità intellettuale per la vita del trisavolo. Quel lutto è il punto di innesco, la prima perdita che apre tutte le altre. Il corpo del padre scompare, e con lui una storia mai raccontata del tutto. Da lì, parte la sua ricerca. Anche e soprattutto dentro se stessa.
E allora si guarda da fuori, si accorge della troppo netta somiglianza fisica tra lei e quelle statuette di terracotta che Charles aveva portato al museo, il viso marrone “color della cacca”. Si accorge delle storture della propria esistenza, delle risposte, mai dirimenti, che nella sua vita ha cercato di darsi. Scandaglia la sua storia, e rivela che è riflesso della storia di due continenti.
Il testo, a mio avviso, si regge su una costante binaria. C’è la doppia valenza di Charles, ladro impostore/grande esploratore, c’è l’essere bianca e insieme nera, ci sono due continenti che si frizionano, c’è la ricchezza della scoperta e la povertà del saccheggio di una civiltà soverchiata, c’è la doppia vita del padre con un’amante clandestina. C’è il poliamore della protagonista, una relazione aperta in cui ha un marito e una moglie insieme, che è insieme un rifiuto esistenziale della linearità e una postura sociale. La stessa logica non normativa che applica al corpo, alla forma del libro, alla storia: niente è relegato entro un confine unico. Niente appartiene. Tantomeno a uno solo. “Essere emigrate”, dice Wiener, “è come vivere con una benda sull’occhio”. Con un occhio non vedi e con l’altro sì, bianco e nero, ancora.
E in questo contrasto binario costante si dipana il libro. Che non è lineare, ha una struttura ma è composta di frammenti, come quegli oltre quattrocento oggetti che nella loro unità costruiscono agli occhi occidentali dei visitatori dell’esposizione di Parigi la civiltà Inca.

Il carattere della voce narrante è variegato. Ora è asciutto e granitico. Scabro, coriaceo. Spezzettato, ricco di domande. Frasi brevi. Colpi di pistola. Nessuna deferenza alle forme del decoro sociale. E poi si scioglie, lascia spazio alla contemplazione di una realtà dove concertano pensieri e dubbi e supposizioni e aperture, ma non sovrastano, rimangono appena sotto la superficie. E allora i periodi diventano ampi, le frasi ariose, il respiro dilatato attraversa i periodi contaminandoli.
Ride e piange, impara e rimane colpita. E nulla di tutto ciò ha a che vedere con me.
I miei pensieri mi fanno schifo. Ma che cazzo voglio? Non ho forse già scopato come volevo? Perché non li lascio in pace? Forse non voglio continuare anch’io a scopare con altri? Decido di fare qualcosa in merito. Cercare quella maledetta stanza tutta per sé. Disconnettermi da lei, da lui; mi rassegno a fare cose nuove e strane per intrattenere i miei demoni, una cosa che ho sempre detestato dell’autoaiuto femminile, per trovare la soluzione finale.
Il corpo. La fisicità. In Sanguemisto la componente fisico-erotica è fortissima, per Wiener il corpo corrisponde al luogo fisico della colonizzazione, è un tatuaggio sul dna di una popolazione, e vive il proprio come rappresentazione di una condizione atavica, totem della resistenza di un popolo.
I suoi occhi sono quelle ferite allegre e tristi che noi marroni portiamo sulla faccia da secoli.
Mi guida sul suo corpo e sul mio. Prima colpisco io, poi lei. Il colonialismo picchia sempre in una direzione e senza consenso.
Il corpo come territorio occupato. Tanto che la protagonista si iscriverà a degli incontri che hanno per tema la decolonizzazione del proprio desiderio, un momento che segna l’inizio in potenza del passaggio tra consapevolezza e azione. Transito ideale del corpo da luogo di eredità coloniale a luogo di resistenza definitiva.
Per neutralizzare quel rumore di fondo faccio una cosa che ho smesso di fare molti anni fa, perché sono molti anni che ho smesso di compiacere gli uomini tanto per compiacerli: glielo succhio in mezzo alla strada, e forse nel luogo migliore in cui qualcuno potrebbe succhiare un cazzo, dietro alle statue dei leoni del palazzo di giustizia per colpa di Henry (Miller) ho un debole per il sesso con le statue, e per colpa dei Mochica e per i huacos erotici.
Del resto, il contatto erotico con la storia è documentato proprio da quegli huacos che il trisavolo ha raccolto nel tempo in grande quantità. Si tratta di ceramiche precolombiane di origine principalmente Mochica che raffigurano scene sessuali esplicite: rapporti, organi genitali, pratiche erotiche di vario tipo, sesso anale, orale, masturbazione, figure con caratteristiche di genere ambigue.
Immagini aberranti per la morale cattolica dei colonizzatori.
Forse la scelta di Wiener nasce proprio dalla volontà di rivendicare questo tratto di eredità del suo popolo d’origine – una cosmologia rituale che viveva la sessualità senza vergogna, in un rapporto codificato, artistico, di affatto ambigua accettazione. Il suo indugiare sul corpo, il sottolinearne l’alterità, diventa infatti un atto deciso di contrapposizione con la mentalità dei bianchi conquistatori.
Anche quando si accenna a un ragazzino indio, portato dal trisavolo a Parigi ed esposto come curiosità esotica. Anche qui si parla di un corpo. Corpo che è simbolo di una colonizzazione. Di un territorio violato.
“Decolonializzando il mio desiderio”, questo il nome della serie di incontri a cui Gabriela decide di partecipare. Qui
“[…] possono entrare soltanto persone migranti e razzializzate, per questo si presenta come ‘spazio non misto’. Non è un gruppo per bianchi. Questo forse è l’unico posto al mondo in cui stare insieme a una donna bianca e magra non è un prestigio ma una grana.”
L’obiettivo degli incontri?
Non vogliamo smettere di scopare con i bianchi, quello che vogliamo è cominciare a scopare tra di noi. Abbiamo sbiancato il sesso, abbiamo sbiancato l’amore, l’abbiamo razionalizzato. Il poliamore, per esempio, è una pratica bianca che non tiene conto di come funziona la circolazione della desiderabilità e i suoi limiti per persone come noi, le brutte della festa.
Questa l’ambizione di Gabriela. Salvo infine accorgersi che dalle persone del suo stesso colore non è per niente attratta. La sua è una lotta di secoli e insieme contemporanea. Una lotta tutti contro tutti, in cui i nemici diventano amici, il trisavolo è prima patriarca poi puttaniere, il padre ambiguo con la sua storia parallela, la stessa protagonista… Una tempesta di contraddizioni che cercano una via, la luce fuori dal percorso imposto da secoli di contenimento occidentale. In lei. Nella sua vita. Nel suo corpo.
Sanguemisto non è un romanzo. È un puzzle che non è fatto per risolvere, sono lampi che nel loro bagliore restituiscono il dolore mai sopito non solo di una donna ma di una popolazione intera. Un malessere che a noi occidentali il più delle volte sfugge.
Di Gabriela Wiener potete leggere un racconto tradotto da Chiara Mutti per la rivista letteraria Proeliolab.
