04. Come gestire il punto di vista nel tuo romanzo?

Tra i ferri del mestiere dello scrittore, la focalizzazione è uno dei più importanti.
 Si tratta del punto di vista che adotta il narratore nel raccontare la storia e si distingue in:
• focalizzazione zero;
• focalizzazione interna;
• focalizzazione esterna.
Vediamole.
 
Focalizzazione zero (narratore onnisciente)
(Narratore extradiegetico)
Il narratore, alla stregua di un dio, conosce tutto. Ogni vicenda, ogni pensiero, ogni trama celata. È lui a decidere cosa, quando e come narrare gli eventi, e a volte ci aggiunge i suoi commenti. Nei Promessi sposi, il narratore si permette considerazioni, battute, si rivolge direttamente al lettore (anzi, ai suoi 25 lettori).  In questa modalità il testo sarà variabilmente infarcito di sintagmi di legamento (vide, sentì, pensò).

All’udir parole d’un tanto signore, così gagliarde e sicure, e accompagnate da tali ordini, viene una gran voglia di credere che, al solo rimbombo di esse, tutti i bravi siano scomparsi per sempre. Ma la testimonianza d’un signore non meno autorevole, né meno dotato di nomi, ci obbliga a credere tutto il contrario.
(I promessi sposi, A. Manzoni)



Focalizzazione interna
(narratore intradiegetico)
L’autore adotta il punto di vista di uno dei personaggi, quindi la storia è raccontata da chi la vive. Si può usare la prima persona (in questo modo è chiara la focalizzazione), ma anche la terza. La focalizzazione interna con la terza persona è ghiotta perché permette di utilizzare tecniche narrative interessanti, come il discorso indiretto libero, il monologo interiore, il flusso di coscienza. Non ricordi esattamente cosa siano? Non c’è problema, faremo un ripasso.
Questo tipo di focalizzazione può essere fissa, quando il punto di vista del narratore è sempre e solo quello di un personaggio, o variabile, quando si sposta di personaggio in personaggio a seconda del momento. Multipla, quando lo stesso fatto è visto e raccontato da vari punti di vista.
Attenzione, però. Il personaggio il cui punto di vista è adottato dal narratore può non essere il protagonista del plot. In questo caso viene denominato narratore allodiegetico, ma in questa sede ti importa poco delle sterili classificazioni, a te interessa imparare a usare queste tecniche.
Un paio di esempi? Il marinaio Ishmael, nel celebre Moby Dick di Herman Melville. Parla del proposito ossessivo del suo comandante Achab di scovare e uccidere la balena bianca, è quindi Achab il vero protagonista. E anche Sir Arthur Conan Doyle affida a un gregario il ruolo di narratore, è Watson infatti, nei libri di Sharlock Holmes, a raccontarne le gesta.
La focalizzazione interna dal punto di vista del protagonista con una narrazione in prima persona (narratore autodiegetico) è forse la focalizzazione più adatta a creare un’esperienza immersiva per il lettore ed è usatissima nella narrativa contemporanea.
La focalizzazione interna è spesso usata nei mistery, thriller, o gialli, per creare suspense. Il narratore (e quindi il lettore) non ne sa più del personaggio che sta scendendo per la prima volta le scale buie della cantina, da cui ha sentito arrivare quel suono.

Senza prestare attenzione a nulla, camminavo a grandi passi per la stanza e, credo, parlavo da solo. Era come se fossi stato salvato dalla morte e con tutto il mio essere lo percepivo gioiosamente.
(Memorie dal sottosuolo, F. Dostoevskij)

 

Focalizzazione esterna
La focalizzazione esterna pura è usata di rado. È una narrazione asettica, cronachistica, da reportage giornalistico super partes (se esistessero ancora giornalisti capaci di redigerne uno così). Allora non ci sono analisi, pensieri dei personaggi, valutazioni critiche, commenti. Solo i fatti, così come si svolgono.
Come focalizzazione è forse la più difficile da usare, occorre avere una grandissima padronanza del mezzo (scrittura). Un esempio famoso è il racconto Colline come elefanti bianchi di Ernest Hemingway in cui di una tempesta intima interiore il narratore si limita a fotografare la superficie scabra.
È quasi un punto di vista cinematografico, il lettore segue come fosse un film, e conosce di volta in volta solo ciò che mostra la cinepresa.

La ragazza si alzò e camminò fino in fondo alla stazione. Dall’altra parte c’erano campi di grano e degli alberi lungo le rive dell’Ebro. Più lontano, di là del fiume, si levavano montagne. L’ombra di una nuvola si muoveva sul campo di grano ed ella guardò il fiume attraverso gli alberi.
«E si potrebbe avere tutto ciò» disse «e si potrebbe avere tutto, e ogni giorno ce lo rendiamo sempre più impossibile». 
(Colline come elefanti bianchi, E. Hemingway)



Quale usare? Bella domanda. Dovrei sapere cos’hai in mente, per risponderti. Ma così su due piedi il consiglio che ti do è questo: valuta bene quale punto di vista usare, e una volta deciso tienilo sempre a mente, durante la scrittura. Non abbandonarlo mai e non tradirlo. Perché una focalizzazione confusa fa subito pensare a un autore alle prime armi. La consapevolezza e il controllo del punto di vista sono virtù fondamentali per un bravo scrittore e rafforzano la sua scrittura e l’autorevolezza della sua voce. Ma di questo parleremo più avanti.

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