Recensione: “La città dei vivi”, di Nicola Lagioia

Qualcuno l’ha paragonato ad “A sangue freddo” di Truman Capote. Un racconto che immerge nel degrado umano, nella perdita di valori di una progettualità vaga e infattibile. Fuori dal reale, compromessa. Ma si può davvero parlare di ‘romanzo’?

Iniziamo col dire perché non è accostabile al romanzo di Truman Capote. Il primo è un romanzo interiorizzato, che cerca di empatizzare, per quanto possibile, con i criminali, Capote ha passato moltissimo tempo con uno di loro, lo andava a trovare in carcere, lo intervistava, era totalmente immerso e divorato dal suo stesso romanzo. “La città dei vivi” è invece un reportage che usa la focalizzazione esterna, distante dal fatto e dai personaggi. Gli accadimenti sono narrati in terza persona e l’autore-narratore non si azzarda per un attimo a far suoi i pensieri degli assassini, li scruta, li esamina a fondo, ma sempre dietro il vetro del parere personale esterno. Per questo fa uso di una narrazione distaccata, giornalistica, non asettica – questo no – ma molto sulle sue, che non si prende il rischio di avvicinarsi troppo al fuoco di cui sta raccontando l’abbrivo e il propagarsi. Un episodio di cronaca nera di qualche anno fa, marzo 2016: il ventitreenne Luca Varani – ragazzo tranquillo, un lavoro in carrozzeria, una fidanzata storica – è ucciso da due ragazzi della medio-borghesia romana, che privi di passioni o interessi, trascorrono giornate e nottate a sniffare cocaina, ubriacarsi e, in questo caso, uccidere senza motivo. Perché in effetti non c’è motivo.

Lagioia in questo reportage tenta di spiegar(se)ne le cause ma mai di immedesimarsi, di carpirne i pregressi, i vissuti che hanno portato i due mettere in atto un gesto così cruento (il ragazzo è stato torturato per ore, prima di morire dissanguato), ma invece che esaminare le cause dal dentro, sempre dal di fuori, alla disperata ricerca di un particolare, un momento, un movente che lo avvicinasse alla vicenda. La sensazione è che Lagioia tentasse di comprendere l’efferato gesto, gli assassini, utilizzando la sua vita e i suoi vissuti come metro di giudizio.

Come se una persona normale cercasse di capire un assassino non cercando di entrare nella mente dell’assassino, nel suo passato, nei suoi pensieri, nelle sue urgenze ecc. ma valutando questi aspetti con la lente della propria vita. Anch’io, dice, ho guidato da ubriaco e stavo per ammazzare qualcuno. Mi è andata bene, a me. A loro no. L’obiettivo di Lagioia sembra essere trovare una spiegazione a questo efferato omicidio, perché in qualche maniera lo sente vicino, si sente ossessionato da questo episodio di cronaca. La sensazione è proprio questa: si evince il suo desiderio, la curiosità di entrare nel fatto (il fascino del male) ma senza averne fino in fondo il coraggio, mantenendo sempre una distanza di sicurezza, uno scudo trasparente che permetta di vedere il male ma difenda dai suoi artigli. Il problema è che senza gettare lo scudo è impossibile penetrare fino in fondo in quel sottosuolo di dostoevskiana memoria. Esisterà sempre una distanza, di sicurezza appunto. Ed è questa la più grande differenza tra il capolavoro di Capote e il reportage di Lagioia. Capote lo scudo non lo ha nemmeno preso in mano. Si è gettato a capofitto, narrando la storia usando la focalizzazione interna. Il soggetto percipiente non è la vittima ma il carnefice. Un carnefice non fiction ma in carne e ossa, vivo (almeno fino alla sedia elettrica) e agente in Terra del male. Lo guarda negli occhi e lo sfida e vi entra dentro, indossandoli quegli occhi.

La narrazione di per sé è funzionale all’argomento trattato, non si eccede mai in melodrammi o in enfatici quanto ovvi giudizi. La lettura procede fluida, lo stile narrativo è quasi sempre fruibile, il registro linguistico semplice, divulgativo, di qualcuno che vuole farsi ascoltare – a differenza di quello usato in “Ferocia”, vincitore del Premio Strega 2015, il cui era aulico, volutamente farraginoso, urticante, pleonastico e autocompiaciuto.
“La città dei vivi” è un libro che chi ama il genere cronaca nera (i programmi di Franca Leosini, Roberta Petrelluzzi, Carlo Lucarelli e compagnia bella – come me, peraltro) apprezzerà di certo. Un reportage, un’inchiesta molto psicologica, se mi si passa il termine, ma non un romanzo. Segue la struttura del romanzo, ci sono inserti che portano avanti la storia e, sì, sono seminate esche narrative e metonimie, e tutto concorre a stabilire una tensione narrativa, ma per definirlo romanzo bisognerebbe che avvenissero cose, che ci fosse una fabula, mentre qui si tratta più di un patchwork di interviste, deposizioni, pareri, accadimenti, che seguono sì una linearità cronologica ma non ne fanno un romanzo.

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