L’amore ai tempi del clockpunk – Intervista a Giuseppe Chiodi, autore del romanzo “Il mistero del principe”

In occasione della recente uscita del suo romanzo Il mistero del principe, scambiamo quattro chiacchiere con Giuseppe Chiodi, scrittore e autore anche di un fortunato blog, pieno di spunti stimolanti.

Stimoli fuori dall’ordinario anche per il tuo romanzo, che mostra interessanti tratti clockpunk. Innanzitutto ti chiedo di spiegarci cosa si intende in generale con questo termine.

Un’opera clockpunk presenta una tecnologia meccanica retrofuturistica. Si tratta di un sottogenere dello steampunk, a sua volta partorito dalla fantascienza e, in certi casi, dal fantasy. Le storie steampunk sono ambientate, in genere, in un’epoca vittoriana alternativa e fanno sfoggio di macchinari a vapore a dir poco ipertrofici. Ecco, il clockpunk funziona allo stesso modo, ma la tecnologia di riferimento esplode nel Rinascimento e raggiunge la massima espressione a cavallo tra il Settecento e l’Ottocento. È quella degli orologi, degli automi, dei carillon e di certi giocattoli a molla.

In che cosa il tuo romanzo si può definire appartenente al genere?

La trama de Il mistero del principe ruota intorno a un prodigio fantascientifico immaginato nel Sette-Ottocento. Il romanzo è, inoltre, ricco di meraviglie retrofuturistiche di quell’epoca, realmente esistite o millantate… ma non voglio fare spoiler!

Evitare lo spoiler è doveroso parlando di un romanzo pieno di mistero come il tuo, perciò mi guarderò bene da farti domande inerenti la trama.
Nel testo di presentazione del romanzo si legge: “A volte il dolore è insopportabile e rischiamo di perderci. A volte è sufficiente una luce per ritrovare la strada, voltare pagina e rinascere”. È davvero così?

È così. L’ho vissuto sulla mia pelle e visto coi miei occhi. Non è sempre sufficiente, come dimostra un certo personaggio della storia, ma in certi casi sì. Non giudico chi rinuncia a riprendere in mano la sua vita, anzi; non escludo di comportarmi esattamente in questo modo, semmai il mondo mi crollasse addosso. Ma quella luce esiste e può diradare le tenebre più fitte.

Può bastare una luce metaforica a voltare pagina, o è più un monito, un proposito che vorresti infondere nel tuo lettore?

La luce di cui parlo non è solo un monito. Ne parli tu stesso nella domanda successiva. Vorrei che il lettore capisse che si può sempre andare avanti, et ventis adversis. Ma non solo. Tante persone hanno paura di fidarsi davvero del partner; di concedersi, di rinunciare alla propria individualità e sicurezza, di gettare il cuore oltre l’ostacolo. Ebbene, Il mistero del principe è il mio tentativo di spiegare perché questo è un errore.

Mi colpisce, nel tuo romanzo, l’amore. Inaspettato, il gesto dell’amore. Nell’amore. Non so se te ne sia accorto scrivendolo ma tra robot e palingenesi, l’amore si percepisce, incombente. Amore per la scoperta, per la storia, per una persona con cui ci si completa o per il padre, nel caso della protagonista femminile Eulalie, e amore per la tua città, Napoli. Contorto, a volte, non lineare e ostacolato, ma pur sempre amore. Sembra che tutto quanto ciò che si muove nel libro ne sia permeato, o alla sua ricerca. C’è del vero in quest’affermazione?

Ho scritto il romanzo con due Temi fissi nella mente: Amore e Rinascita. Il duo (anzi, il trittico, dal momento che la Rinascita include la Morte) è collegato dalla seguente premessa narrativa, o punto di vista tematico: «l’Amore conduce a una Rinascita». Il libro è, in effetti, permeato dai suddetti elementi, poiché ho scritto ogni singola scena in modo tale che soddisfacesse la premessa narrativa e facesse emergere i Temi. Quindi… sì, c’è del vero nella tua affermazione e sono contento che te ne sia accorto. Significa che ho lavorato bene!

Quanto per te è importante quest’astrazione?

Tanto, sia come persona che come autore. Ho avuto molte passioni nella mia vita, per attività e persone, e ognuna di queste mi ha spinto a rialzarmi e a crescere. Si può dire che ognuno di noi abbia avuto tante vite; tante quante le cose che abbiamo amato.

Qual è stata la più grande difficoltà nello scrivere Il mistero del principe?

Finii di scrivere il romanzo nel 2017, editing incluso… ed era molto, molto diverso da come si presenta adesso! Ci ho lavorato negli anni successivi, ma in modo discontinuo fino al 2019-2020 (nel frattempo ho scritto un altro romanzo).
Ma qual è stata la più grande difficoltà? Bella domanda. È stato difficile far quadrare tutto, dal punto di vista della trama e dei personaggi. Col protagonista, in particolare, ho battagliato parecchie volte. Pasquale ha avuto varie identità, a pensarci, tutte simili tra loro ma per nulla uguali.

Quanto c’è di autobiografico?

Tanto e poco. I romanzi sono, spesso, delle rielaborazioni del vissuto dell’autore. Ci sono elementi di vita vera, certo, ma trasformati, fusi a momenti inventati e impossibili da isolare. In genere, comunque, condivido l’idea di Jack London secondo cui

Devi scordarti di te stesso. E allora il mondo si ricorderà di te. Ma se non ti danni e non ti scordi di te stesso, allora il mondo si turerà le orecchie per non sentirti. Riversati tutto nel tuo lavoro fino a che il tuo lavoro non diventi te stesso, senza però che ti si veda da nessuna parte. Quando, nel Riflusso della marea, la goletta arriva all’isola delle perle, e il pescatore di perle incontra i tre disperati e oppone la sua volontà alla loro per la vita e per la morte, il lettore pensa forse a Stevenson? Rivolge forse anche un solo pensiero all’autore? No, certo che no. Dopo, quando tutto è finito, egli ricorda, e si meraviglia, e ammira infinitamente Stevenson; ma in quel momento? Neanche per sogno.
(Pronto soccorso per scrittori esordienti, J. London).

Quanto secondo te le serie tv, videogiochi, le produzioni audiovisive influenzano ai giorni nostri la letteratura?

Tanto e poco. È un’influenza discontinua, eterogenea. Non c’è dubbio che, almeno in Italia, i vari media abbiano un grosso impatto su una certa letteratura di genere, ma il mondo videoludico è ancora visto con scetticismo da tante persone. È un peccato, perché alcune delle migliori storie che abbia mai “vissuto” mi sono state trasmesse proprio dai videogiochi!

E i dialoghi?

Quante volte leggiamo dialoghi, in determinati romanzi, che sembrano essere tratti da film? E non lo dico come complimento. Mi riferisco a quella matassa di gergo, stereotipi, frasi fatte, citazionismo, frasi a effetto e chi più ne ha più ne metta che piagano il mondo del cinema e delle serie. Certi autori le riproducono fedelmente, incluse di adattamento improbabile da doppiaggio. “Ehi, campione!”.

Il cosiddetto doppiaggese, lo conosco bene. Leggendo per lavoro manoscritti di aspiranti scrittori capita spesso di incontrare esempi simili, ma a volte l’autore è aperto e recepisce i consigli dell’editor.

Affrontiamo ora altri due temi: arte e mercato. Quanto pesa il mercato rispetto all’arte?

Non voglio sconfinare in campi di cui non capisco una cippa, quindi… continuiamo a parlare di libri. Non c’è molto da dire a riguardo, purtroppo: in Italia è praticamente impossibile vivere di scrittura, indipendentemente dal target che si insegue. Certo, ci sono prodotti più popolari di altri e un pubblico può essere di gran lunga più redditizio di un altro, ma neanche il Dan Brown di turno riuscirebbe ad arricchirsi in questo modo. Il libro non può essere l’attività principale; deve essere trainato. E poi, per quanto si possa essere furbi e consci del mercato, in Italia continua a contare di più il familismo. Insomma, dipende tutto da chi conosci, e non è una frase fatta. Per niente.

Ti è mai capitato di scrivere pensando di indirizzare il tuo scritto verso le tendenze del mercato, di privilegiare la vendibilità a un’idea che sentivi personale?

Cerco di coniugare le due cose. Uno spunto che mi stuzzica, un argomento di cui mi preme parlare… e un’idea in grado di attirare potenziali lettori. Ma è un esercizio che non comprende calcoli, ritorno di investimenti o cose del genere: ‘mercato’ e ‘vendibilità’ sono paroloni in questo campo.

Come mai la scelta del self publishing?

Conosco bene pro e contro della scelta, poiché autopubblicai nel 2013-2014. Nel frattempo sono approdato alle case editrici, ma ho rifiutato varie proposte per Il mistero del principe. Ritengo che l’autopubblicazione sia più appropriata per quest’opera e per il progetto personale che c’è dietro. Un progetto in lenta e inarrestabile espansione…

E ci vuoi anticipare qualcosa di questo progetto?

No!

In che cosa la senti più appropriata e in che cosa non ti convinceva la collaborazione con case editrici?

È un discorso molto complesso, ma vedrò di farla breve. Le case editrici sono tutte diverse, e così i contratti di pubblicazione che offrono… ma il range di parametri non è così ampio, in media. Le royalty sono basse (molto più basse rispetto al self, per ovvi motivi), la promozione è spesso poco efficace e i diritti possono restare nelle mani della CE per tanto tempo (qualcuno mi propose di cederli per venti anni. Non firmate robe del genere, vi prego). Ma non è questo il motivo per cui ho deciso di autopubblicare Il mistero del principe, no. È la libertà. Ogni CE ha le sue norme redazionali a cui occorre attenersi. Il romanzo non sarebbe mai stato impreziosito dagli extra, le immagini ecc. che ho elaborato per esso, se fosse stato pubblicato da una CE. Né avrebbe avuto la formattazione giusta.

Hai un blog avviatissimo in cui presenti anche lezioni di scrittura creativa. Quanto ritieni importante la ‘scuola’ per un narratore rispetto, per dire, al talento?

Bella domanda! Chi mi legge saprà come la penso: la ‘scuola’ è tutto, a mio avviso. Credo al talento, o alla propensione, ma in misura minore rispetto allo studio e al duro lavoro. Il talento, ammesso che esista, va coltivato, o cessa di esistere. Non resta con noi per sempre.

Folklore e leggende. Mi sembra di capire che nutri un profondo interesse per il folklore, soprattutto quando si mescola alla leggenda, alla superstizione. Le credenze popolari tanto diffuse in tutta Italia, di mostri e fantasmi e streghe. Ho visto che hai scritto diversi testi al riguardo. Parlaci delle tue influenze e delle tue passioni.

Amo girare per l’Italia e scoprire le infinite credenze, favole e leggende che animano la nostra penisola. L’italiano medio non ha idea di quanti mostri, eroi, dei, fantasmi e così via abitino nei dintorni della sua casetta: è un tesoro ricchissimo, una fonte d’ispirazione inesauribile. Da Napoli a Torino, dalle Eolie alla Carnia, non basterebbe una vita per vedere tutte le meraviglie e assorbire tutte le storie che permeano il Bel Paese.

Così su due piedi: la storia, la leggenda che preferisci, quella che ti ha colpito di più, quella magari più curiosa, o semplicemente quella che ti è rimasta più impressa?

 Difficile scegliere la più curiosa su due piedi. Vediamo… di sicuro, una sfiziosa è quella del drago di Atessa, un comune del Chietino. Secondo la leggenda, La Tessa (così era chiamata) si formò dall’unione di due città, Ate e Tixia, separate da una palude in cui abitava un drago sputafuoco. Be’, San Leucio uccise il drago e gli strappò un’enorme costola, tuttora conservata nel Duomo della città. La si può ammirare in una teca.

Cosa ti stimola?

Viaggi per l’Irpinia e t’imbatti nel laghetto della Mefite: un pantano sulfureo unico al mondo, un micro-paesaggio lunare battezzato col nome di una Dea dimenticata. Ne parla anche Virgilio, ma… se non lo sai e ignori i cartelli di pericolo, la curiosità potrebbe ucciderti.
Viaggi nel Senese e t’imbatti in un mare di dune sabbiose e calanchi: è il deserto di Accona. Capiti da quelle parti in primavera? Il deserto si tramuta in una valle paradisiaca, una contea tolkieniana punteggiata dai cipressi.
E mi chiedi cosa mi stimola?

Da cosa nascono queste passioni?

La domanda è: da cosa non nascono. Dovremmo prestare più attenzione alla terra che calpestiamo, all’aria che respiriamo, ai nomi che portiamo. Non siamo nullità; è quello che ho cercato di far capire col romanzo che ho pubblicato nel 2018, Cuore di Tufo.

Da dove sei partito e dove sei arrivato, nel tuo percorso?

Sono partito nel 2009-2010. Appena finita la scuola, insomma. Terminai di scrivere il mio primo romanzo giusto dieci anni fa, nel 2011. Era una schifezza; quanta acqua è passata sotto i ponti! Mi accingo a scrivere il mio sesto romanzo, da allora, eppure ho ancora così tanto da imparare. Sono cresciuto e mi ritengo una persona preparata in fatto di storie, ma credo di essere ancora molto lontano dalla meta. Non voglio diventare uno scrittore ricco sfondato; la vita non è un fantasy. Ma uno scrittore eccezionale sì. Voglio arrivarci, lotterò per arrivarci, e se non ce la farò… ne sarà valsa ugualmente la pena.

E a che punto del viaggio sei?

Sto giocando, in questi giorni, a un roguelike chiamato Skul, the hero slayer. In questo gioco, l’eroe può trovare un gran numero di teschi da equipaggiare, ognuno con le proprie mosse, statistiche e livello di rarità. Ogni teschio può, comunque, essere portato alla rarità massima con l’uso di alcune ossa. Le rarità sono: common, rare, unique e legendary. Ecco, se dovessi usare questa come scala, direi di essere passato da common a rare. Il difficile viene adesso, ma… non aspetto altro!

Intervista di Francesco Montonati

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