16. Il flusso di coscienza, cos’è e come usarlo al meglio nella narrativa contemporanea

Il professore ti fa accomodare su una poltrona comoda abbastanza da riuscire contento ma scomoda abbastanza da impedirti di rilassarti troppo. Postura comoda ma vigile. Lo guardi mentre esamina il suo blocco, scribacchia alcune righe, poi alza gli occhi dal blocco a te.
«Mela».
Prendi un attimo, e neanche il tempo di cambiare espressione assumendone una più pensierosa, intellettuale e appunto vigile, che lui già ti incalza: «Subito! Non ci pensi!»
Rispondi quasi in un singulto: «Spicchio!»
«Luna!» vi grida.
«Bellezza».
«Antonomasia» dice lui.
«Cianuro?»
Il professore si abbassa gli occhiali sul naso. «Ho detto antonomasia, non eutanasia».
Ci pensi un po’ su ma non ti viene niente. «Non so cosa dire».
Il professore tira righe sul foglio. «Proviamo qualcos’altro. La libera associazione non funziona».

Si tratta di una tecnica che dovrebbe stimolare l’inconscio del paziente liberando paure, traumi e compagnia bella, ed è qui che ha le sue origini il flusso di coscienza, dalla freudiana libera associazione e dai concetti di pensiero libero ad essa collegati.

Cos’è il flusso di coscienza
In letteratura si parla di flusso di coscienza quando partendo dal monologo interiore l’autore libera i pensieri del personaggio e li esprime in un flusso incontrollato, un po’ come avviene nella libera associazione in cui il paziente è invitato a rispondere alle sollecitazioni senza pensarci. Non protetto dalla decenza, non forzato entro vincoli sociali, scevro dal costante controllo razionale il flusso di coscienza dovrebbe favorire l’immedesimazione del lettore, la sua immersione, e si traduce in pagine senza punteggiatura, frasi sconclusionate che sembrano coriandoli gettati in aria e planati a terra in ordine sparso, senza apparente legame se non il caso.

Un caos? Non necessariamente
Se davanti allo psicologo è necessario (era, in realtà, adesso questo metodo non si usa quasi più) rispondere a casaccio perché stava poi all’analista, in separata sede, dare un senso a quell’accozzaglia di pensieri, in letteratura la questione è diversa. L’elaborazione del caos sarà a carico del lettore, e sarà quindi a lui che dovrai pensare, apprestandoti a comporre un flusso di coscienza. L’idea di base è quella di seguire il personaggio nelle sue elucubrazioni senza tagli o censure, dovrà essere tua premura quindi dotarlo di esperienze e di ricordi e tradurre questo background intimo e psicologico in pensieri, liberandoli, annotandoli e traducendoli in prosa. Complicato? Certo che sì, se qualcuno pensa che scrivere sia una cosa facile, innata o dettata soltanto dal talento si sbaglia di grosso.

La statua di James Joyce a Dublino.

È arrivato il momento di smettere di teorizzare e vedere sul campo che cosa è stato prodotto dai grandi autori. Primo fra tutti James Joyce. Il suo Ulysses è un’opera mastodontica di più di mille pagine in cui è raccontato un solo giorno (il 16 giugno 1904, giornata a Dublino commemorata annualmente con il nome di Bloomsday), giorno che per eventi e situazioni l’autore lega in un filo concettuale alle tappe del viaggio di Ulisse, eroe omerico da cui il romanzo prende il nome. Non parleremo ulteriormente di questo capolavoro, ma soffermiamoci su un brano per capire come appare il flusso di coscienza nella letteratura classica. L’intero Ulysses è scritto usando questa tecnica e in questo brano Molly elucubra sul marito Leopold Bloom, da lei sospettato di frequentazioni illecite. Fa parte del diciottesimo capitolo, l’ultimo, che prosegue per pagine e pagine senza un segno di interpunzione.

“[…]ad ogni modo è mica amore perché altrimenti lui starebbe digiuno pensando a lei quindi o è stata una di quelle donnine notturne se è andato davvero da quelle parti e la storia dell’albergo l’ha inventata un sacco di balle per nascondere i suoi inghippi ed è stato Hynes a trattenermi e chi è che ho incontrato ah sì ho incontrato Menton te lo ricordi e chi ancora chi fammi pensare quel faccione da pirla che l’ho visto quando non era sposato da tanto fare lo scemo con una ragazzina al Myriorama di Poole e gli ho girato le spalle mentre tagliava la corda con un’aria che mi aveva sgamato che male c’è però una volta ha avuto la faccia di tolla di provarci anche con me ben gli sta pallone gonfiato con quegli occhi da pesce lesso il più fesso che ho mai conosciuto e uno così ci dicono avvocato se non che me non mi piace sbattermi più di tanto a letto oppure se non è quella sarà una qualche troietta che ci è andato insieme chissà dove o l’ha raccattata alla chetichella che se lo conoscessero bene come lo conosco io sì perché l’altro ieri […]”

(Ulysses, J. Joyce)

Un bel respiro e passiamo a un brano, questa volta tratto da L’urlo e il furore, di William Faulkner, celebre romanziere statunitense. Faulkner adotta per ognuno dei quattro capitoli il punto di vista di un personaggio diverso, in questo caso di Benji, un ragazzo con ritardi psichici che si esprime con un registro basso e povero di vocaboli. Seguire la storia è ancora più difficile perché Faulkner, da una frase all’altra, inserisce salti temporali senza introdurli con una frase o un marcatore di tempo, accrescendo ulteriormente il senso di caos.

l signor Patterson stava zappando fra i fiori verdi. Smise di zappare e mi guardò. La signora Patterson attraversò di corsa il giardino. Quando le vidi gli occhi, cominciai a piangere. Idiota che sei disse la signora Patterson gli avevo detto di non mandarti più da solo. Dammela. Presto. Il signor Patterson veniva svelto, stringendo la zappa. La signora Patterson si spenzolò sullo steccato, tese la mano. Cercava di scavalcarlo. Dammela, disse, dammela. Il signor Patterson scavalcò lo steccato. Prese la lettera. L’abito della signora Patterson s’impigliò nello steccato. Vidi ancora i suoi occhi, scesi di corsa giù dalla collina.
«Laggiù ci sono soltanto delle case» disse Luster. «Scendiamo al ruscello.»
Stavano facendo il bucato, al ruscello. Una cantava. Potevo annusare i panni tesi ad asciugare e il fumo che soffiava attraverso al ruscello.
«Resta qui» disse Luster. «Lassù non hai nulla da fare. Quella gente ti colpirebbe di certo.»
«Cosa vorrebbe fare.»
«Non lo sa nemmeno lui» disse Luster. «Crede di voler andare lassù, dove tirano a quella palla. Mettiti lì a sedere e gioca col tuo fiore di datura. Guarda quei bambini che fanno il chiasso nel ruscello, se vuoi guardare qualcosa. Perché non sai fare mai “signora Patterson s’impigliò nello steccato. Vidi ancora i suoi occhi, scesi di corsa giù dalla collina.

(L’urlo e il furore, W. Faulkner)

Il flusso di coscienza è quindi un emergere inconsapevole del pensiero e di ricordi filtrati, reso in prosa attraverso un aggregato libero e incongruente di frasi dissociate una dall’altra, senza legami logici diretti. Rimanendo in tema omerico, per il lettore diventa un’odissea seguirlo.

stream of consciousness, flusso di coscienza

Com’è cambiato negli anni il flusso di coscienza
A questo punto è importante soffermarci su un aspetto. James Joyce ha scritto Ulysses nel 1922, ed è un classico marmoreo della letteratura, Faulkner nel 1929. All’epoca gli autori erano visti dalla gente con rispetto, con deferenza. L’autore dal suo piedistallo elargiva capolavori che, nella loro arte contorta, artificiosa e per nulla immediata, stava poi al lettore decifrare, felice di contemplare da vicino la grandezza dell’autore con la a maiuscola. Ora i tempi sono cambiati, il lettore cerca l’immediatezza, l’immersività e la facile fruizione. Così nel corso degli anni, anche il flusso di coscienza è cambiato. Non è sparito, si è soltanto evoluto, ‘lisciato’ per così dire. Nel 2020 vincitore del Premio Campiello è stato Mario Rapino che nel suo romanzo Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio ha utilizzato proprio il flusso di coscienza. Proviamo a leggerne un estratto per capire quanto, in effetti, sia cambiato rispetto a quello dei classici succitati. Liborio, il protagonista narrante, è il classico scemo del villaggio, fool di shakespeariana memoria, che da una periferia esistenziale dà voce a chi non ha voce, agli emarginati, agli ultimi della fila.

“Quanto sarà grande quel cazzo di mare? Na cosa grossa raccontano i migranti, che le onde sono alte come una casa e ti s’inghiottono con una morsicata sola navi e bastimenti, e certe notti di vento forte si strafoga pure l’anima di chi ci sta sopra a navigare, che uno si vomita tutto, pure i ricordi e quelle cose che s’è lasciato alle spalle e quello che deve venire. È che non s’è più visto da allora né ha scritto una cartolina per farsi vivo né ha mandato qualche soldo per riempire le giornate e la pancia, che si faceva una fame, si faceva, che ti veniva gelosia pure delle pecore che almeno loro l’erba ce l’avevano.”

(Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio, R. Rapino)

Un’altra cosa, vero?
Bene, ora sei pronto a lanciarti nello stream of consciousness. Buon viaggio, ma ricorda freni e cinture di sicurezza: non siamo più negli anni Venti, il lettore va conquistato con mezzi moderni, veloci e comprensibili.

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