Recensione: “L’invenzione del suono”, di Chuck Palahniuk

La figlia di Foster è scomparsa durante un gioco che stavano facendo insieme. Doveva rincorrerla, trovarla, che è esattamente quello che ha fatto per i successivi diciassette anni.
Mitzi è una richiestissima foley artist di Hollywood, una rumorista. La sua specialità: gli urli. Terrificanti come i suoi nessuno è ancora stato in grado di produrne. Ma qual è il suo segreto per renderli così reali? Le strade dei due finiranno presto per incrociarsi, due disperate solitudini che s’intrecciano e confliggono.

Basta un affondo o un fendente per provocare le urla e la fuoriuscita del sangue. Per farle cessare, però, ce ne vogliono molti di più.

L’idea del nuovo romanzo di Chuck Palahniuk (vero nome Charles Michael Palahniuk) è certamente interessante, l’indagine di un mondo nascosto, quello dei rumoristi hollywoodiani, è affascinante e stuzzica la curiosità. Ma, pur riconoscendo l’altissima qualità della prosa, l’intreccio, il dipanarsi della storia e, per certi versi, la storia stessa non mi hanno convinto.
La prosa è spesso nebulosa, a tratti eccessivamente filosofeggiante per un libro di genere, e parti complesse e articolate sono intervallate da momenti di testo semplice, fin didascalico, quasi che l’autore a intermittenza ricordasse che sta scrivendo un thriller e che qualcuno lo sta leggendo, ed è bene che capisca cosa succede.

Il sistema limbico umano ha bisogno della comunanza per toccare le proprie vette e sondare i propri abissi.

Dal punto di vista del racconto, il romanzo risulta troppo predisposto, artefatto. L’invisibile strutturale diventa visibile, persino ingombrante, e alla lunga stufa. In questo continuo alternarsi di punti di vista, di piani temporali e spaziali, appare chiaro l’obiettivo di tenere desta l’attenzione del lettore con trovate pirotecniche e colpi di scena, ma ciò che rimane alla fine della lettura è la sensazione di qualcosa di posticcio, molto poco reale. In molti brani del libro è evidente il lavoro di ricerca e di studio dell’autore, brani che però assumono interesse saggistico, nozionistico, più che diegetico. Ah, pensa il lettore, il rumore dei tuoni lo ottengono scuotendo una lamina di alluminio; non ci avevo mai pensato. Però si è staccato dalla storia, ha perso attenzione per le vicende che, tra l’altro, spesso appaiono prevedibili quando non inverosimili; classico esempio di trama che muove i personaggi e non viceversa.
Emerge forte il tema della mercificazione incondizionata del dolore, ma il racconto assume tratti talmente parossistici che non sembra neanche più, portato anch’esso all’esasperazione, un tema reale, e il romanzo finisce per perdere anche il valore – se ne ha uno – di denuncia.
Un libro che non mi ha convinto.

Mondadori
pp. 240
€ 18

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