“Spatriati”, di Mario Desiati – Recensione

Mario Desiati ha studiato Giurisprudenza, è stato caporedattore della rivista Nuovi Argomenti, redattore di Mondadori e direttore editoriale di Fandango Libri. Ha scritto poesie e romanzi. Candidato dal suo ex collega Alessandro Piperno, anche lui ex redattore di Nuovi Argomenti, è il vincitore del Premio Strega 2022.

In Spatriati, la storia è semplice. Il protagonista, radicato al paese di origine Martina Franca, timido, passivo e poco incline a guardarsi dentro, aspetta tutta la vita il suo amore, che è invece una ragazza prima e donna poi attiva, dura, emancipata e spregiudicata, sempre alla ricerca di situazioni limite. Lei si trasferisce a Milano (lui rimane al paese) e poi a Berlino finché lui non la raggiunge. 

Molti i temi che il romanzo sfiora e indaga: le pulsioni al limite con l’obiettivo di una rivalsa sociale e in contrasto con la visione chiusa e patriarcale della famiglia di origine, il gender fluid, la non appartenenza, la mancanza di radici e di un posto da chiamare casa.

A differenza della trama, la missione che Desiati si pone con Spatriati non è semplice.
Sulla carta il punto di vista tematico non ha nulla di originale, ma questo non è necessariamente un fattore negativo, anche Romeo e Giulietta, in fondo, è una delle tante storia d’amore travagliate. 
Un ragazzo con problemi a definire la propria identità sessuale si scontra con la mentalità del sud – vicina ai dogmi ecclesiastici, alle cerimonie, chiusa e rivolta al centro di se stessa, per nulla incline all’apertura e alla sperimentazione – e, seguendo il suo amore Claudia, fugge verso l’apertura delle città del nord. Berlino, dove ognuno può essere quello che sente dentro.
Parlare di tutto questo senza incappare nei cliché o nel già sentito è difficile. 

Allora avremo un protagonista che non riesce ad accettare (e capire fino in fondo?) la propria sessualità, una ragazza confusa alla ricerca di qualsiasi esperienza purché trasgressiva ed eccessiva (che fa tanto Christiane F., se di Berlino si vuol parlare), una madre fedifraga e comprensiva, un’amica che fa della precarietà esistenziale borderline una bandiera, un modo di essere. C’è anche il neonato, alla fine, che ricorda certe ambientazioni almodovariane. Episodi già raccontati in mille salse, come il ragazzo timido e innamorato che per rivelarsi racconta all’amata “di un amico a cui piace una misteriosa ragazza…”.

Da un autore che è anche poeta ci si poteva aspettare una prosa più armoniosa, più temeraria, invece è tranquilla e, come il protagonista della storia, sembra non voler mai osare, mai prendersi un rischio. E da un Premio Strega, la scrittura è una cosa che ci si aspetta potente, sicura, solida e, quando serve, spietata.

Ma il limite più grande del romanzo è questo. 
L’autore cerca di raccogliere una storia attuale, tentando in qualche modo di stupire; vuole parlare di cose spinose, dissacranti, caustiche, fastidiose per il perbenismo da opinione pubblica, ma senza la forza narrativa (e il coraggio?) per farlo. Allora si trovano episodi spiazzanti, buttati in mezzo alla narrazione così, che appaiono forzati, inseriti apposta perché dovevano esserci delle parti forti. 

– Sei bella quando leggi le poesie. 
– Sono meglio quando mi masturbo. 

Questa debolezza di fondo porta il lettore a storcere la bocca leggendo scambi di questo tipo, a dire all’autore: Ma perché? Non sei Welsh, non sei Palahniuk.
E non è che tu, autore, non possa esserlo a tua volta, non è che questo tipo di scambio appartenga al novero di un linguaggio riservato a loro, è che devi trovare una tua cifra. Univoca, che involi il lettore in una direzione ben definita, con un solo approccio. Lettore a cui, trovandosi davanti certe frasi o situazioni, non venga da pensare: Cosa c’entra? Perché? Cos’è, una frase buttata lì per fare la “risposta forte”? E poi?
Se personaggi, dialoghi e situazioni non sono debitamente preparati a livello drammaturgico, il lettore è portato a dubitare della sincerità degli stessi e la narrazione perde forza e credibilità.

Come l’episodio in cui Claudia si leva la gonna e rimane in mutande nell’androne di casa sua. Così, senza motivo. Anzi, per sentirsi “LIBERA”, come annoterà subito dopo sul taccuino (per spiegare al lettore incredulo il perché della sua azione stonata – che invece sarebbe una trovata scenica efficace per un film).
Ecco, trovate sceniche simili sembrano buttate lì di tanto in tanto per fare succedere le cose forti. Come quando il protagonista, fatalista e totalmente succube della vita, si mette a fare il duro con i delinquenti mezzo mafiosi che lo minacciano. 

Lo sai chi ci manda?
Non lo so e non mi interessa –. Giocavo a fare il duro.

Non voglio dire che il libro sia scevro di pagine di bella scrittura, evocative di immagini e sensazioni, si veda ad esempio:

Il piacere ha un colore e il nostro era il bianco, come il marmo contro il quale le premevo le ossa; era neve, latte, calce. Pensai alle pietre del mio paese, che in estate sono accecanti. La calce disinfetta i palmenti, monda i sottani e i colli dei trulli. Eravamo un unico corpo. 

Apprezzo questo tipo di prosa poetica. Peccato che sia usata per descrivere momenti come quelli appena citati, in cui il lettore si chiede “ma perché?”. In questo caso, per esempio, Claudia e il protagonista Francesco stanno facendo sesso in una piscina pubblica, con tanto di ignari spettatori. Così, dal nulla, lei ha manifestato la voglia di andare a fare un bagno e, con la stessa naturalezza, di scopare.

Mi rivolse un’occhiata di sfida.
– Lo faresti ora con me?
– Sempre.

Spatriati è un libro che non mi ha convinto, che ho finito a forza, scettico e distante. 

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