L’equilibrio delle lucciole, di Valeria Tron | Recensione 

Adelaide è una donna con una storia sentimentale agli sgoccioli, che torna al paese d’origine (in Val Germanasca, poco sopra Torino) alla riscoperta delle proprie radici, in cerca di una riconciliazione con se stessa. Qui incontra l’anziana Nanà, custode simbolica della casa delle memorie, che si prenderà cura di lei. Tra le due si crea un contatto di fiducia, che porta Nanà a consegnare le chiavi di una stanza in che custodisce ogni genere di oggetti. Ognuno di essi racconta storie di vite passate e Adelaide si tuffa in una memoria corale e generativa fatta di esistenze, voci, guerre e amori, per ritrovare la bellezza e l’equilibrio nella propria vita. A lei il compito di rianimare la fiamma imprescindibile del ricordo.

Le lucciole. 
L’equilibrio delle lucciole parla di una trasformazione dell’interiorità che ricorda la metamorfosi della lucciola. Che vive per anni nel suo bozzolo e infine esce con la luce. Per l’autrice Valeria Tron, a volte, ci si sente bloccati e non si riesce a mostrare la propria luminosità, ma compiere una metamorfosi interiore permette di illuminare la propria vita e quella degli altri. Di ritrovare il proprio centro. Seguendo poi una visione pasoliniana, esistono persone vicine alla terra che sono già lucciole, ma non hanno la possibilità di brillare in un mondo assuefatto al bombardamento mediatico. Compito della società odierna sarebbe anche quello di dare loro un luogo in un cui esprimersi e la possibilità di farlo. Brillare, appunto. 

Frammenti.
La narrazione è costituita da una trama principale e numerose sottotrame, frammenti e immagini del passato, storie evocate dagli oggetti ritrovati e dai racconti di Nanà. 

Stile e lingua.
Un elemento caratteristico della narrazione è il patois, la lingua parlata in questa valle, a metà strada tra il francese e il piemontese, usata dai personaggi, Nanà su tutti. Questa lingua colloca geograficamente il racconto e lo caratterizza in maniera singolare, dato anche il suo andamento melodico e la dolcezza del suono. 
Lo stile linguistico è forse la caratteristica di maggior impatto del romanzo. Una scrittura evocativa e poetica, che deriva forse anche dall’attività cantautoriale di Valeria Tron, in cui spicca l’amore per l’immagine poetica, per la metafora, per l’accostamento ardito tra sostantivo e aggettivo e verbo, e per il portamento musicale della frase. 

Così non posso che perdermi e ritrovarmi in ogni segno che, seppur piccolo, diventa direzione e ritorno. 

Le uniche perplessità, forse, potrebbero scaturire proprio da questo. Dallo stile che, alla costante ricerca di immagini evocative e di gusto poetico, non sempre pone la prosa al servizio della trama. A volte, come può capitare a un cavallo che avanza al trotto – a un’andatura sostenuta ma estremamente elegante – che “rompe” e scatta al galoppo, l’autrice si perde in evoluzioni stilistiche un po’ fini a se stesse. Elucubrazioni intimistiche e osservazioni personali che irrompono nella storia e risultano eccessive.
Si veda questo accenno alla colazione.

Livello il burro su una galletta e poi composta di lamponi. È la colazione di ogni giorno anche a valle; più che un rito è un moto nostalgico verso casa, serve a direzionare i sensi al risveglio. Si torna alla propria radice come si può. La mia è questa e la porto entro confini del mio corpo: il cuore dell’uomo è ciò che ci è dato in custodia, la forma del corpo è l’area del giardino.

La narrazione di Tron, che per sua conformazione non è mai veloce, in questi momenti si dilata a dismisura e rallenta ulteriormente fino quasi a fermarsi; il lettore può rimanerne spiazzato. 
Così come non sempre sono comprensibili le motivazioni per i cambi di registro linguistico, che finiscono per stonare, per creare dissonanze con il resto del testo. 
Si passa da frasi di registro alto, aulico, lirico, di questo tipo:

Serve un moto di felicità che lo riporti nella sua tregua neutrale, dove le guerre non servono più a fare della strada di casa un sogno potente.

Oppure: 

La condensa di Dio che avverto in questo spazio mediano di superficie e che intride ogni cosa. 

Ad altre frasi, poco dopo, decisamente di altro taglio. 

Che bar Tricot aspettasse le sue vittime sui tre scalini e l’orario fosse quello del primo pomeriggio, dopo il riposino o il caffè corretto Stravecchia, lo sapevano anche i muri. 

L’equilibrio delle lucciole è certamente un libro interessante, un viaggio tra memorie e atmosfere, di ricerca nel passato per ricostruire il presente e ritrovare, con speranza e rispetto, la bellezza. Adatto a persone sensibili e gelose dei propri ricordi, che cercano una via nuova o di sistemare la vecchia.

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