Il Premio Strega ha riacceso i riflettori su Michele Mari, non che ne avesse bisogno. Un pubblico diverso dal solito però ha così avuto modo di scoprirlo e, incuriosito, di comprare e leggere il suo I convitati di pietra, di fatto piombando l’autore d’élite, personaggio schivo, austero e riservato, in un amplificatore mediatico.
Ignoreremo qui le polemiche sulle sue presunte affermazioni, né parleremo di questo romanzo. Ci concentreremo invece sul precedente: Leggenda privata, pubblicato con Einaudi nel 2017.
È una commistione di genere: tra il romanzo familiare, il memoir, l’autofiction e, tirato per i capelli, il romanzo horror; una complessa operazione di ingegneria letteraria che ha come fine ultimo la via del riscatto esistenziale attraverso la letteratura.
Leggenda privata si configura come un iconotesto, un dialogo imperfetto ma consustanziale tra parola e immagine. La materia testuale è infatti supportata da quella visuale, fotografie autentiche del passato dell’autore. E non è stata un’idea primigenia, ma un’intuizione successiva del curatore Einaudi; quando Mari gli ha presentato quella che poi è finita per essere la foto di copertina l’editore gli ha chiesto: ne hai delle altre? Completano sorprendentemente la narrazione. Le foto non sono meri orpelli illustrativi dunque, ma intercalate fra i paragrafi (non esistono capitoli ma paragrafi, io ne ho contati 85), dialogano fittamente con il testo, anche se quest’ultimo è chiaramente la parte preponderante.
Sembrerebbe un memoir, perché il nome del protagonista corrisponde a quello dell’autore e tutti gli altri, in effetti, corrispondono a quelli reali; ma Michele Mari gioca sull’assoluta precarietà di questa distinzione inserendo dialoghi del tutto e ostentatamente finzionali, visto che gli interlocutori sono… dei mostri. L’utilizzo di un narratore palesemente inattendibile chiude il cerchio.
Una trama vera e propria è difficile da trovare. Nella casa di famiglia di Nasca, la casa in cui Mari trascorreva le estati dell’infanzia, appaiono dei mostri che gli ingiungono di scrivere la sua biografia, (il romanzo definitivo). Tali mostri, che in una lettura allegorica potrebbero rappresentare i lettori, i pruriginosi e incauti e invadenti lettori, pressano l’autore, giudicano strada facendo quanto egli scrive, e discorrono su che tipo di forma debba prendere il romanzo. Al motto di Quello che biascica: “Isshgioman’zo con cui ti chonshgedi”, i lettori sono morbosamente curiosi dell’intimità dell’autore e spingono perché lui si scopra, si metta a nudo. Il narratore dunque inizia a enumerare una serie di racconti, sviluppandoli nel rifiuto dell’ordine temporale classico a favore di una prossimità memoriale e di serie analogiche: i cibi, i rami familiari, le canzoni… in un caos (ir)razionale di immagini, ricordi, e considerazioni.
Ma i mostri vogliono sempre di più, vogliono il dolore vero, e la concessione delle “offe” ai mostri è la sua risposta. Mari vuole con esse compiacere i mostri, e quindi il lettore pruriginoso. Parla perciò di cose assai poco lusinghiere, colmando spazi che ancora non aveva riempiti. Un’offerta libera e incondizionata di confessioni impudiche: pipì a letto (enùresi notturna), operazioni all’apparato genitale (fìmosi), tic… Il vissuto diventa letteratura, anche se nel momento di viverle quelle esperienze erano tutt’altro che espressione artistica. In questo senso leggenda privata è rivalsa, letteratura intesa da Mari come riscatto di una vita tra luci e ombre.
Del resto, afferma l’autore milanese, il lievito romanzesco non è nei fatti, nella vita, ma nella forma, nel modo di scriverla. Ha una visione biopsichica della letteratura, e la considera come espressione della persona intera, corpo e mente insieme, non solo come esercizio stilistico o intellettuale. In una ricca intervista con il critico Carlo Mazza Galanti, racconta di aver scritto, in tutta la sua carriera, sempre lo stesso libro (una sorta di Esercizi di stile, di Queneau), variandone solo la forma. I temi sono sempre i soliti, dice: atto mancato, figura del doppio, rapporto tra natura e cultura, rapporto con i genitori, il sesso, il non-sesso, l’amore, le sue pulsioni e le sue aspirazioni. Raccontare la vita, per Mari, è possibile solo attraverso la finzione, lo vedremo più avanti.
In Leggenda privata due sono le principali linee narrative. Il presente, in cui spiccano i dialoghi dell’io narrante con i mostri/accademici e orrorifici come confronto con i lettori-inquisitori; e il (reale) passato familiare dell’autore, i racconti dell’infanzia. Ed è proprio questa la parte dove risiedono davvero i prodromi della storia d’orrore, nella violenta tensione che incute la figura del padre, sempre presente e incombente, e nelle umiliazioni che perpetra ai danni del figlio. Un orrorifico del passato reale, dunque, e un surreale del presente. Un fantastico consustanziale al quotidiano, in cui si inserisce in maniera naturale. Un “soprannaturale di imposizione” (per usare la definizione di Francesco Orlando), un fantastico imposto dall’autore senza che questi senta la necessità di giustificarlo; un po’ come quello di Kafka nella Metamorfosi, giusto per fare un esempio. Allo stesso modo in Leggenda privata i mostri assurgono al ruolo di oggettivazioni di forze psichiche che osservano e pungolano il protagonista: non solo creature narrative, ma forma visibile di qualcosa che sta nella mente del protagonista. Paure, ossessioni, traumi, tensioni psicologiche. È il suo stesso io, scisso tra il polo del quotidiano e quello del mostruoso. Nel passato, il personaggio Michele “presupponeva” i mostri: si avventurava nei luoghi oscuri per intrattenere rapporti con figure paurose immaginarie. Nel presente, invece, queste figure si presentano realmente ed esigono dal protagonista ciò che solo li può rendere in qualche modo veri: la scrittura.
Ho dovuto fare tutto da solo per tutta la vita, vi ho dovuto supporre, fingendo che i miei monologhi fossero dialoghi: e adesso che vi ho consegnato alla forma e vi ho reso storia, adesso vi fate vivi e volete incominciare a giocare. Per questo siete orrendi, non perché siete veri, ma perché siete veri tardi. E io nacqui sempre d’inverno.
Interessante è l’utilizzo del feticcio come nodo cardine. L’oggetto defunzionalizzato, privato della sua funzione originale, che diventa elemento rammemorativo, catalizzatore mitologico e letterario. Un modo per riacciuffare il rimosso o il represso tramite la letteratura.
Quelli più riusciti sono i momenti di racconto familiare, episodi del passato in cui la scrittura si pone al servizio della prosa narrativa (e non dell’autore), incasellando racconti riusciti e coinvolgenti, sia a livello diegetico sia sul piano emotivo; a riprova, ce ne fosse bisogno, della grandissima levatura dell’autore nel controllo sulla materia narrativa. Come l’episodio dei Nastri Gialli, o della violenza ai danni della madre, episodi di tale raccapriccio da costituire materiale prezioso per i mostri accademici.
Sono arrivati Quello che Gorgoglia e Quello con l’Enfisema, per dirmi che finalmente ho dato loro qualcosa di degno. Lo sapevo benissimo che con Nastri Gialli li avrei conquistati, fin troppo facile: ma se pensano che adesso mi metta a inventare qualcosa di analogo si sbagliano: il mio lievito romanzesco è nella forma, non nei fatti, su questo punto le mie idee non potrebbero essere piú chiare.

Gli si perdoni perciò quell’avvio di romanzo oltremodo manieristico e rigido, espresso tramite un linguaggio ricercato e inarrivabile, una sintassi complessa, un’esagerata referenza all’alta cultura, che vanno progressivamente a sciogliersi e ad appianarsi a mano a mano che la narrazione procede.
Quello di Leggenda privata è un narratore invadente, consapevole, che mostra il processo di scrittura, divaga, inserisce note ed esibisce la propria cultura – e persino la propria produzione bibliografica con numerosissime autocitazioni. È epurandola degli infiniti ammennicoli stilistico-formali e dagli apparati autocelebrativi, che dalla lettura emerge chiaro il tema del potere della letteratura come riscatto e rivalsa rispetto a un’infanzia sanguinosa e traumatica.
Per Mari, come detto, raccontare la propria vita è possibile solo attraverso la trasfigurazione letteraria: la verità non risiede nei fatti crudi, ma nella forma che li organizza. Le Accademie e le creature orrorifiche sono oggettivazioni di forze psichiche e gli oggetti (macchinine, zoccoli, foto, rapidograph) sono feticci che agiscono come catalizzatori di una mitologia personale che precede e fonda l’identità dell’autore. Un testo che sancisce la letteratura come l’unica “vera Dea” capace di portare la vita a un tempo mitico e statico.

Con un livello di stratificazione così elevato è quasi possibile scorgere i quattro sensi della lettura dell’esegesi allegorica, e interpretare ogni segno su numerosi livelli. Un altro dei topoi che emerge in questa lettura è la figura del doppio. Questo motivo in Leggenda privata si manifesta principalmente attraverso lo scisma interiore del narratore e specifici alter ego narrativi. Emerge nel rapporto mostruoso dello scrittore con il proprio io, descritto come scisso, doppio, metà falso e metà vero, che permea l’intero racconto delle angosce infantili nella casa familiare infestata dai mostri. Il narratore si attesta inaffidabile e il mondo instabile: il lettore non sa più cosa sia reale, e questo lo spinge a leggere per cercare di risolvere un puzzle intricato, lo svelarsi di un mistero interiore, in un finale che unisce i pezzi ma lascia un senso di liberazione fragile.
Un esempio è Margherita, chiamata “Gheri”, che rappresenta un’immagine di muliebre positività e armonia per il protagonista-narratore. Contrapposta a lei c’è la figura della barista “Lorella”, che invece arriva come pulsione sorgiva, recepita sotto il profilo dei sensi, carnale ed erotica nell’approssimarsi dell’età della consapevolezza sessuale nella sua forma più istintiva. Laddove quest’ultima incarna una pulsione sorgiva, puramente e spudoratamente erotica, Margherita assume il ruolo di dea salvifica, unendo sensualità e intelligenza materna in una figura ideale dal valore apotropaico.
La descrizione di Lorella
[…] ricevendo il Mottarello direttamente dalle sue mani, che in un caso, semi-involontariamente, sfiorai: percependole per sudate, sicché fu fatale, poi, estendere fantasticamente quel sudore alle sue gambe, in particolare agli archi plantari e all’interno delle cosce, con conseguenze per me devastanti. In quelle sortite ebbi anche occasione di osservarle il viso, seppur in tralice, ritraendone l’impressione di uno spirito ottuso, forse per l’acquosa inespressività degli occhi, che però, essendo bovini e lutulenti, riuscivano anche interessanti, chi li contemplasse come pura forma e non come segnacolo del pensiero
E quella di Margherita
Doveva avere la mia età, invece sembrava molto piú giovane, come avesse avuto al massimo quarant’anni. Ancora molto bella, vestita in modo elegante, come una vera signora; ai piedi aveva degli stivaletti annodati, con un tacco medio e una decorazione che suggeriva uno sperone; le mani avevano unghie lunghe e curatissime, smaltate di rosa antico. Attraverso gli occhiali brillava uno sguardo profondo e consapevole; sulle labbra, un leggero sorriso. Ma era lei. Rimasi immobile a guardarla.
Analogamente, la “Casa della Torretta” viene contrapposta alla “Casa di Nasca” come sua versione più alta e nobile. O il padre Enzo – figura cui il narratore attribuisce l’inoppugnabile sostantivo “genio” – appare come doppio spettrale del figlio, in una scissione identitaria che si estende addirittura al corpo, come nel conflitto glande-prepuzio post-circoncisione. Qui il doppio perde i connotati del motivo, per farsi morfologia, forma, struttura.
Per concludere, spogliato dai suoi barocchismi e dalle sue pose d’élite, Leggenda privata è un romanzo più che denso di stratificazioni, che ci ricorda come la verità non risieda nei fatti nudi, ma nell’esorcismo della loro riscrittura. I nostri mostri, il cui solo modo per guardarli in faccia è trasformarli finalmente in stile e parole.
