“Love Story”, di Erich Segal – Recensione

Una storia d’amore. Senza pretese, senza slanci o picchi letterari. Una storia lineare e un racconto altrettanto lineare. Ma un best seller da 10 milioni di copie, tradotto in 33 lingue.

La genesi di questo romanzo ricorda per dinamiche quella di Anonimo Veneziano, di Giuseppe Berto. Come Anonimo veneziano, il romanzo Love Story di Erich Segal è tratto dalla sceneggiatura del film omonimo, con lo scopo di replicare lo strepitoso successo ottenuto dal film al botteghino.

Essendo basato su una sceneggiatura, il dialogo è al centro di questo romanzo breve. Che certamente funziona, ma con alti e bassi. 
I dialoghi sono credibili e brillanti. E anche sinceri.
Sinceri, a dispetto di una storia costruita evidentemente per strappare la lacrima. Colpisce il timbro moderno (il libro è uscito nel 1971) e la forza degli scambi, prodotti dall’interazione di personaggi agili e spigliati.

Un fotogramma del film “Love story” (1970) diretto da Arthur Hiller.

«Non darti troppe arie» mi rispose. «Sei sempre soltanto terzo».
«Stammi a sentire, puttanella». 
«Sì, bastardo?»
«Io ti devo moltissimo» le dissi con tutta la sincerità. 
«Non è vero, bastardo. Tu mi devi tutto».


Vero è che da una “love story” ci si aspetterebbe qualcosa in più, sul piano dei sentimenti, un’indagine maggiormente approfondita dell’origine di questo amore e della materia che lo plasma. Oliver e Jennifer, i giovani protagonisti della storia, si innamorano così, ma non si percepisce davvero quali siano i loro punti in comune, dove l’attrattiva l’uno per l’altra e viceversa.
C’è solo l’amore, e lo si dà quasi per scontato.

Consigliato? 
È un libro semplice, sotto ogni punto di vista, un romanzo che non aggiunge nulla a ciò che è già stato scritto e non fornisce nessun nuovo orizzonte a quelli che il lettore ha in sé. Però è molto breve e leggero, puro intrattenimento, e per chi ha la lacrima facile un incentivo a lasciarla cadere. Si fa leggere volentieri, perciò: perché no? Ma non aspettatevi Dostoevskij.

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