“Pensa il risveglio”, di Alessandro Cinquegrani – Recensione

Parlando di “Pensa il risveglio”, il nuovo romanzo di Alessandro Cinquegrani uscito a ottobre per TerraRossa Edizioni, vorrei spendere una parola di elogio per questa casa editrice che ha come obiettivo la ricerca e la valorizzazione della qualità. Il suo modello produttivo è poche uscite ma estremamente curate e di indiscutibile valore letterario. In un contesto come quello contemporaneo, in cui si registra l’uscita di migliaia di libri ogni mese, la qualità è un valore molto apprezzabile.

Qualità di cui la scrittura di Cinquegrani non è avara. L’autore festeggia peraltro in questi giorni due traguardi importanti: il sesto posto nella classifica di Qualità dell’Indiscreto con “Pensa il risveglio”, e la pubblicazione della traduzione del romanzo d’esordio “Cacciatori di Frodo” (uscito nel 2014 per Miraggi, finalista al Premio Calvino e candidato al Premio Strega) sul mercato francese. “Cacciatori di frodo” mi aveva conquistato per lo stile e l’utilizzo di un flusso di coscienza di potenza e portata rare. “Pensa il risveglio” parte da lì, da uno sviluppo narrativo emozionale. Ma si evolve in maniera molto diversa.

È un romanzo con più plot.
In un plot, Lorenzo, regista caro amico del narratore, scompare durante la lavorazione di un suo film nel quale anche il protagonista è coinvolto. Sulle tracce dell’amico, il narratore si ritrova, senza accorgersene, a entrare nella sua vita. E man mano a impossessarsene.
Andando a vivere in casa sua, per esempio, con la moglie Caterina, con la quale proseguirà le ricerche e stabilirà una relazione affettiva.
Da un altro plot, che in realtà è un piano spazio temporale parallelo, riemergono nomi dalla storia. Quello di Albert Speer, architetto del Terzo Reich e confidente del Führer, e quello di Josef Mengele, il medico celebre per i suoi esperimenti sui deportati di Auschwitz.
È in questo rapporto, in questa diversità di tratto esistenziale tra Mengele e Speer, che si gioca il parallelismo con la relazione del narratore con Lorenzo.

Il fulcro simbolico del libro risiede forse nella diversità di reazione dei due alla loro colpevolezza. Dopo la caduta, infatti, Mengele fugge, consegnandosi all’eternità come colpevole e rendendosi di fatto preda. Speer, invece, rimane. Non per assumersi le proprie responsabilità, ma al contrario, per difendere l’indifendibile, senza sottrarvisi. Cercando di adattarsi alle situazioni mutevoli, agli accadimenti esterni, seguendoli e cavalcandoli a proprio vantaggio. Al processo di Norimberga lui cerca di capire il nemico, di affascinarlo. Di sorridergli.
Nazisti entrambi, eppure opposti, per approccio e personalità. Due figure, facce dello stesso male, modelli diversi di un unico male assoluto. Uno che scapperà per il resto della propria esistenza, l’altro che, dopo aver scontato vent’anni di carcere, vivrà da uomo libero.

Il parallelo costante tra la storia e la vita di Lorenzo sta proprio qui. Lorenzo, che sparisce, e il narratore che rimane, ad affliggersi nella sensazione che l’altro gli stia tramando contro, che le circostanze della propria vita non siano coincidenze, ma un disegno diabolico dell’amico. Che il male peggiore possa vincere semplicemente giocando le proprie carte nel modo giusto.

Con una solida e sapiente costruzione strutturale e la grande qualità della sua prosa già ampiamente espressa in “Cacciatori di frodo”, Alessandro Cinquegrani costruisce un passaggio costante da piano a piano, complesso e pregno di significati, riuscendo a scongiurare il rischio che grava pesante in un’operazione così delicata: quello di rendere tutto caotico.
È una lettura attenta, certamente attiva, quella che Cinquegrani chiede al lettore, ma non è forse questa una manifestazione di fiducia nei suoi confronti?

Un romanzo pieno, complesso e denso, con grandi tematiche e grandi domande. Lo scorrere di un flusso emozionale e introspettivo sapientemente governato da una struttura frutto di un intenso sforzo di razionalità.

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