L’essenza nella parola, la poesia secondo Alessandro Lago

 “Se davvero esiste una Musa, credo che passi le giornate ridendo delle pose che molti assumono per darsi la patente di poeta o di poetessa”.
Primo appuntamento per la sezione Scrittura e oltre, in cui scambierò quattro chiacchiere con artisti che utilizzano la scrittura, la poetica, la filosofia nella loro attività. Oggi è mio ospite il poeta Alessandro Lago, autore della pagina Instagram Parole dove siete? (e dell’omonima raccolta poetica), che ci racconta il suo modo di intendere poesia e scrittura, rivelando con sincerità le sue motivazioni e le sue urgenze.

Nell’immaginario collettivo spesso al concetto lato di poesia si associa la figura del poeta schivo e dannato, che veste alla bohémienne ed è talmente poco incline alla socialità che alla compagnia umana preferisce quella della bottiglia di assenzio. È un’immagine estremizzata e stereotipata, però davvero per molti la poesia è ancora qualcosa di inconcepibile, quasi esoterica, eretica, appannaggio di pochi eletti. Con la tua poetica invece sembra che tu tenda a voler sfatare questo mito con ironia e levità. Come intendi tu la poesia, cos’è per te? Come vedi te stesso, come poeta, all’interno della poesia?

Credo che la poesia inviti a essere se stessi. Se davvero esiste una Musa, credo che passi le giornate ridendo delle pose che molti assumono per darsi la patente di poeta o di poetessa. Il vestito giusto, la foto con lo sguardo tenebroso, una biografia dannata, che poi alle 9 di sera me li vedo molti di questi “bohémienne” addormentarsi sul divano guardando la tv. Il punto, almeno per me, resta esprimere il lato più profondo di se stessi nel modo più sincero possibile. Se la poesia è viaggio e ricerca, occorre prendere la propria strada con il bagaglio il più leggero possibile, lasciandosi alle spalle gli stereotipi. Io non credo di essere un poeta, cerco solo di scrivere poesie al meglio delle mie possibilità, scrivendo e riscrivendo i miei versi finché non mi suonano autentici.

Chi sono i tuoi poeti di riferimento?

Ne ho parlato anche in un post sulla mia pagina Instagram, non molto tempo fa. I miei tre autori di riferimento sono Arthur Rimbaud, Dylan Thomas ed Emily Dickinson. In realtà ho una lunga lista di poeti che leggo con grande interesse, però di loro tre apprezzo la capacità di condurre il lettore con passo personale. Riescono a lasciare sempre una parte di mistero nella scrittura, in modo che chi legge possa appropriarsi dei loro versi e vedere oltre la superficie delle cose. Credo di avere uno stile molto diverso dal loro, forse per certi versi noto somiglianze con Emily Dickinson, ma quello che tengo ben stretto è il loro approccio alla scrittura, fatto di Visione e Stupore. Con la V e la S maiuscola, proprio per sottolineare che per scrivere e leggere poesie servono sforzo e disponibilità ad andare oltre la superficie delle cose senza accontentarsi dell’immediato.

Endecasillabi, pentametro giambico… Metrica. Pensi che la subordinazione del componimento poetico a una forma metrica sia un concetto superato?

Dico quello che molti non ammetterebbero nemmeno sotto tortura: per usare la metrica in modo nuovo e convincente bisogna essere dei Maestri e avere una padronanza delle tecniche poetiche che sfugge a noi comuni mortali. Io non sono in grado di farlo, lo ammetto.
Detto questo, la forma libera non deve essere una scusa per scrivere in modo sciatto e senza un attento lavoro di revisione del testo. In poesia ogni parola conta, così come il ritmo, ed è qualcosa che si può raggiungere anche tralasciando la metrica.

Le tue poesie sono tutte molto brevi, come sei arrivato alla maturazione di questo stile ermetico, di questa poetica d’essenza e di selettività della parola?

Da sempre prediligo la poesia breve e asciutta, perché credo servano poche parole per costruire un’immagine poetica, il resto è un contorno che elimino dopo aver fatto la prima stesura. Molte delle mie poesie, quando nascono, sono due o tre volte più lunghe della versione finale, poi man mano che le lavoro e le riscrivo si accorciano fino a raggiungere quello che ritengo l’essenza. Come lettore posso anche apprezzare componimenti lunghi, quando invece mi trovo a scriverli ne sento il peso. Ti dirò che questa sfrondatura progressiva è la parte che preferisco dello scrivere, perché mi permette di ragionare su ogni singola parola, che di solito scelgo tra quelle comuni.

Il tuo libro è una silloge di poesia e si chiama Parole, dove siete? Cosa intendi con questo titolo?

Il titolo deriva dal nome della mia pagina Instagram, appunto Parole dove siete. Questa frase me la sono ritrovata davanti agli occhi dopo molti anni che avevo smesso di scrivere. Era l’ultima frase che scrissi nel diario che tenevo all’epoca, perché mi sentivo incapace di trovare le parole necessarie a continuare a scrivere. Con questo spirito di ricerca della parola autentica, con un senso personale e sincero, mi sono rimesso in viaggio. Senza farne misticismi fuori luogo, credo che quel diario aspettava solo di essere riletto da me, dopo quasi dieci anni di vita vissuta. Quel “Parole dove siete?” mi è girato per la testa per qualche giorno e mi ha fatto rimettere a un tavolo per scrivere con rinnovato entusiasmo. Da qui ho aperto la pagina Instagram e mi sono rimesso a scrivere con continuità.

E come sei tornato alla scrittura, cosa ti ha motivato?

Si era conclusa da poco una relazione, sentivo che avevo molto da raccontare, per prima cosa a me stesso. Ero in viaggio all’estero e una sera ho preso carta e penna e iniziato a scrivere, così senza particolari obiettivi. Ho ritrovato il piacere di scrivere senza sforzi e, soprattutto, la chiarezza di pensiero che nasce segnando su carta una poesia. Tornato a casa ho cercato in un cassetto il mio vecchio diario, trovando appunto la scritta “Parole dove siete?” e ho dato un senso diverso agli anni trascorsi senza scrivere, un lento apprendistato sui temi di cui parlo nelle mie poesie.

Qualcuno pensa che l’amore senza poesia non potrebbe esistere, e che la poesia sia il solo mezzo per parlare di amore senza nominarlo – soltanto sotteso, a volte, un colore, un’ombra fra le parole. Anche se molte delle tue sono poesie ispirate da questo sentimento, non credo che la tua poetica si basi sull’amore.

Credo che l’amore, quindi l’incontro e lo scontro con l’altro, sia un passaggio di crescita personale e consapevolezza. Si impara che il senso sfugge, che le parole spesso non spiegano, che la vita corre sempre in avanti, che non si torna indietro eppure la malinconia non la spegni con un tasto, che qualcuno nemmeno meritava di essere al nostro fianco e, a volte, siamo stati noi per primi a non essere all’altezza dei sentimenti che abbiamo ricevuto. In tutto questo trovo lo sfuggente e l’incomprensibile che caratterizza la condizione umana, che poi è il tema centrale della poesia. Aveva ragione mio nonno: cercati una brava ragazza. Con questo intendeva di cercare una donna che renda più leggero il peso dell’esistenza.

In un rapporto di sostegno reciproco.

Questo è il senso dell’amore, prendersi cura dell’altro mentre accudiamo noi stessi, che poi è quello che fa anche l’arte. In mancanza dell’amore, resta comunque l’arte, che è sempre lì per aiutarci a spiegare a noi stessi chi siamo davvero sotto l’involucro della pelle.

La scrittrice statunitense Flannery O’Connor sosteneva che il fondamento morale della poesia sia il nominare in maniera accurata le cose di Dio. In questi termini sembra che la poesia debba necessariamente essere elevata per ritenersi tale.

Io credo nel duro lavoro. Nel momento in cui passo ore a cercare la frase giusta, la parola che si incastra con le altre suonando senza stonare, beh in quel momento credo di avvicinarmi al fondamento della poesia. Ed è curioso che bisogna raggiungere le fondamenta per poi elevarsi verso il Divino che nomina le cose e gli assegna un senso compiuto. Detto questo, la poesia per me non ha argomenti evitabili o raccomandabili. È uno sguardo sul mondo che include il tutto piuttosto che escluderne delle parti.

Per come la vedo io, poesia è il simbolico invisibile dietro la realtà, una sospensione di materia che prende forma soltanto attraverso le parole del poeta. Parole che non spiegano ma evocano, che non raccontano ma richiamano. Ho sentito poeti sostenere che la poesia va spiegata. Io penso il contrario. Tu come la vedi?

La penso come te. Credo che la poesia sia una soglia sulla porta di un piccolo segreto, che non va spiegato ma mostrato. Ognuno deve sentire la libertà di poter vedere facendo proprio il senso, che non significa stravolgerlo a piacimento ma piuttosto intraprendere un viaggio personale attraverso la suggestione proposta dal poeta. Si tratta di evocare, appunto. Da non confondersi con la scrittura di versi del tutto incomprensibili, perché chi scrive ha la grande responsabilità di comunicare un senso. Altrimenti non merita il tempo del lettore. 

Forse suona arrogante, ma spiegare le poesie è come essere un sussidiario per il lettore, un ottimo libro da usare nei primi anni di scuola, quando il senso critico personale è ancora in formazione. Da adulti, invece, è bene che ognuno abbia sempre qualcosa di suo da aggiungere per una lettura che raggiunga profondità e poi distanze.

Quanto di ciò che scrivi è frutto di un’esperienza personale diretta?

Io scrivo solo di cose che ho vissuto o che vivo. A volte uso il tempo presente per parlare di fatti lontani nel passato solo per raggiungere una certa sonorità, oppure per sfumare una nota che potrebbe essere troppo malinconica. E la troppa malinconia, credo, non è poesia ma piuttosto lagna, cioè un vissuto non mediato da un metodo di indagine artistica. Siamo appunto chiamati a costruire versi a partire dalle nostre esperienze, non a gettarle sul tavolo dicendo: io soffro. Questo non interessa, non credo sia poesia. Ogni esperienza contiene del poetico che può essere svelato e rivelato, si tratta solo di approcciarla con un atteggiamento di apertura e stupore.

In un tuo componimento poetico dici che le parole sono un maestrale che spinge barche alla deriva. È un’immagine evocativa e forte. Ma non pensi che qualche volte le parole, il maestrale a cui fai riferimento, possano congiungere o addirittura ri-congiungere?

Io credo che se le cose si potessero ricongiungere sarebbe la morte della poesia, che è canto dello sfuggente, tentativo di afferrare l’inafferrabile. Si vive per istanti di lucidità, bagliori, per poi tornare a faccende più terrene. Sembra pessimistico non vedere un lieto fine, ma non rinuncerei a un’ora di malinconia in cambio di un sorriso soddisfatto di qualcosa che rifiutiamo di comprendere nella sua grandezza. Credo sia questa la condizione umana, che a prima vista può sembrare una condanna quando invece è una spinta a vivere tutto con la più grande intensità possibile. Del mistero della vita ognuno comprende quello che può e quando può, e trovo che la poesia sia uno strumento di indagine straordinario.

Malinconia. La gioia dell’essere tristi, la definiva Victor Hugo.

Non la definirei una gioia, direi piuttosto la sensazione forte di essere vivi. Credo che il trucco sia sentire le emozioni senza farsi travolgere, piuttosto farne una lente di ingrandimento per conoscere se stessi. Ognuno ha la sua ricetta per stare al mondo, non dico che la mia sia migliore o che le altre siano sbagliate, dico solo che la poesia mi ha insegnato a cercare la strada per conoscere quello che sono, piuttosto che ignorarlo per diventare quello che gli altri si aspettano da me.

Come hai iniziato la tua carriera di poeta e come è nata la tua avventura Instagram. 

Ho iniziato a scrivere poesie da adolescente e per molti anni ho coltivato questa passione, dedicandomi anche alla scrittura di racconti. Poi, come dicevo, per un lungo periodo della mia vita ho smesso. Nel momento in cui ho ricominciato ho aperto la pagina Instagram, dopo appena qualche giorno. Per onestà, devo dire che di questo social e degli instapoeti me ne aveva parlato proprio la mia ex fidanzata molto tempo prima che tornassi a scrivere. Lei stessa mi aveva suggerito di ritornare alla poesia. Di questo la ringrazio, anche se ho cominciato a scrivere dopo la nostra rottura.

Quindi, dietro a quelle assenze, quelle pause riflessive, quelle lontananze, quegli incontri appassionati, dietro alla tua poesia c’è lei?

Le mie poesie non sono dedicate a una persona in particolare, fin da subito ho raccontato persone diverse che ho incontrato, o che incontro, e da cui prendo ispirazione. Questo spiega alcune incoerenze che mi sono state fatte notare da alcuni lettori. Forse è poco romantico ma a dire il vero non credo nelle dediche, scrivo per me stesso e per farne un oggetto di riflessione più generale sulla condizione umana. Le relazioni tra le persone sono una faccenda troppo importante per essere affrontate con una poesia. Se si può bisogna parlarsi, altrimenti  si può solo dimenticare. Come ho scritto in una mia poesia, dell’amore altro non so.

I tuoi progetti futuri?

Tra i miei progetti futuri c’è di sicuro quello di mantenere l’abitudine dello scrivere. Oggi sono tornato a farlo con continuità e sento di aver guadagnato un porto sicuro dove confrontarmi con me stesso, come se avessi costruito una stanza tutta per me in una casa che negli anni in cui non scrivevo era diventata stretta e opprimente.

Ci sono poeti che hanno canali YouTube in cui professano le loro leggi insindacabili. Oltre che parole e, di recente, una voce, ci hai mai pensato a divenire un volto?

L’aspetto della mia immagine pubblica, che di fatto non ho, è qualcosa che spesso mi viene fatto notare. Arriverà un giorno in cui mi mostrerò, la mia intenzione non è certo nascondermi. Il motivo per cui non ho un volto è perché vorrei che le persone si concentrassero solo su quello che scrivo. Stando appunto su Instagram, noto spesso quanto l’immagine pubblica abbia un peso nel diffondere le poesie. Siamo onesti: ci sono autori che  raccolgono molti consensi per il semplice fatto di essere piacenti, facendone uno strumento di seduzione. Per me, invece, è ancora il momento di concentrarmi solo sullo scrivere.

E quando capirai che sarà il momento giusto?

A un certo punto accadrà, così come quando ho ricominciato a scrivere per il piacere di farlo. Sarà un’evoluzione naturale. Non ho fretta e prima di muovere un passo devo sentirlo mio. Dopo di che, una volta presa una decisione, è più facile abbattermi che convincermi a stare fermo e riflettere. Ho la testa dura e ora mi dice di prendermi cura soltanto dello spirito con cui mi sono rimesso in viaggio per cercare parole.

Intervista di Francesco Montonati

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