Cacciatori di frodo, di Alessandro Cinquegrani – Recensione

“Cacciatori di Frodo”, finalista al Calvino e candidato allo Strega nel 2013, è il libro d’esordio di Alessandro Cinquegrani. Non ha vinto nessuno dei due premi, ma la sola candidatura mi riempie di speranza per il destino della letteratura nazionale; encomiabile il coraggio di Miraggi Edizioni nella scelta di pubblicarlo. 

Sì perché “Cacciatori di frodo” è certo un libro notevole, ma ha una particolarità: è scritto con la tecnica del flusso di coscienza; James Joyce, William Faulkner, Virginia Woolf, per intenderci. A volerla dire tutta, ultimamente Remo Rapino con il suo “Vita morte e miracoli di Bonfiglio Liborio” ha usato la stessa tecnica e ci ha vinto il Campiello 2020, ottenendo un successo molto maggiore di quello di Cinquegrani, ma questa è un’altra storia e a me “Cacciatori di frodo” è piaciuto di più.

Protagonista è un uomo del nordest italiano, Augusto, benestante proprietario di un inceneritore per lo smaltimento di pneumatici. Tutti i giorni sua moglie cerca di ammazzarsi aspettando il treno che le faccia rotolare la testa giù dagli argini e nel fiume. E tutti i giorni lui percorre dodici chilometri suppergiù di binario morto per andare a recuperarla. Tutti i giorni, da quando il loro piccolo di diciotto mesi è caduto dalla finestra. Dodici chilometri di pensieri e ricordi, considerazioni e scoperte di verità nascoste. Che lui stesso, che la sua stessa mente gli ha finora nascosto.

Un flusso di coscienza a un tempo esiziale e catartico di poco più di cento pagine. Pagine fitte, piene. Non solo perché gli a capo si contano in tutto il libro sulla punta delle dita, e non solo perché i periodi possono durare pagine intere. Ma anche e soprattutto perché ogni pagina contiene una cifra, un barlume, un’espiazione, un rimorso, un contrasto, un rifugio, una rabbia, un motivo per cui il protagonista è adesso l’individuo che è. 

Con uno stile consapevole e apprezzabile, Alessandro Cinquegrani, oggi professore di critica letteraria all’Università Ca’ Foscari, dà vita a un fiume, ordinato e musicale, di parole che gridano per le ingiustizie di cui il protagonista si sente vittima, che ha visto perpetrare attorno a lui, che lo hanno da sempre circondato. Un fiume, come quel Piave dei fanti il 24 maggio, che scorre nei suoi pensieri e li accompagna nel loro fluire ininterrotto scandendone corso e velocità.

Flusso di coscienza? Oddio, no. 
Calma. Non c’è da spaventarsi. Il James Joyce di “Ulysses” e delle decine di pagine senza segni di interpunzione è molto lontano. Qui tutto è comprensibile. Come già detto nel post sul flusso di coscienza, all’epoca (si parla degli inizi del Novecento) gli autori erano visti dalla gente con rispetto, deferenza. L’autore dal suo piedistallo elargiva capolavori che, nella loro forma contorta, stava poi al lettore decifrare. Ora i tempi sono cambiati, il lettore cerca l’immediatezza, la facile fruizione. Così, nel corso degli anni, anche il flusso di coscienza è cambiato. Valutate voi.

…ma io non conto i passi mentre percorro i binari della ferrovia, penso mentre percorro i binari della ferrovia, io mi porto al guinzaglio la mia nuvola, una manciata di metri cubi di acerbe espiazioni prese al guinzaglio e percorro i binari della ferrovia, dodici chilometri ho sentito dire, dodici chilometri suppergiù che devo percorrere per raggiungere la curva troppo stretta e dietro la curva trovare mia moglie sdraiata sui binari che aspetta che il treno venga a farle rotolare la testa giù dagli argini e nel fiume.

“Cacciatori di frodo” è un gran bel libro, complesso e aspro, che vi invito a leggere, senza preconcetti, senza difese. Per goderne appieno dovrete lasciarvi trascinare. Non ve ne pentirete. 

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