La rivolta del ferroviere Mazzei (Matricola 424733), di Goffredo Gorini | Recensione

Dedicato alla silenziosa eroica resistenza di quei ferrovieri che quotidianamente si ribellano ai barbari tentativi di demolire il loro civilissimo mondo.

È la frase posta in esergo con cui si apre il libro e che ne sintetizza in modo ironico l’humus, il substrato di fattori sociali e culturali la cui interazione comporta il nascere delle situazioni e dei fatti del libro stesso.
La rivolta del ferroviere Mazzei (matricola 424733) – edito da La gazza Edizioni – è una raccolta di racconti autoconclusivi in cui il protagonista vive esperienze di vita quotidiana, legate nel loro insieme da un trait d’union facilmente intuibile: il mondo delle ferrovie Milanesi.

Mazzei ­– come lo stesso autore Goffredo Gorini – è ferroviere, ed è tra treni e binari che scorrono le sue giornate, tra bevute con gli amici, discussioni in mensa per della birra rubata, orti abusivi, infortuni scientifici e non, manifestazioni e scioperi. 
Scene di vita di un ferroviere.
Scene che toccano anche momenti storici di Milano, come il periodo della classe operaia, delle manifestazioni e delle cariche della polizia, degli scontri fra i facinorosi appartenenti alle varie fazioni politiche.
Esistono gruppi sociali dietro a determinate tipologie lavorative che sono veri e propri microsistemi autonomi. Essi brulicano di esistenze intrecciate e connesse, e sono dotati di convenzioni che, per chi le abita, da dentro, sono normalità. Un vero e proprio microcosmo, che visto da fuori, da chi non vi appartiene, appare spesso singolare e curioso.
Il mondo dei ferrovieri è uno di questi. 

Guidati dal caronte della voce narrante e da un mentore come Mazzei, è bello introdursi e osservare dall’interno le dinamiche quotidiane, esplorare persone, volti, voci, ambienti, modalità, per noi quasi del tutto inediti. Una visita immersiva da turista, su una navicella blindata e sicura.
La narrazione è in terza persona, una voce narrante di concezione verghiana, per certi versi, che potrebbe essere quella di un collega di Mazzei, e ne condivide idee, visione e punti di vista. 

Altro che furto, il derubato vero era lui, che andava a fare dieci ore di notte in mezzo alla neve con sei gradi sotto zero. E senza giacca a vento, anche. 

La voce narrante tiene la distanza tra il lettore, e loro, i ferrovieri. Ci ricorda che sta parlando con noi, trattandoci come chi non ne sa e che la vede diversamente, cercando di istruirci, di farci capire come ragionano loro. E l’autore lo rende attraverso interventi metanarrativi di metodo manzoniano, rivolti direttamente a chi legge:

Ecco, avanti, ditelo pure. Per voi Mazzei aveva torto a rubare due birre in mensa. 

Mi pare di sentire la cantilena. “Ma se tutti rubassero le birre…” E se tutti pagassero le tasse. E il biglietto del tram. Facile, eh, fare gli onesti. Ma mica tutti andavamo a fare la notte, in quella notte da cani, con le scarpe già bagnate. E col cappotto, poi, senza giacca a vento. Pensatelo, pensatelo pure che il Mazzei facesse il ladro, fate come vi pare, voi onesti uomini. 

I personaggi sono simpatici e dotati di cuore, accomunati da un destino invisibile alla luce del giorno, eppure così vivo e pieno. Il ferroviere Maffei mi ha ricordato l’operaio Massa di “La classe operaia va in paradiso”, e il suo microcosmo lavorativo – in quel caso afferente alle fabbriche di fine anni Sessanta.
Un libro brioso, che con slancio evita pietismi ma incontra molti altri tipi di emozione. 
E mi fermo qui, per non togliervi il gusto della lettura. Lettura che consiglio.

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