Recensione “Il Silenzio”, di Don DeLillo

Dopo aver letto Underworld, un respiro joyciano lo trovo sempre nelle pagine di DeLillo. Un’aura intangibile di stream of consciousness che aleggia, che porta il testo a non ancorarsi, se non di rado, a un piano di realtà concreta. Il silenzio mi ha convinto? Non del tutto.

Tessa e Jim stanno tornando in aereo da un viaggio in Europa. I telefoni sono spenti, Jim fissa lo schermo sopra di lui e fa continui riferimenti alla strumentazione tecnologica dell’aereo. Improvvisamente c’è un black out, e tutta la tecnologia si blocca, lo schermo diventa nero e l’aereo effettua un atterraggio di emergenza. I protagonisti si trovano a viaggiare su un pulmino verso la loro meta, superando la catartica figura di una donna che corre, inconsapevole del dramma che le sta esplodendo attorno. 
La loro meta è la casa di una coppia di amici, Max e Diane, che li sta aspettando per guardare insieme a un brillante ex studente di fisica il Super Bowl, la finale del campionato della NFL (la lega professionistica statunitense di football americano), l’evento più importante della stagione.
Il primo ad accorgersi del blackout è Max perché vede lo schermo televisivo diventare nero. Da qui parte l’escalation delle reazioni dei personaggi a quella che si preannuncia una sciagura di livello planetario, che culmina con con un distacco totale degli individui, un’incomunicabilità, un silenzio, appunto.

Nel romanzo “La cantina” Thomas Bernhard afferma che “gli uomini si caratterizzano per la loro totale mancanza di comprensione”. In effetti, più che il silenzio del titolo, l’incomprensione sembra la cifra connettiva tra il personaggi. Ognuno perso nel suo mondo, nel suo modo di vedere le cose e di interpretare la situazione, il disagio. 

Non vedremo le conseguenze dell’episodio, osserveremo lo scompiglio immediato (e mentale) che porta. La locura, la follia: quasi in un tributo al Ken Kesey di Qualcuno volò sul nido del cuculo – in cui Randle McMurphy, internato in un ospedale psichiatrico, simula la telecronaca di una partita di baseball davanti a un televisore spento – Max, frustato dalla limitazione, si produce in una telecronaca di fantasia con gli occhi fissi sullo schermo nero.

Il Silenzio ha un assetto più da pièce teatrale che da romanzo: lunghi dialoghi, ambienti limitati. Personaggi pochi e grotteschi, quasi naif. Lasciarsi cullare dalla prosa di DeLillo è uno dei migliori metodi per affrontare un romanzo del genere. A meno che non si voglia trovare a tutti i costi un significato, preciso e univoco. In questo caso l’impresa si complica. Si complica perché nulla è definito, realistico o verosimile. In un’occasione del genere, un black out totale, il mondo si fermerebbe. Non sarebbe la partita a non vedersi più, non sarebbe la teoria della relatività il principale argomento di conversazione, come è invece nel testo. Un evento di tale portata sarebbe più vicino al simbolico di una possibile terza guerra mondiale – a cui in effetti qualcuno nel libro fa riferimento, ma solo indirettamente.
Allora no, un significato è meglio non cercarlo, è meglio affrontare il testo per quello che è: un esercizio di stile, una raccolta di spunti, di pensieri.
È un racconto breve, scritto da un maestro, ma pur sempre un racconto. 

È degli ultimi giorni la notizia dell’uscita in Italia della traduzione del racconto La ricerca come felicità che –  pare – Ernest Hemingway abbia scritto prima di produrre l’opera che gli è valsa il Pulitzer, ovvero Il vecchio e il mare. Ecco, Il silenzio di DeLillo sembra più un racconto preparatorio a un vero e proprio romanzo, che ne getta le basi, le architetture e le tematiche per vedere se reggono e se e come si sviluppano. Mi piace pensare che il romanzo vero e proprio debba ancora arrivare. Se questo non accadesse, se il vero romanzo non arrivasse mai, Il silenzio si potrebbe considerare un’appendice della produzione delilliana, difficile significarlo senza conoscere il resto. 

Per questo non lo consiglierei a chi non avesse mai letto nient’altro di DeLillo. Chi invece conosce l’autore, be’, è una lettura che non occupa più di un pomeriggio; perché no?

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