14. ‘Show don’t tell’: la tecnica del mostrato. Tutto quello che devi sapere per usarla al meglio

«Con chi credi di parlare?» disse Stephen arrabbiato.
Ma se invece fosse:
Stephen spostò di lato la tazza in un tintinnare di ceramica e rovesciò del caffè sul tavolo. «Con chi credi di parlare?»

Più efficace il secondo, vero? Perché emoziona subito, e tu vuoi emozionare. Contatto emotivo con il lettore, suggestione immediata. Sei tu scrittore a doverglielo trasmettere nel modo più efficace possibile. La tecnica del mostrato serve proprio a questo. Vediamo come funziona.

Show don’t tell, l’avrai sentito ripetere un’infinità di volte: mostra, non raccontare. Perché è una tecnica così diffusa? Perché è più interessante vedere accadere le cose anziché sentirle raccontare, scoprire una persona da quello che fa piuttosto che leggerne la descrizione.

Se ci pensi si lega al modo che abbiamo di recepire la vita di tutti i giorni. Nella vita vera non è che arriva il collega e ci fa il resoconto dei suoi stati d’animo, siamo noi il più delle volte a decifrarlo tra le righe del suo comportamento, dei suoi gesti. Così come un malintenzionato che cammina intorno a un’auto di lusso non ha scritto in fronte ‘malintenzionato’, siamo noi, il più delle volte mossi da preconcetti o pregiudizi, a immaginarci che possa essere un poco di buono, a leggere nelle sue movenze qualcosa di losco.

Così dovrebbe essere anche nella scrittura. Mostriamo al lettore i fatti come sono, sarà lui a riorganizzarseli nella testa, ma intanto catturiamo la sua attenzione e gli diamo la possibilità di immergersi nella narrazione, di elaborare fatti e personaggi. Di vivere la vicenda sulla propria pelle.

Immagina che tu stia scrivendo un fantasy. Il tuo protagonista Elmouth vede una strana bestia dal becco dentato che sta pasteggiando. Per descrivere la scena potresti scrivere:

La bestia immonda si sta cibando, si nutre di cadaveri. La luna color amaranto risplende nella notte. Elmouth tenta di nascondersi dietro a un cespuglio ma fa rumore, la bestia lo sente e si spaventa. Emette un verso agghiacciante. Si è accorta di lui e adesso lo sta puntando.

Oppure:

La bestia rovista con gli artigli nella carcassa insanguinata, le perfora gli occhi con il becco. La addenta alla gola e strappa brandelli di carne. Elmouth avanza tra le ombre a piccoli passi, la spada tra le mani, sulla lama si riflette luminoso il disco amaranto della luna. Si accovaccia dietro a un cespuglio di ginepro ma con un ginocchio produce un crepitio secco. Di scatto la bestia alza la testa, il verso che emette ricorda lo stridere di un pugnale su un vetro. Elmouth ha un brivido: la bestia lo sta puntando con occhi gialli e screziati.

Chiaro, no? La bestia non è immonda ma i suoi comportamenti la fanno percepire tale, non si ciba soltanto, strappa brandelli di carne da una carcassa. Non c’è la luna, la si percepisce nel riflesso sulla spada, e così via.

Puristi
Ovviamente esistono vari livelli. Come non è vietato usare un sommario per introdurre un personaggio, si accetta anche l’estremismo del mostrare senza intrusioni autoriali. Ti faccio un quiz: nella frase seguente c’è una parola che potrebbe, agli occhi di un purista, non essere adeguata per la tecnica del mostrato. Secondo te qual è e perché?

Stephen infilzò irosamente il cucchiaio nel fondo del guscio d’uovo.

Mostrato è mostrato, no? Allora cos’è che stona?
È una frase tratta da Stephen Hero, di James Joyce, e appartiene a una prima versione che, una volta epurata dall’autore è poi diventata così:

Stephen infilzò il cucchiaio nel fondo del guscio d’uovo.

“Questo perché”, spiega Wayne C. Booth nel saggio Retorica della narrativa, “quell’avverbio rappresentava il rifiuto da parte dell’autore di permettere al puro oggetto naturale – l’azione, in questo caso – di parlare per sé”.
In effetti ‘irosamente’ è un commento del narratore, non appartiene all’azione, e pertanto è stato eliminato dall’autore che cercava la purezza letteraria, una prosa in cui il narratore non apparisse nel testo o lo facesse il meno possibile.

Il filosofo e saggista Ortega Y Gasset, in La dottrina del punto di vista, dà un’interessante spunto:
“Se leggo in un romanzo ‘Pietro era collerico’, è come se l’autore mi invitasse a realizzare nella mia fantasia la collera di Pietro, partendo dalla definizione che ha dato. Pretende cioè che sia io, lo scrittore. Penso che sia più efficace il procedimento opposto: l’autore deve fornirmi i dati, fatti visibili, attraverso i quali io possa scoprire Pietro e definirlo come un essere collerico”.
Di fatto la maggior parte dei difensori di questa purezza letteraria ha dovuto convenire che la purezza totale è impossibile, ma adesso non divaghiamo.

Riepilogando, per una scrittura immersiva e moderna, il mostrato è sempre preferibile al narrato. Perché coinvolge il lettore, suscita maggiori emozioni, tiene accesa la mente sollecitandolo di continuo a elaborare una propria idea di ciò che si sta leggendo e degli accadimenti del libro. Se vogliamo che il lettore arrivi alla fine del nostro testo (e magari gli piaccia), è indispensabile coinvolgerlo e tenerlo vispo, attento. Uno dei traguardi di un romanzo ben riuscito è che alla fine il lettore ricordi la storia come se lui stesso l’avesse vissuta. E, se ben usata, la tecnica del mostrato ‘show don’t tell’ dà quest’opportunità.

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