12.2. Gli errori più comuni nei dialoghi

Riprendiamo il discorso da dove l’avevamo interrotto nel precedente post. Si parlava di dialoghi.

Gli errori più comuni nei dialoghi
Una delle prime cose che saltano all’occhio dell’editor incaricato di valutare il tuo manoscritto in funzione di un’eventuale pubblicazione sono i dialoghi, il che ti dà la misura della loro importanza.
I dialoghi scritti da autori inesperti presentano spesso una serie di criticità. Vediamo gli errori che mi capita di segnalare con maggiore frequenza. È importante che tu conosca gli errori che più spesso vengono commessi per eliminarli, se ci fossero, dal tuo scritto, anche se la lettura di un editor prima di sottoporlo alle case editrice sarebbe sempre auspicabile.
Iniziamo!

Personaggi che parlano per esprimere le idee dell’autore
Hai presente quei lunghi monologhi nel corso dei quali la narrazione sembra sospesa e il personaggio di turno parla per pagine intere senza che nessuno degli interlocutori provi nemmeno a interromperlo? A meno che non si tratti di narrazioni intradiegetiche, diffida di questi monologhi. C’è una grande possibilità che il personaggio stia prendendo – per così dire – in prestito dall’autore qualche sua idea e la stia sciorinando con disinvoltura. Mi è capitato svariate volte di leggere sermoni sulle tematiche più disparate, dai danni arrecati dall’uomo alla natura, all’odio dilagante fra le popolazioni, a una legislatura che regolamenti il commercio della droga e così via. Tu, da autore, cerca di evitarli il più possibile.
Il dialogo serve per fare muovere e agire i personaggi in tempo reale, e favorire così il coinvolgimento del lettore. Per esprimere le proprie opinioni ci sono gli amici. O i blog!

Dialogo senza scopo, azioni o reazioni.
Un dialogo senza reazioni è un dialogo vuoto, privo di una linfa che lo alimenti e, pertanto, privo di interesse per il lettore. Il dialogo deve essere composto da serie di azioni a cui corrispondono altrettante reazioni. Queste interazioni tra i personaggi mettono in luce conflitti celati e sottotesti.
Spesso testi dalla scrittura incerta presentano questo tipo di dialogo. Ora leggiamo lo stralcio di un racconto che Ernest Hemingway ha scritto nel 1927 per il Scribner’s Magazine (la traduzione è mia). Racconto che ho volutamente rovinato, per farti capire cosa intendo quando parlo di un dialogo vuoto.

La porta della taverna di Henry si aprì ed entrarono due uomini. Si sedettero al banco.
Fuori stava facendo buio. La luce dei lampioni entrava dalla finestra. I due uomini al banco lessero il menù.
George si avvicinò. «Cosa prendete?»
«Prenderò una braciola con salsa di mele e purè di patate» disse il primo.
«Bene» disse George. «E per lei?»
«Cos’hai da mangiare?»
«Posso farvi un sandwich».
«Per me crocchette di pollo con piselli e purè con panna».
«Quello è solo a cena. Posso darvi prosciutto e uova, pancetta e uova, fegato».
«Va bene prosciutto e uova» disse l’uomo che si chiamava Al.



Non è granché interessante, vero? Tutto immobile. È come lanciare un sasso in uno stagno e non vedere nessun cerchio allargarsi nell’acqua. Diverso sarebbe se si sentisse una tensione di fondo scoppiettare sotto la superficie. Ecco il testo originale.

La porta della taverna di Henry si aprì ed entrarono due uomini. Si sedettero al banco.
«Cosa prendete?» chiese George.
«Non lo so» disse uno dei due. «Cosa vuoi mangiare, Al?»
«Non lo so» disse Al. «Non so cosa voglio mangiare».
Fuori stava facendo buio. La luce dei lampioni entrava dalla finestra. I due uomini al banco lessero il menù.
«Prenderò una braciola con salsa di mele e purè di patate» disse il primo.
«Non è ancora pronto».
«Perché lo metti in carta, allora?»
«È la cena» spiegò George. «Potrete ordinarlo alle sei». George guardò l’orologio appeso al muro dietro il bancone. «Sono le cinque.»
«L’orologio fa le cinque e venti» disse il secondo.
«È venti minuti avanti.»
«Oh, al diavolo l’orologio» disse il primo. «Cos’hai da mangiare?»
«Posso farvi un sandwich», disse George. «Prosciutto e uova, pancetta e uova, fegato e uova. O se no una bistecca».
«Dammi crocchette di pollo con piselli e purè con panna.»
«È la cena quella».
«Ogni cosa che vogliamo la fai solo a cena? È così che lavori?»
«Posso darvi prosciutto e uova, pancetta e uova, fegato…».
«Io prendo prosciutto e uova» disse l’uomo che si chiamava Al.

Emergono le personalità dei personaggi e aleggia qualcosa di non detto, scorre sotto la superficie. Fa venire voglia di voltare pagina, di conoscere meglio i personaggi, e dona loro spessore.

Dialoghi che spiegano in maniera esplicita stati d’animo e umori
Sempre fedeli al dogma nativo Show don’t tell, anche per i dialoghi dobbiamo osservare lo stesso principio. Il detto on the nose (come lo definisce Robert McKee nel suo manuale DialoRecensione – “Dialoghi” di Robert McKeeghi) si riferisce a circostanze come questa, in cui il sottotesto viene esposto e trattato come testo, privando il dialogo non solo di interesse e di fascino, ma anche di realismo, visto che nessuno quando parla sa esattamente cosa si nasconde nelle profondità delle parole che sceglie di dire (subconscio). Immagina una battuta di questo tipo:

«Sono stanca morta, ho male ai piedi, e ogni volta che ti guardo penso che non sono convinta di amarti davvero. Ci provo, ma non lo capisco. Anzi. Mi chiedo se sia normale per una moglie provare per suo marito la repulsione che sei in grado di suscitare in me».

È un’esagerazione, certo, ma neanche tanto. Proviamo a fare qualche modifica. Solo per chiarire meglio il concetto appena espresso.

Carla si versò da bere e si lasciò cadere sul divano, si sfilò le scarpe e le gettò lontano.
«Dio mio, che roba» disse guardando il fazzoletto fradicio con cui si era asciugata la fronte.
Tommaso fissava la tv con aria ebete.
«Che partita è?» chiese lei.
«Marsiglia Inter».
«Quanto sono».
«È appena iniziata».
Rimase a osservarlo per un po’. Quegli occhi spenti, la barba sfatta. Da quant’è che non lavorava? Era più il tempo che l’aveva visto sulla poltrona che al computer in cerca di lavoro. Il tavolino da caffè era sporco e pieno di cianfrusaglie. Carla prese il bicchiere e si lasciò sfuggire un sospiro.
«Perché non te ne vai a letto?» disse lui. «Tanto è presto per la cena».
«Sto qui» disse lei. «Finisco il bicchiere e pulisco questo schifo».
Lui si sbracciò e urlò alla televisione, bevve un sorso, ruttò e buttò la lattina a terra, seminando gocce sul pavimento. Lei gli lanciò un’occhiataccia disgustata.
«Tanto hai detto che devi pulire» disse lui alzando il volume.

Dialoghi che forniscono troppe informazioni
Infodumping è la tendenza a inondare il lettore di informazioni utili alla comprensione della storia. Il dialogo non è un manifesto informativo. Una delle sue finalità è anzi velocizzare il racconto animandolo con azioni fisiche. Sequenze dialogiche sovraccariche di informazioni rallentano la lettura e finiscono per annoiare il lettore, impedendogli di recepire proprio le informazioni che si vuole che conosca.

«Ciao Mario».
«Ciao Loredana. Come sei cresciuta. Sei in forma».
«Vorrei vedere! Del resto mi sono iscritta da tre anni alla scuola di danza, i risultati si vedono».
«Sembra ieri che ti portavo sul pedalò, invece era il 2004».
«Mia madre mi ha lasciato per tutta l’estate da te e la zia perché in quell’anno era mancato mio padre, lei lavorava ancora alla fabbrica di vernici e non sapeva dove mettermi. Avevo solo cinque anni».
«Ti ricordi la casa in cui stavamo? È stata venduta a una società che voleva costruire in quel palazzo un complesso di uffici. Tua zia, mia moglie ha fatto il diavolo a quattro e alla fine ci siamo lasciati nel 2011. Io ho un’altra donna, si chiama Marta e ha un’agenzia di scommesse».

Suona tutto un po’ finto, stopposo. Falli muovere, i personaggi, parlare con sincerità. Giocaci e lasciati sorprendere da loro.

Le guardò le cosce. «Sai che ti dico? Ti fa proprio bene la danza».
Loredana si abbassò la gonna che le si era sollevata sulle ginocchia. «Ci alleniamo tanto».
«Ti tenevo su con un braccio solo».
«Avevo cinque anni, zio».
«È stata una bella estate».
Lei lo guardò in tralice. «Insomma».
«Oddio» disse lui. «Era quell’anno che tuo padre…»
Lei annuì. «Per questo mia madre mi aveva mandato da voi».
«Scusami».
«Non fa niente. Sono passati più di vent’anni»
«Cos’era? Duemila…»
«Quattro. Era il 2004» disse lei incamminandosi.
«Non da quella parte» la fermò lui. «Non abito più lì».
«Troppi ricordi?»
«No. L’abbiamo venduta per liquidarla e dividerci il valore».
Loredana rivolse lo sguardo al mare. «Non lo sapevo».
«Aspetta un secondo, avverto Camilla che mangiamo lì».
«Camilla?»
«È simpatica e solare. Ti piacerà». Prese il telefono e chiamò.

Era solo un esempio per chiarire il concetto. Le informazione sono sottese, il lettore le indaga, le evince sentendosi stimolato e quindi parte attiva di un processo comunicativo.

Talking Heads Syndrome
No, niente a che vedere con la band. Il fenomeno delle teste parlanti si verifica quando il dialogo è costituito da una serie di ripetuti scambi dialogici senza alcuna (se non rarissima) azione compiuta dai personaggi, né un loro inquadramento in uno scenario o in uno spazio fisico. È importante per il lettore vedere i personaggi muoversi nello spazio e agire, altrimenti la sequenza si riduce un insieme di battute più adatto a un copione teatrale che a un romanzo di narrativa.

I personaggi parlano tutti allo stesso modo
Nei testi degli autori inesperti i personaggi adottano una sorta di ‘vocabolario diffuso’, un modo di parlare comune a tutti. Ma, come accennato nel post precedente, ogni personaggio deve possedere un proprio linguaggio, fatto di grammatica, sintassi, vocabolario, figure retoriche, fraseggio, fonetica, accenti, dizione; elementi derivati dalla vita vissuta dal personaggio stesso. Come ognuno ha la sua storia, ognuno ha la sua voce.

Registro inappropriato
No, non sto parlando delle parolacce. La questione del registro inappropriato si lega idealmente con il problema appena trattato, cioè i personaggi che parlano tutti in modo simile. Quando ciò accade sovente significa che non si è costruito un modo di parlare coerente con il personaggio che parla. Mi è capitato di leggere di recente un testo storico in cui un capitano di una legione di Franchi (sesto secolo d.C. circa), a suo stesso dire di nobilissime origini, si esprimeva come il più zotico dei villici, e una dama come una prostituta del Bronx attuale.
Perché il dialogo sia verosimile il registro deve essere coerente con il personaggio, con la sua istruzione, con la sua epoca storica ecc. In un romanzo storico il registro dialogico ha ancora più valore perché è anche su quello che si basa l’immersione del lettore nel periodo storico di riferimento. È importante studiare un linguaggio che –pur rimanendo comprensibile al lettore odierno – conservi un tratto tipico e verosimile per l’epoca. Anche se l’intenzione è di attualizzare i dialoghi per renderli più vicini al parlato del nostro tempo, per essere credibili devono comunque conservare il gusto estetico e linguistico del periodo storico narrato.

Tra questo e il precedente post, un breve accenno ai dialoghi è stato fatto. Spero sia stato esauriente, anche se, come detto, materiale da approfondire ce ne sarebbe ancora tanto. Se hai qualche domanda, o vuoi segnalare dialoghi che ti hanno colpito (narrativa, ma anche cinema, teatro, serie televisive…), condividila nei commenti. Il confronto è sempre un arricchimento.
Per adesso alla prossima, e buona scrittura!

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