Il giorno della civetta, di Leonardo Sciascia – Recensione

Torniamo a parlare di classici, con Il giorno della civetta, di Leonardo Sciascia. Il romanzo che gli ha dato la celebrità, pubblicato nel 1961 da Einaudi, ha una caratteristica che lo rende unico: è il primo romanzo italiano che parla apertamente di mafia. Dopo di allora, nel 1962, in Italia fu costituita una commissione d’inchiesta parlamentare antimafia, segno che il problema era diventato lampante e non si poteva più tacere. E anche la letteratura ha iniziato a interessarsi fortemente all’argomento.

Tema quello dell’omissione, del celarsi, dell’impercettibilità, dell’invisibilità, ripreso sin dal titolo. La civetta, animale notturno che da sempre si muove e vive nel buio della notte, al riparo dagli sguardi, ha adesso il coraggio di varcare i propri confini e apparire alla luce del giorno.
Tratto dall’Enrico VI di Shakespeare, l’esergo recita: “come la civetta quando di giorno compare”.
Costruzione della frase che utilizza l’anastrofe, figura sintattica che anche Sciascia adopera in alcuni momenti del libro per infondere un gusto poetico e musicale a una prosa di altissima qualità, segno della sua grande cura per stile e forma.

La paura gli stava dentro come un cane arrabbiato; guaiva, ansava, sbavava, improvvisamente urlava nel suo sonno; e mordeva, dentro mordeva, nel fegato nel cuore. Di quei morsi al fegato che continuamente bruciavano e dell’improvviso doloroso guizzo del cuore, come di un coniglio vivo in bocca al cane, i medici avevano fatto diagnosi, e medicine gli avevano dato da riempire tutto il piano del comò: ma non sapevano niente, i medici, della sua paura.

Il romanzo ricalca la forma del giallo – anche se a Sciascia non interessa l’assassino ma solo il contesto – e si apre con uno dei più famosi incipit della storia della letteratura italiana, esempio perfetto di apertura in medias res.

L’autobus stava per partire, rombava sordo con improvvisi raschi e singulti. La piazza era silenziosa nel grigio dell’alba, sfilacce di nebbia ai campanili della Matrice: solo il rombo dell’autobus e la voce del venditore di panelle, panelle calde panelle, implorante ed ironica. Il bigliettaio chiuse lo sportello, l’autobus si mosse con un rumore di sfasciume. L’ultima occhiata che il bigliettaio girò sulla piazza colse l’uomo vestito di scuro che veniva correndo; il bigliettaio disse all’autista «un momento» e aprì lo sportello, mentre l’autobus ancora si muoveva. Si sentirono due colpi squarciati: l’uomo vestito di scuro, che stava per salire sul predellino, restò per un attimo sospeso, come tirato su per i capelli da una mano invisibile; gli cadde la cartella di mano e sulla cartella lentamente si afflosciò.

Il capitano dei carabinieri Bellodi, trasferito da poco da Parma, indaga su tre omicidi apparentemente slegati tra loro. La mafia muove fili tanto invisibili quanto presenti.
La trama contiene un messaggio feroce nella sua semplicità: denuncia la presenza della mafia come organizzazione e realtà economica, come fenomeno storico e sociale; denuncia la poca o assente lotta al fenomeno mafioso, realtà incancrenita nei palazzi, che controlla la cosa pubblica e distribuisce posti di lavoro e appalti ai propri affiliati.  

Autore dalla scrittura solida ed elegante, Sciascia utilizza una terza persona onnisciente, una voce autorevole e ironica, non priva di sprazzi poetici. Mai la voce narrante diventa personaggio, o assume tale valore nella narrazione, né indulge alla tentazione di facili ed enfatiche drammatizzazioni di fatti che, nella loro durezza, ben si presterebbero.

Leonardo Sciascia

I personaggi sono duri e compatti, dalla figura positiva del capitano Bellodi, al suo antagonista, figura complementare assortita per sottrazione, il capomafia don Mariano Arena – celebre è la sua catalogazione dell’umanità in cinque categorie: “uomini, mezzi uomini, omminicchi, (con rispetto parlando) pigliainculo e quaquaraquà”.
Per sottrazione si è evoluta anche la seconda stesura del testo. Chiudiamo usando le stesse parole dell’autore che, in una nota alla fine del libro, segnala la difficoltà intrinseca di calarsi, soprattutto allora, in argomenti così spinosi:

Il risultato cui questo mio lavoro di cavare voleva giungere era rivolto più che a dare misure, essenzialità e ritmo, al racconto, a parare le eventuali e possibili intolleranze di coloro che dalla mia rappresentazione potessero ritenersi più o meno direttamente, colpiti. Perché in Italia, si sa, non si può scherzare né coi santi né coi fanti: e figuriamoci se invece che scherzare, si vuole fare sul serio.

Un libro autentico, scorrevole e denso, capace di spaziare dall’ironico ritratto di una realtà siciliana che, nella sua stortura, sembra immutabile, a scambi filosofici di grande levatura, senza mai eccedere nell’uno o nell’altro senso.
Tra i romanzi da leggere almeno una volta nella vita.


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