“Il mio padrone, il mio vincitore”, di François Henri Désérable | Recensione

Il mio padrone, il mio vincitore (di François Henri Désérable, tradotto da Fabrizio Ascari per La nave di Teseo) è la storia di una storia d’amore. La storia di una storia, esatto, perché a narrarla non è uno dei diretti interessati nell’affaire, ma un amico comune della coppia, che fornisce la sua versione come testimone davanti al giudice. 

Vasco, curatore della Biblioteca Nazionale di Francia, e Tina, attrice teatrale innamorata della poesia di Verlaine e Rimbaud, vivono la loro storia d’amore nella clandestinità, perché lei ha un compagno e due figli, ed è prossima al matrimonio. Donna appassionata e anticonformista, Tina è posta davanti alla grande scelta: da una parte la precarietà della fiamma dirompente e indomabile di un sentimento che divampa tra i muri di alberghi a ore o sale di lettura di biblioteche in orario di chiusura, e dall’altra un futuro matrimonio sicuro e solido, ma impregnato dell’ordinaria routine di una vita addomesticata e verosimilmente priva di guizzi. È per far fronte alle minacce del futuro marito di Tina che Vasco si procura le armi (e che armi!)  con cui si metterà nei guai. 

L’espediente narrativo di base è piuttosto curioso. Un testimone aiuta il giudice a comprendere i significati nascosti nell’unica prova a disposizione dalle forze dell’ordine: il diario di Vasco. L’amore per la poesia da parte dell’autore – François-Henri Désérable, ex giocatore di hockey di 35 anni che dal 2013 sforna libri ad anni alterni – si riflette a pieno in questa scelta: il diario di Vasco è infatti una raccolta di poesie e ognuna di queste è relativa a una stazione nella via crucis della sua storia d’amore con Tina. Se codificata, ogni poesia costituirà un’informazione in più per le autorità e un aiuto a delineare il profilo psicologico del soggetto.

Inserti poetici, quindi, e continui richiami ai grandi autori (europei ma soprattutto francesi – Verlaine, Apollinaire, Proust, Rimbaud, Voltaire…) si intersecano alla prosa del narratore che, appunto, è in una stanza di tribunale per la deposizione. Spettatore distaccato, ironico e super partes, dalle sue parole estrapoliamo la codifica del diario e il racconto di questa storia d’amore, e ci appare quasi come un narratore onnisciente, visto che raccoglie e si fa interprete dei punti di vista di Tina, di Vasco, di Edgar, il compagno tradito, e riempie i vuoti con le proprie supposizioni.

Il fulcro tematico del libro è la domanda: quanto può distruggere della vita di una persona – pur se anticonformista e appassionata – un amore quando si abbatte su di lei? Quanto può influire un amore clandestino, vissuto con una potenza debordante e difficilmente controllabile? Quanto sarà disposta Tina a mettere in gioco della propria vita e delle proprie sicurezze che negli anni ha saputo costruire, per seguire l’impulso travolgente ed effimero della passione?

Una delle caratteristiche più rilevanti del libro è la musicalità della scrittura, ottenuta con raffinati intarsi nella costruzione di frasi e periodi.
Il seguente passaggio, ad esempio, raccoglie le riflessioni di Tina, che si lancia in un soliloquio con Vasco e il proprietario di un hotel, davanti a un bicchiere di assenzio. Il tutto è espresso in un flusso di coscienza a evidenziare lo stato di confusione provocato dall’alcol e quello in cui si trova Tina nei confronti del suo grande dilemma. 

Sessantasette gradi. Fuoco che scende nelle vene, predisponendo alle confidenze. A sessantasette gradi il cuore si apre, le lingue si sciolgono. Quella di Tina soprattutto, Tina che aveva una famiglia, due bambini, un padre per i suoi figli che presto sarebbe diventato suo marito, suo marito che lei amava, perché lo amava suo marito, lo amo, diceva, sì, veramente, lo amo, ripeteva Tina davanti a Vasco, e gli diceva anche che lei e lui non erano niente in confronto, tu e io non siamo niente, un infinitesimo in confronto a ciò che sono riuscita a costruire con lui, eppure è questo niente a ossessionarmi, ad assillarmi, a rodermi, diceva adesso Tina al direttore dell’albergo facendosi versare altro assenzio, tutto ciò è assurdo, irragionevole, insensato, continuava Tina che beveva quel liquore bruciante come la sua vita.

Il brano inizia in forma impersonale (Sessantasette gradi. Fuoco che scende nelle vene, predisponendo alle confidenze), poi passa a Tina, in terza persona (Tina che aveva una famiglia, due bambini…) e dal discorso indiretto libero (perché lei lo amava suo marito) si porta sul diretto (lo amo, ripeteva) e prosegue con l’indiretto (e gli diceva anche che lei e lui non erano niente in confronto)
Come se una macchina da presa a volo d’angelo si avvicinasse piano a Tina fino a entrare in risonanza con lei, con i suoi pensieri più intimi, e poi, poco alla volta, tornasse fuori fino a riprenderla dall’esterno, mentre beve liquore bruciante come la sua vita.
Un brano che è montagne russe e fuochi d’artificio multicolori. 

Notevoli anche i cambi di punto di vista, sempre chiari e precisi, ma non anticipati da introduzioni didascaliche che appesantirebbero la lettura. Capita di trovarsi su due piani narrativi, nella mente e nelle intenzioni di due personaggi, nello stesso istante in luoghi e situazioni opposte, ognuno con la sua priorità. Nello stesso paragrafo. Sulla stessa riga. 

Spezzami la schiena, implora Tina che vuole essere suddita e sovrana insieme, svilita, profanata ma glorificata, indocile e sottomessa, principessa e puttana. Porca miseria, faceva sempre un freddo cane. Milleduecento metri quadri di vecchie pietre da riscaldare, costava molto ma avrebbero potuto fare uno sforzo. (…) Se solo Tina fosse stata lì con lui avrebbe saputo riscaldarlo alla sua maniera, quando voleva ci sapeva proprio fare, eh eh. Ansimante sopra Vasco, è lei a scoparlo adesso Non vuole più vederlo muoversi né sentirlo, gli chiede semplicemente di averlo duro, di essere l’inerte strumento dei suoi piaceri, tiranna, pensa Tina, sono una tiranna e lui è mio schiavo, è alla mia mercé e ne dispongo a mio piacimento. Edgar non riusciva a dormire. Non aveva fatto ginnastica quel giorno. Fare delle flessioni, degli addominali prima di rimettersi a letto? Lei gli mancava.

Una scrittura che scivola senza freni, che risucchia il lettore con una tensione costante verso la fine del libro, basata su una cifra ironica (leggera, non invadente) senza quel compiacimento realista fine a se stesso che appesantirebbe le pagine. 
Lettura che consiglio.

Una nota per la casa editrice: sull’aletta della sopraccoperta, nella sinossi Edgar è citato come Edward. Correggerei, in una eventuale ristampa. 

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