Recensione: “It”, Stephen King

Sette ragazzi uniti contro il male. Una storia che corre avanti e indietro tra due epoche e tra due età. Passato e presente, infanzia ed età adulta. C’è un clown, che semina il terrore e uccide il piccolo George, della cui morte suo fratello maggiore Bill si sentirà per sempre responsabile. Sullo schermo l’abbiamo visto milioni di volte, ma il clown non è che la punta di uno sterminato iceberg.

Dopo il primo atto di presentazione dei personaggi principali e del contesto – sono molti, e l’autore si prende il giusto tempo – la narrazione si sviluppa su due epoche storiche in cui avvenimenti simili avanzano parallelamente. Il momento presente, il 1985, quando i protagonisti tornano alla città natale per sconfiggere definitivamente il mostro, e 27 anni prima, quando il mostro l’avevano già bell’e rispedito nelle fogne, nelle quali sembra vivere e nascondersi. Se fosse tornato, anche loro sarebbero tornati per chiudere i conti con lui; questo il patto con cui si erano lasciati nel 1958. 

King costruisce un’ambientazione oltremodo caratterizzata – Derry – prendendo spunto da Bangor, la cittadina nel Maine dove ha vissuto la propria infanzia. È tutto definito, dal nome delle vie alla geografia locale, all’assetto urbanistico; i Barren, la cisterna e via dicendo. Scenario realistico, fin troppo dettagliato.

Uno dei difetti maggiori del libro è la profusione di informazioni di cui è inondato il lettore. Quando riguardano i personaggi o l’azione degli stessi, i dati forniti sono funzionali alla narrazione, ma quando l’autore si perde in descrizioni di personaggi secondari, ambienti non direttamente collegati alla storia, la tensione narrativa si spegne e viene voglia di saltare alcune parti. Questo tipo di lungaggini rallentano la lettura. È una caratteristica propria dello stile narrativo di Stephen King. Neanche venisse pagato a parola, l’autore ha spesso la tendenza a infarcire le sue storie con eventi paralleli fini a se stessi e a perdersi in descrizioni lunghe e particolareggiate di situazioni e fatti limitrofi all’azione principale, che se da una parte ritardano i colpi di scena, dall’altra influiscono poco o niente sulla storia e rallentano la lettura.

Una pagina del manoscritto originale del romanzo “It”.

La narrazione, caratterizzata dai salti temporali di cui si è parlato, è uno dei punti di forza del romanzo, uno dei tratti che maggiormente lo caratterizza. Elemento che però, proprio a causa della sua forte tipicità, rischia di avere un esito diverso o contrario a quello desiderato. Spieghiamo. Il racconto, come detto, si dipana in un continuo rimbalzo avanti e indietro tra due epoche, l’età fanciullesca dei ragazzi, quella dei giochi e delle scaramucce, e l’età adulta, fatta di pesi e responsabilità finali, definitive. In una narrazione del genere, il rischio di inficiare il patto implicito con il lettore si corre, perché ogni volta che si è sottoposti – come lettori – a un brusco passaggio temporale, una scintilla mentale si stacca dal racconto per pensare al meccanismo narrativo usato, alla prolessi, all’analessi, e al preciso obiettivo dell’autore, quello cioè di fare combaciare episodi simili in due epoche diverse e di farli emergere filtrati dalla percezione dei personaggi. Prima una visione infantile, aperta a esperienze improbabili, alla possibilità dell’assurdo e dell’irrazionale, poi lo stesso episodio vissuto da adulti, in un disperato tentativo di razionalità e con il pensiero rivolto alle conseguenze dei propri gesti – pensiero che, da bambini, era quasi del tutto inesistente.
Ma non stiamo parlando di un autore alle prime armi o che muove passi malfermi nel territorio vago e opaco della scrittura. Stephen King ha spalle robuste e una grande esperienza. E non fallisce. 

È a questo punto che la maestria dell’autore deflagra in tutta la sua potenza. Il pregio maggiore del romanzo sta nella sua evoluzione metaforica, simbolica e surreale. Tutti abbiamo in mente Pennywise, il pagliaccio cattivo che offre il palloncino al bimbetto George da dentro il tombino. Abbiamo in mente quell’immagine perché ciò che rappresenta davvero quel pagliaccio – il suo valore astratto contrapposto alla sua manifestazione terrena, il suo ritorcersi nella sua stessa, incoerente e del tutto umana paura, il suo esistere in bilico tra sogno, realtà, pensiero, suggestione condivisa –, ciò che rappresenta davvero quel clown, dicevamo, non è possibile afferrarlo, comprenderlo a pieno, se non leggendo il libro. A tratti il linguaggio si fa fluido e scorre senza attriti in una sapiente alternanza tra discorso diretto e indiretto libero (ne parlo qui), in uno stream of consciousness degno del James Joyce più ispirato. Un climax che è opera finale, che vale il libro. È come se dopo tutta quella narrazione di fatti, di cose, di luoghi e di eventi, King appoggiasse la penna e dicesse, ok, a letto i bambini; adesso facciamo gli scrittori, quelli con la L (di literacy) maiuscola. E si addentrasse nel profondo, nell’assoluto.

È necessario che vengano convinti con le parole, convinti ad accettare questo fondamentale legame umano tra il mondo e l’infinito, unico luogo in cui il fluire del sangue umano tocca l’eternità. Non importa. L’unica cosa che è importa sono amore e desiderio. Qui in questo buio intenso va benissimo, meglio che in molti altri posti, probabilmente. 

L’episodio più controverso del romanzo (allarme spoiler, se non hai ancora letto il libro, regolati di conseguenza!): sei ragazzi di undici anni consumano a turno un rapporto sessuale con la loro coetanea e amica Beverly. King spiega così l’episodio: «Per i maschi del club dei Perdenti, Beverly diventa il tramite simbolico del passaggio tra maturità e infanzia. È un ruolo che le donne hanno rivestito molte volte nella vita dei ragazzi: l’arrivo simbolico dell’età adulta segnato dall’atto sessuale». 

Ma King – ed ecco la sua maestria – non fa cadere a caso l’episodio. Che ha luogo infatti verso la fine del romanzo, quando in questo ripetersi di avanti e indietro si è arrivati contemporaneamente alla fase finale delle due epoche: dell’85 da una parte e del ’58 dall’altra, fase quest’ultima che sancisce il passaggio dei protagonisti dall’età infantile a quella adulta. Ormai conosciamo i personaggi, i sentimenti che li alimentano, il senso di appartenenza al gruppo che li lega, l’affetto reciproco e l’ansia condivisa che li consuma. Un episodio sicuramente intenso ma che non è messo lì per stupire o per scioccare, come alcuni lettori hanno avuto modo di obiettare (una gang bang di undicenni, ho letto da qualche parte). Il significato di quel momento trascende il tangibile. Il simbolico dell’atto è impalpabile, è astrazione, è un evento mentale e istintuale la cui risonanza sul piano reale non viene affatto sottovalutata dall’autore, il quale mette anzi il lettore (dotato di sensibilità e di proprio senso critico) nella posizione di non recepirlo come abominio inverosimile ma come plausibile – sia pur remota – eventualità (del resto, quante volte ci è capitato di vedere il male tramutarsi in un clown con zanne da squalo e offrire palloncini dai tombini?). La ragazzina si offre spontaneamente – è anzi lei a convincere i più reticenti fra i suoi amici – perché capisce che è la cosa giusta da fare in quella circostanza, per chiudere il cerchio con lei al centro, per contrapporre il suo amore – desiderio e amore e buio – al male di It, che è a sua volta un essere femminile, e come tale nativo e fecondo. L’unico modo per respingerlo e rimanere in vita. Bisogna essere dotati di un talento fuori dal comune per compiere una magia simile (o di tecnica, giacché alcuni detrattori di King sostengono che non abbia alcun talento), e King ci riesce.

Per concludere, It è un horror che ha i connotati del romanzo di formazione, ideale estensione del racconto The body da cui il celeberrimo (e bellissimo) film Stand by me. Appassionante e con un finale poderoso e intenso, indaga il periodo di transizione dall’età infantile all’età adulta, riconoscendo infine l’innato bisogno dell’essere umano di ricongiungersi, una volta adulto, con l’età dell’infanzia, trovando nella chiusura di quel cerchio la completezza del suo essere. 
Grande prova di valore e maturità autoriale. Non provateci a casa. 

Recensione di Francesco Montonati

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