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Esce oggi la nuova rivista letteraria ProelioLab!

Una bella notizia.
Che vi comunico con grande soddisfazione. Esce oggi, 1 aprile 2024, la nuova rivista letteraria ProelioLab. Sarà trimestrale e conterrà tre racconti, più approfondimenti vari sul mondo dell’editoria.

Perché una nuova rivista?
Per lavoro ho a che fare quotidianamente con testi, manoscritti, parole – da valutare, sistemare, revisionare, correggere, trattare. E con autori e autrici. Ogni volta tra editor e autorə si instaura una dinamica particolare. Diventi una sorta di confidente, devi armonizzarti, entrare nella sua lunghezza d’onda, nel suo modo di ragionare, guardare il mondo dalla sua prospettiva e dai suoi occhi per capire come lo percepisce e come lo vuole raccontare.
Capita di entrare in un contatto fatto di suggestioni, un campo di energie volatili, non le puoi toccare ma le senti scorrere con tumultuosa urgenza.

A volte, lo stesso tipo di trasmissione cosmica la ottengo semplicemente leggendo un testo. E a volte, quel testo fa paura. Fa paura alle case editrici, che spesso non se la sentono di pubblicarlo.
Perché? Manca la qualità? No. Manca il contenuto? Nient’affatto. Nulla di tutto questo. È solo che non va bene. Non rientra nelle linee editoriali della casa editrice. Non è quello che cercano.
Perché? Che cosa cercano?
Ognuna qualcosa di diverso (almeno in teoria), ma molte, moltissime, la maggioranza assoluta, cercano la chiarezza, la fruibilità. La lettura easy. È un male? Non necessariamente. Però è una condizione diffusa.

L’obiettivo di ProelioLab è trovare racconti sfidanti, sbalorditivi, accecanti e vivi come guizzi argentati. Per scoprire nuove voci. Nuovi luoghi, persone, fatti, e modi di raccontarli.
Saranno poi presenti approfondimenti tematici. Per scavare un foro nella scorza inaccessibile da cui è protetto il mondo editoriale e portarvi con noi, incauti esploratori, nelle sue profondità. Per aiutarvi a conoscere cosa si nasconde dietro quell’oggetto magico e misterioso che tenete sul comodino.

Potete scaricare gratuitamente la rivista qui.

«Il colonialismo picchia sempre in una direzione e senza consenso»: “Sanguemisto” di Gabriela Wiener, recensione

Sanguemisto di Gabriela Wiener (La Nuova Frontiera, traduzione di Elisa Tramontin), recensione

Il trisavolo era Charles Wiener, il famigerato esploratore che per poco non ha scoperto il Machu Picchu. Per lei, semplicemente un huaquero. Un profanatore di tombe.

L’inganno dell’occidente colonizzatore emerge maestoso nella pista che Gabriela Wiener percorre sulle sue tracce. La protagonista, una commistione tra la stessa autrice e un personaggio di finzione, raccoglie i segni di Charles in un tracciato frammentario, liminale, dove ogni segnale è uno spunto luminoso per la ricerca in sé dei postumi di quella colonizzazione che ancora è viva nelle popolazioni sudamericane.

Gabriela Wiener è una scrittrice e giornalista peruviana. La sua voce (ben resa nella traduzione di Elisa Tramontin) è caratteristica: caustica, ironica, per certi versi sprezzante, aperta al nuovo e all’inaspettato.

Per la storia ufficiale il suo trisavolo è stato un pioniere la cui opera ha permesso all’Occidente di scoprire e conoscere culture altrimenti inaccessibili, ma per la protagonista Gabriela è solo un mezzo gaglioffo che girava il Perù a trafugare tombe. Un tombarolo, che per una qualche contingenza inaspettata era stato lì lì per scoprire il Machu Picchu; il suo lascito, un mucchio di oggetti frutto di saccheggi donati ai vari musei. 

Lei è una meticcia, bastarda si autodefinisce. Metà bianca, figlia di conquistadores, metà nera nativa. Charles era un austriaco che si era portato a casa, oltre ai numerosi riconoscimenti dalle più prestigiose istituzioni, non ultima l’Esposizione Universale di Parigi, anche un ragazzino. Un indio. Portato all’occidente per mostrarlo alla stregua di un animale raro e sconosciuto.

Il viaggio di Gabriela inizia con un lutto, la morte del padre, la cui vita ripercorre e indaga,  la scandaglia insieme a quella del trisavolo. E alla propria.
È quindi un viaggio che nasce da una frattura e non dalla curiosità intellettuale per la vita del trisavolo. Quel lutto è il punto di innesco, la prima perdita che apre tutte le altre. Il corpo del padre scompare, e con lui una storia mai raccontata del tutto. Da lì, parte la sua ricerca. Anche e soprattutto dentro se stessa.

E allora si guarda da fuori, si accorge della troppo netta somiglianza fisica tra lei e quelle statuette di terracotta che Charles aveva portato al museo, il viso marrone “color della cacca”. Si accorge delle storture della propria esistenza, delle risposte, mai dirimenti, che nella sua vita ha cercato di darsi. Scandaglia la sua storia, e rivela che è riflesso della storia di due continenti.

Il testo, a mio avviso, si regge su una costante binaria. C’è la doppia valenza di Charles, ladro impostore/grande esploratore, c’è l’essere bianca e insieme nera, ci sono due continenti che si frizionano, c’è la ricchezza della scoperta e la povertà del saccheggio di una civiltà soverchiata, c’è la doppia vita del padre con un’amante clandestina. C’è il poliamore della protagonista, una relazione aperta in cui ha un marito e una moglie insieme, che è insieme un rifiuto esistenziale della linearità e una postura sociale. La stessa logica non normativa che applica al corpo, alla forma del libro, alla storia: niente è relegato entro un confine unico. Niente appartiene. Tantomeno a uno solo. “Essere emigrate”, dice Wiener, “è come vivere con una benda sull’occhio”. Con un occhio non vedi e con l’altro sì, bianco e nero, ancora.

E in questo contrasto binario costante si dipana il libro. Che non è lineare, ha una struttura ma è composta di frammenti, come quegli oltre quattrocento oggetti che nella loro unità costruiscono agli occhi occidentali dei visitatori dell’esposizione di Parigi la civiltà Inca.

Gabriela Wiener

Il carattere della voce narrante è variegato. Ora è asciutto e granitico. Scabro, coriaceo. Spezzettato, ricco di domande. Frasi brevi. Colpi di pistola. Nessuna deferenza alle forme del decoro sociale. E poi si scioglie, lascia spazio alla contemplazione di una realtà dove concertano pensieri e dubbi e supposizioni e aperture, ma non sovrastano, rimangono appena sotto la superficie. E allora i periodi diventano ampi, le frasi ariose, il respiro dilatato attraversa i periodi contaminandoli.

Ride e piange, impara e rimane colpita. E nulla di tutto ciò ha a che vedere con me.

I miei pensieri mi fanno schifo. Ma che cazzo voglio? Non ho forse già scopato come volevo? Perché non li lascio in pace? Forse non voglio continuare anch’io a scopare con altri? Decido di fare qualcosa in merito. Cercare quella maledetta stanza tutta per sé. Disconnettermi da lei, da lui; mi rassegno a fare cose nuove e strane per intrattenere i miei demoni, una cosa che ho sempre detestato dell’autoaiuto femminile, per trovare la soluzione finale.

Il corpo. La fisicità. In Sanguemisto la componente fisico-erotica è fortissima, per Wiener il corpo corrisponde al luogo fisico della colonizzazione, è un tatuaggio sul dna di una popolazione, e vive il proprio come rappresentazione di una condizione atavica, totem della resistenza di un popolo.

I suoi occhi sono quelle ferite allegre e tristi che noi marroni portiamo sulla faccia da secoli.

Mi guida sul suo corpo e sul mio. Prima colpisco io, poi lei. Il colonialismo picchia sempre in una direzione e senza consenso.

Il corpo come territorio occupato. Tanto che la protagonista si iscriverà a degli incontri che hanno per tema la decolonizzazione del proprio desiderio, un momento che segna l’inizio in potenza del passaggio tra consapevolezza e azione. Transito ideale del corpo da luogo di eredità coloniale a luogo di resistenza definitiva.

Per neutralizzare quel rumore di fondo faccio una cosa che ho smesso di fare molti anni fa, perché sono molti anni che ho smesso di compiacere gli uomini tanto per compiacerli: glielo succhio in mezzo alla strada, e forse nel luogo migliore in cui qualcuno potrebbe succhiare un cazzo, dietro alle statue dei leoni del palazzo di giustizia per colpa di Henry (Miller) ho un debole per il sesso con le statue, e per colpa dei Mochica e per i huacos erotici.

Del resto, il contatto erotico con la storia è documentato proprio da quegli huacos che il trisavolo ha raccolto nel tempo in grande quantità. Si tratta di ceramiche precolombiane di origine principalmente Mochica che raffigurano scene sessuali esplicite: rapporti, organi genitali, pratiche erotiche di vario tipo, sesso anale, orale, masturbazione, figure con caratteristiche di genere ambigue.
Immagini aberranti per la morale cattolica dei colonizzatori.

Forse la scelta di Wiener nasce proprio dalla volontà di rivendicare questo tratto di eredità del suo popolo d’origine – una cosmologia rituale che viveva la sessualità senza vergogna, in un rapporto  codificato, artistico, di affatto ambigua accettazione. Il suo indugiare sul corpo, il sottolinearne l’alterità, diventa infatti un atto deciso di contrapposizione con la mentalità dei bianchi conquistatori.
Anche quando si accenna a un ragazzino indio, portato dal trisavolo a Parigi ed esposto come curiosità esotica. Anche qui si parla di un corpo. Corpo che è simbolo di una colonizzazione. Di un territorio violato.

“Decolonializzando il mio desiderio”, questo il nome della serie di incontri a cui Gabriela decide di partecipare. Qui

“[…] possono entrare soltanto persone migranti e razzializzate, per questo si presenta come ‘spazio non misto’. Non è un gruppo per bianchi. Questo forse è l’unico posto al mondo in cui stare insieme a una donna bianca e magra non è un prestigio ma una grana.”

L’obiettivo degli incontri?

Non vogliamo smettere di scopare con i bianchi, quello che vogliamo è cominciare a scopare tra di noi. Abbiamo sbiancato il sesso, abbiamo sbiancato l’amore, l’abbiamo razionalizzato. Il poliamore, per esempio, è una pratica bianca che non tiene conto di come funziona la circolazione della desiderabilità e i suoi limiti per persone come noi, le brutte della festa.

Questa l’ambizione di Gabriela. Salvo infine accorgersi che dalle persone del suo stesso colore non è per niente attratta. La sua è una lotta di secoli e insieme contemporanea. Una lotta tutti contro tutti, in cui i nemici diventano amici, il trisavolo è prima patriarca poi puttaniere, il padre ambiguo con la sua storia parallela, la stessa protagonista… Una tempesta di contraddizioni che cercano una via, la luce fuori dal percorso imposto da secoli di contenimento occidentale. In lei. Nella sua vita. Nel suo corpo.

Sanguemisto non è un romanzo. È un puzzle che non è fatto per risolvere, sono lampi che nel loro bagliore restituiscono il dolore mai sopito non solo di una donna ma di una popolazione intera. Un malessere che a noi occidentali il più delle volte sfugge.

Di Gabriela Wiener potete leggere un racconto tradotto da Chiara Mutti per la rivista letteraria Proeliolab.

IoScrittore 2026: strategie, trucchi (e qualche consiglio onesto)

Al via la nuova edizione 2026, c’è tempo fino al 15 aprile 2026 per inviare l’incipit e partecipare a Ioscrittore, il famigerato torneo letterario per aspiranti autori. Ma cos’è, come funziona, quali tattiche adottare?
Ecco alcuni consigli.

Cos’è Ioscrittore?

Ioscrittore è il concorso per aspiranti scrittori promosso dal Gruppo editoriale Mauri Spagnol. Con 54.529 partecipanti nelle edizioni passate, è uno dei più seguiti in Italia e mette in palio la pubblicazione presso una delle case editrici del Gruppo (Corbaccio, Garzanti, Guanda, Longanesi, Nord, Salani, TEA…). In realtà, sottolineano gli organizzatori, non è solo un concorso, ma una vera e propria operazione di scouting, costantemente monitorata dagli editor di GeMS. In effetti, sui loro siti, nella sezione invio manoscritti le case editrici del Gruppo consigliano espressamente di partecipare al concorso Ioscrittore.

Come funziona Ioscrittore?

Sul sito del concorso, ti iscrivi e hai tempo fino al 15 aprile 2026 per mandare il tuo incipit. Il file, che deve seguire alcune norme grafiche descritte sul regolamento, dovrà contenere le prime pagine del tuo romanzo (tra le 30.000 e le 60.000 battute).  Già che ci siamo, queste norme grafiche sono: testo in Times New Roman, corpo 12 pt, e il file in RTF (Rich Text Format), uno dei formati tra cui puoi scegliere quando salvi da Microsoft Word o Open Office. Il romanzo, nella sua interezza, deve stare tra le 160.000 e le 600.000 battute, spazi inclusi.
Inviato l’incipit alla redazione di Ioscrittore, ad aprile inizierà il lavoro. 

Sul tuo account personale della piattaforma Ioscrittore saranno caricati una decina di incipit (potrebbero essere anche meno) di altri partecipanti. Avrai tempo fino al 4 giugno 2026 per leggerli tutti, commentarli, e dare un voto secondo alcuni parametri che ti saranno forniti. Il tuo incipit sarà a sua volta letto da una decina di partecipanti (anche qui il numero può variare) e commentato. 
Consegnati i tuoi, al termine della prima fase riceverai i commenti sul tuo incipit. In base ai giudizi sarà stilata una classifica (invisibile ai concorrenti) e i primi quattrocento incipit classificati passeranno alla fase finale. Saranno comunicati il 21 giugno 2026, durante una cerimonia apposita.
Inizia il bello. 

Le possibilità a questo punto sono tre. 
La prima
: non sei passatə, fattene una ragione, leggi i commenti e cerca di migliorare per l’anno prossimo. 
La seconda: non sei passatə, ma se vuoi puoi continuare come lettore (potrai ancora giudicare, ma sarai fuori gara). 
La terza: evviva, sei passatə! Festeggia con gli amici e rimettiti all’opera! La fase più faticosa comincia adesso. 

È il momento di consegnare il plico. Carichi sulla piattaforma la tua opera completa (hai tempo fino al 16 luglio 2026) e qualche giorno dopo ricevi fino a dieci romanzi altrui, che dovrai leggere e commentare, come hai fatto con gli amici dell’incipit, entro il 22 ottobre 2026.
A questo punto intervengono gli editor delle famose case editrici e stilano un elenco di dieci finalisti (di questi, tutti vedranno il proprio manoscritto pubblicato in versione digitale) che saranno resi noti durante un evento presso BookCity Milano 2026.
Il vincitore definitivo, quello a cui sarà pubblicato il romanzo in forma cartacea sarà proclamato a dicembre 2026.

I pro e i contro del concorso Ioscrittore

Pro
Ioscrittore è gratuito, è seguito da editor di grandi case editrici, alcuni partecipanti delle edizioni passate sono diventati poi autori di successo (Silvia Celani e Ilaria Tuti, per esempio), e puoi ottenere svariati pareri sul tuo romanzo.

Contro
Avrai da leggere e commentare fino a 15 incipit e, se passi in finale, fino a 10 romanzi interi. Nelle intenzioni degli organizzatori i voti dovrebbero essere dati con criterio, competenza e onestà, ma non sempre accade. A volte i commenti non sono leali e, spiace dirlo, nemmeno competenti. 

E ora alcuni consigli per avere qualche probabilità in più. 

Consigli per Ioscrittore

Focus sulle prime pagine

L’incipit è importantissimo e deve agganciare il lettore da subito, perciò rendilo potente e accattivante. Parlo di come costruire un incipit efficace in questo post.
Non lasciare nulla al caso.
Rileggilo più volte, lascia sedimentare e rileggilo ancora. Fa’ sì che abbia una continuità interna e uno sviluppo completo: sarai sempre in tempo per modificarlo una volta passata la prima fase, ma adesso chi lo legge deve esserne assorbito. Deve affezionarsi ai tuoi personaggi. Lascia che, finita la lettura, provi un piccolo senso di vuoto.

Correzione di bozze

Fai attenzione ai refusi, alla grammatica e rispetta le norme redazionali (virgolette corrette, attenzione agli spazi prima degli apostrofi ecc.). Un testo pieno di errori dà al lettore un immediato senso di amatoriale, e tu non vuoi che questo succeda. Vero?

Falla facile

Non proporre testi troppo complicati. Semplici, chiari, leggeri, meglio se ironici – l’ironia funziona sempre in questi concorsi – e non troppo lunghi. Sì, c’è un massimo di battute ma non è il concorso adatto a presentare tomoni alla Infinite Jest. A conferma di questo, fino all’anno scorso la lunghezza massima consentita era 800mila caratteri; in questa edizione è scesa a 600mila.

Graficamente parlando

Segui fedelmente le norme grafiche del concorso. È possibile scaricare un file di esempio (qui) che mostra come impaginare l’opera. Attieniti quanto più riesci a questo esempio.

Per concludere

Tieni presente che il testo sarà letto da persone che come te dovranno leggere e commentarne altri nove, persone che come te stanno partecipando a un concorso e non hanno nessun vantaggio a farti emergere. Anzi.
Come dici? Puoi fare la stessa cosa anche tu? Abbassare i voti degli altri per avere più possibilità di vincere?
Certo, potresti. Ma capiamoci: su cinquemila concorrenti ne vince uno, gli altri vincono solo la possibilità di avere dei giudizi sul proprio testo per poterlo migliorare. Non è il caso di essere onesti, leggere fino in fondo le opere altrui e valutarle con correttezza, rispetto e competenza?

Va detto che per invogliare a letture e giudizi più accurati GeMS assegnerà anche il premio Miglior lettore; i primi dieci classificati vinceranno un e-reader e un buono per l’acquisto di libri e il primo

Per concludere, consiglio questo post in cui l’autrice Samanta Sitta (confermata e premiata anche nel 2022 come migliore lettrice a Ioscrittore) racconta della sua prima esperienza con il concorso, nel 2019. Interessante e spassoso.

Spero di averti chiarito alcuni dubbi, ma se dovessi averne altri sai come contattarmi. Buona fortuna per la tua partecipazione al torneo!

Editing non è correzione di bozze: quali sono le differenze e cosa serve al tuo manoscritto

Perché non sono la stessa cosa e perché saperlo ti fa risparmiare tempo (e frustrazione)

Mi capita a volte di ricevere messaggi come: “Ho scritto un manoscritto e sono alla ricerca di un aiuto per la correzione di bozze…”, ma questa richiesta evidenzia un problema di fondo, una confusione su cosa sia di fatto una correzione di bozze e quali siano le differenze con l’editing di un manoscritto.

Un equivoco molto comune

Io, ad esempio, sono un editor, non un correttore di bozze; sono due mestieri diversi che intervengono in due momenti diversi della vita di un testo. C’è, sì, tra i miei servizi la correzione di bozze, ma non è il lavoro primario che svolgo su un testo. Chi lavora con me all’editing del suo testo, se interessato potrà alla fine chiedermi la correzione di bozze, ma non è per quello che mi contatta.
Vorrei quindi chiarire questo punto, e spiegare una volta per tutte che differenza c’è tra editing e correzione di bozze.

Cos’è (davvero) la correzione di bozze

Nel testo finale, quasi pronto per la pubblicazione, il correttore di bozze va a caccia di eventuali refusi, verifica la correttezza ortografica, uniforma il testo in ordine alle norme editoriali (virgolette, apostrofi ecc.). Non si incarica di interventi sullo stile, sulla struttura del testo o sull’andamento della scrittura, che rientrano nell’ambito dell’editing.

Cos’è l’editing di un manoscritto

L’editing di un manoscritto è un intervento strutturale (più o meno profondo) sulla costruzione stessa del romanzo. E quando serve l’editing? All’inizio, dopo la prima o (meglio) la seconda stesura, quando cioè l’autore è certo di aver finito il lavoro. È allora che l’editor può intervenire sulla coerenza narrativa, sul registro, sullo stile, sul lessico, sulle ripetizioni, sulle ridondanze, sull’eccesso di figure retoriche, di luoghi comuni, sull’ordine dei capitoli, sul ritmo, sul movimento, sull’efficacia della trama, dell’intreccio e dei personaggi, e della comunicazione stessa, sulla sua credibilità, sul rispetto del patto con il lettore…

Il ruolo dell’editor: un lavoro di relazione e visione

L’editor dialoga con l’autore, si confronta, propone tagli (Dio, se ne propone!), deve stabilire una relazione empatica con chi ha scritto il testo, entrare nella sua mente, pensare come lui/lei, capire quello che voleva dire. È un partner creativo il cui scopo è far emergere il pieno potenziale del manoscritto.

La correzione di bozze arriva solo alla fine, ultimo controllo prima della stampa.

Capire di cosa ha bisogno il tuo manoscritto

Capire da solo di cosa ha bisogno il tuo manoscritto è fondamentale, perché ti aiuta a trovare la persona giusta. Ma se hai ancora dubbi puoi scrivermi.

Come scrivere un memoir letterario: dalla memoria alla forma

Diversi autori contemporanei hanno saputo trasformare le proprie esperienze personali in racconti universali, dimostrando che quando la memoria trova la forma giusta, può diventare letteratura che parla a tutti. Da Jonathan Bazzi a Paolo Cognetti, da Emanuele Trevi a Oriana Fallaci, al più recente Andrea Bajani, vincitore del Premio Strega 2025 con il suo L’anniversario, i successi non mancano. La letteratura del sé è diventata un genere centrale, amato e rispettato, ma nasconde, per chi scrive, insidie che altri generi letterari non conoscono. Il coinvolgimento emotivo può diventare un ostacolo, la tentazione della cronaca può soffocare la narrazione, il peso del vissuto può impedire la necessaria distanza artistica.

Memoir, autobiografia, autofiction: di cosa stiamo parlando?

Prima di entrare nel vivo del discorso, nei meccanismi veri e propri della scrittura, dobbiamo fare chiarezza circa la distinzione spesso confusa tra memoir, autobiografia e autofiction. Iniziamo dall’autobiografia. L’autore scrive il racconto della propria vita attraversandone le tappe fondamentali. Tutto dovrebbe rispondere alla realtà, i nomi, i fatti… L’autore firma con il proprio nome e… si prende la responsabilità di quello che scrive. Il patto con chi legge è chiaro: questa è la mia vita, ogni cosa è accaduta davvero.   Se l’autobiografia ripercorre fase per fase la vita dell’autore, con il termine memoir (dal francese mémoire) intendiamo un testo che si focalizza su un tema circoscritto: un periodo particolare, un tema dominante, un’esperienza, il ricordo di una persona. O di un viaggio, un’amicizia, un fallimento, un lutto. Nel memoir c’è una domanda sottostante che muove l’intero apparato narrativo.   E poi c’è l’autofiction (mi raccomando, nei salotti eruditi la pronuncia è autofictiòn, dal francese, non dall’inglese!). Qui esploriamo un territorio più ambiguo, fumoso. A cavallo tra la realtà nuda e cruda e la magia dell’immaginario. L’autore si espone con il proprio nome e racconta fatti della propria vita, ma lo fa concedendosi il lusso della libertà narrativa, in una commistione tra il racconto della realtà e l’invenzione letteraria: fiction, appunto. Un confine poroso è quello che separa queste due istanze. Uno spazio liminale.   Definiti i generi, è ora di chiedersi: “E il mio manoscritto? A quale appartiene?” È importante definirlo, perché questa scelta richiama molti altri fattori. Il tono della narrazione, la struttura, il patto col lettore.

Alcuni consigli pratici, che uso tutti i giorni con i miei autori

Ecco alcuni strumenti che possono aiutarti a trasformare la tua esperienza in un racconto più solido, leggibile e autentico. La domanda è ancora sospesa: Come raccontare la propria memoria senza incorrere nei tranelli che il genere porta con sé? Perché di rischi ce ne sono. Quando scriviamo di noi, il coinvolgimento emotivo è fortissimo, la tentazione di riversare tutto sulla pagina, come in un diario o in una confessione, è un impulso non facile da contenere. Ma la scrittura letteraria chiede altro: distanza, misura, capacità di trasformare un’esperienza intima in un racconto che possa parlare anche agli altri, senza gravare su di loro del proprio – personalissimo – carico emotivo. Come fare? Per prima cosa occorre trovare la giusta distanza.

Da dove si comincia? Trovare il nucleo della propria storia

Da dove comincio? Non è una domanda banale, chi ha provato a scrivere uno di questi generi ne è perfettamente consapevole. La vita, per dirla con Shakespeare, è una storia narrata da un idiota, piena di rumore e senza senso. La vita è vasta, sconclusionata, a volte è difficile da capire, da riordinare, e spesso non è chiaro il filo rosso che lega gli eventi e che dovrà emergere in fase di scrittura. Il nucleo, lo scheletro della narrazione, non è sempre definito. Si è tentati di raccontare tutto. Perché di quello non dovrei parlare? E di questo? Non posso mica eliminare il personaggio di zio Michele, gli voglio un gran bene!   Il punto di partenza non dev’essere per forza cronologico, non è necessario partire dalla tua nascita, o dalla tua infanzia, se ciò che vuoi raccontare appartiene a un periodo diverso della tua vita. Il punto di partenza è definito spesso, come in ogni romanzo di fiction, a partire da una domanda. La grande domanda. In questo caso, potrebbe essere una tensione irrisolta, una domanda che ancora muove dentro di te e ha l’urgenza di uscire alla luce per trovare una risposta. O magari è proprio la risposta quella che pensi valga la pena di condividere. Potresti domandarti “Cos’è che non riesco ancora a spiegarmi?” oppure: “Quando vedo cambiare l’espressione del mio interlocutore mentre parlo della mia vita, di che cosa sto parlando, davvero? Quale argomento sto affrontando?” Molto spesso è qui che si cela il nucleo della tua storia. Quello che percepisci rispetto alla tua storia e al racconto che ne fai, a come questo colpisce (o no) gli altri. Questo è il centro. Intorno al quale puoi pensare di iniziare a organizzare il resto.

La struttura: devo andare in ordine cronologico?

La risposta è chiara e solida: non necessariamente. Come in ogni testo narrativo puoi cominciare dalla fine, saltare avanti e indietro nel tempo, raccontare a frammenti, puoi utilizzare una narrazione frattale… Non esiste alcun obbligo. Ciò che ti dovrebbe guidare in questa fase è una logica guidata dal gusto. Non c’è una struttura unica e definita.   È naturale che l’ordine cronologico appaia in prima istanza il più logico, ma non è detto che sia anche il più efficace. Molti memoir iniziano in medias res, nel momento di massima tensione, esattamente come molti romanzi di fiction. Una scelta che afferra da subito il lettore, se vuoi un approccio più “aggressivo”.   Se invece preferisci calare il lettore nella vicenda potresti partire da una considerazione, da un ricordo specifico, in cui è celata la domanda focale. Ad esempio: Nella mia casa paterna, quand’ero ragazzina, a tavola, se io o i miei fratelli rovesciavamo il bicchiere sulla tovaglia, o lasciavamo cadere un coltello, la voce di mio padre tuonava: “Non fate malagrazie!” È l’incipit di Lessico Famigliare, di Natalia Ginzburg.   Potrebbe essere un racconto duale, che alterna due linee temporali – presente e passato, una struttura tematica, che dispone i capitoli in ordine alla funzionalità rispetto al tema, oppure puoi procedere per temi ricorrenti avanzando per analogia tematica. O, ancora, utilizzare frammenti di vita legati al cambiamento trasformativo del personaggio principale (tu), il tuo racconto può avere un andamento circolare, il ritorno all’origine con occhi diversi… Le possibilità sono potenzialmente infinite e al contempo non ne esiste una giusta, perfetta per questi generi. La cosa fondamentale è scegliere la più efficace per la tua storia, quella che aderisce al meglio alla sua natura, al modo in cui ne vuoi parlare, a quello che vuoi fare emergere.   Se ancora non sai quale scegliere, prova scrivere la scena che senti più urgente, che ritieni più importante, che ti brucia dentro perché vuole uscire. Sarà lei a indicarti dove si colloca e il modo in cui vuole essere raccontata. Ecco l’esempio di Jonathan Bazzi: Tre anni fa mi è venuta la febbre e non è più andata via. Inizia così il suo romanzo Febbre finalista al premio Strega 2020. Da lì pianta le fondamenta della narrazione e inizia a costruirla.

La giusta distanza

Ci permette di assumere un punto di vista che consenta di vedere la propria storia come materia letteraria, e non solo come materia personale. È lo spazio di elaborazione che permette alla memoria, ai ricordi e alle emozioni ad essi associati di trasformarsi in linguaggio letterario. Per meglio comprendere quanto affermato vediamo alcuni esempi, attingendo direttamente dalla letteratura. Uno dei principali autori della memoria letteraria è il monumentale Marcel Proust.   La chiamava “memoria involontaria”: non il ricordo ricostruito, ma quello che riaffiora attraverso immagini, sensazioni, sapori, suoni. È un modo di scrivere che non (sempre) racconta ciò che è successo in modo lineare, ma evoca, lascia che i dettagli parlino, fa emergere la vita senza spiegarla in maniera eccessiva. Attingendo dalla letteratura contemporanea italiana, possiamo ricordare ancora Emanuele Trevi. Nel suo Due vite, vincitore del Premio Strega 2021, non stila un necrologio degli amici scomparsi, ma sceglie momenti, frammenti, dettagli che restituiscono la loro presenza più di qualsiasi elenco di fatti; il risultato è un racconto autentico, perfettamente fruibile.   Oriana Fallaci nel suo romanzo Un uomo ha saputo trasformare la propria storia d’amore con il politico greco Alekos Panagulis in un racconto che trascende il memoir personale ed evita la mera cronaca sentimentale per farsi ritratto universale della lotta contro l’oppressione, dell’amore che diventa resistenza. La chiave che l’autrice ha trovato è stata ripercorrere quella storia senza romanticismi o indulgenze, trasformando l’esperienza personale in un documento che parla a tutti di coraggio, libertà e amore totale. In una parola, ha trovato la giusta distanza. La giusta distanza è proprio questo: la posizione ideale dalla quale selezionare, evocare, trovare il tono giusto e una chiave narrativa universale. Allontanare da sé il peso emotivo dell’evento per raccontarlo nel migliore dei modi, come un’opera letteraria e non come in una seduta psicanalitica.

Evoca, non spiegare

Chi si accosta al memoir spesso pensa di dover raccontare “la verità dei fatti”, ma la forza e l’efficacia della scrittura non sta nella cronaca, ma nella capacità di evocare.   Cosa vuol dire evocare?   Non serve sempre nominare direttamente un dolore, un trauma, una perdita. A volte è molto più potente farlo emergere attraverso un simbolo, un gesto, un dettaglio sensoriale. Il lettore ha bisogno di sentire. Anche se scriviamo “ho perso mio fratello in un incidente” il lettore capisce, certo. Ma se evochiamo il silenzio della sua stanza rimasta intatta e la luce della sua abat-jour che cade su un letto adesso vuoto, quel dolore diventa esperienza condivisa. Preferire, in sintesi, un linguaggio che non si limiti a raccontare i fatti, ma che evochi, suggerisca, lasci spazio all’immaginazione del lettore. È quello che Roland Barthes, nel suo celebre saggio S/Z del 1970, chiamava “codice simbolico”.

Il potere dei simboli 

Barthes aveva intuito che i testi più potenti sono quelli che creano risonanze nel lettore, e il codice simbolico funziona proprio così: invece di seguire la logica lineare diacronica e denotativa dei fatti narrati, apre il testo a significati più profondi, spesso inconsci. Funziona per associazioni libere, come i sogni. Una porta che si chiude può evocare una separazione, un tramonto la fine di un’epoca, il silenzio di una stanza il vuoto lasciato da chi non c’è più. Il lettore non riceve passivamente l’informazione: partecipa, riempie gli spazi, riconosce nelle immagini le sue esperienze.   Questo fa esplodere un testo di memoir, oltre la semplice cronaca personale. Quando riesci a trasformare la tua esperienza in simboli universali, la tua storia diventa anche quella di chi legge. La scrittura autobiografica vive di questa sottigliezza: dire senza dire, evocare più che spiegare.

Si può scrivere di persone reali? Etica e cautela nella scrittura autobiografica.

Scrivere di sé è scrivere (anche) degli altri. Genitori, figli, ex compagni, amici, colleghi e portinai… spesso del tutto ignari. Persone reali, con la loro dignità e con la loro versione dei fatti, che non sempre coincide con la nostra. Nel film Manhattan è mostrato ad esempio il conflitto tra Ike (Woody Allen) e l’ex-moglie Jill (Meryl Streep), dopo la pubblicazione del libro di lei sul loro fallimentare matrimonio. Spesso ci sono ripercussioni. Saltuariamente anche legali.   Quindi si può scrivere di persone reali? Anche qui la risposta sta nel mezzo. Partendo eticamente dal rispetto per le persone di cui si parla. Raccontare di qualcuno in modo critico o con dolore non significa per forza tradirlo; del resto la letteratura da sempre si nutre di personaggi mutuati dalla realtà anche se non definiti in tal senso (con nomi di fantasia e via dicendo). Alla base, appunto, dovrebbe esserci il buon senso e rispetto. Evitare di rendere il proprio romanzo uno strumento di sfogo o di vendetta personale può essere un buon punto di partenza. Oltre alla relazione, in quei casi, potrebbe perdersi anche la qualità del testo.   In alcuni casi si preferisce cambiare i nomi e dettagli fisici specifici, per preservare le persone e, in un certo senso, la libertà narrativa. Oltre a evitare cause legali. Ma moltissimi sono anche autori e autrici che non hanno avuto problemi a fare nomi e cognomi, anche parlando di personaggi pubblici. Per esempio in Lessico Familiare, Ginzburg parla tranquillamente di Cesare Pavese o Filippo Turati attribuendo al primo un sorriso maligno (Pavese lo ascoltava seduto in poltrona, sotto il lume, fumando la pipa, con un sorriso maligno: e di tutte le cose che Balbo gli diceva, lui diceva che già le sapeva da lunghissimo tempo) e al secondo una stazza da orso (e lo ricordo, grosso come un orso, con la grigia barba tagliata in tondo, nel nostro salotto).   In Italia dal punto di vista legale la situazione è piuttosto complessa in materia, dipende molto da dove e come si pubblicano i contenuti e i rischi sono di infrangere leggi (privacy, diffamazione, diritto all’oblio e alla riservatezza…). Se decidi di pubblicare un testo nel quale attribuisci fatti o caratteristiche lesivi a persone reali, ti consiglio di consultare un legale, prima. Soprattutto se le persone sono in vita e riconoscibili dal pubblico.

Scrivi senza censura, poi lavora per sottrazione

All’inizio lascia che tutto venga fuori, senza filtri. Ma poi chiediti: cosa serve davvero al lettore? Cosa invece è solo mio sfogo personale? Stephen King dice “scrivi la prima bozza con la porta chiusa e la seconda con la porta aperta”. Con questa metafora intende che nella prima stesura ci siete tu e il tuo testo, nessuno altro è ammesso. Questo ti consentirà di scrivere liberamente e liberare davvero tutto il carico che conservi, senza paura di giudizi o reazioni altrui. Lascialo poi sedimentare il giusto (anche dei mesi, perché no?), rileggilo armato di pazienza e… di ascia affilata!

Cerca il dettaglio evocativo

Una scena, un odore, un dialogo spezzato, un sottotesto spesso dicono più di mille spiegazioni. Cerca di tradurre le istanze più dolorose in oggetti simbolici, in metafore e trasferirle sul tuo testo. Se ci riuscirai, sentirai affiorare qualcosa di simile a una magia: il peso si trasferisce fuori da te e si traduce sulla pagina in un’immagine libera di quel peso.

Non avere fretta

La memoria ha bisogno di tempo. Non si può scrivere subito, serve lasciar decantare. Sedimentare. Quanto? Questo dipende da te, dal tuo coinvolgimento emotivo rispetto ai fatti che racconti, dalla distanza che nel tempo hai messo tra te e ciò che vuoi raccontare. Il momento giusto per scrivere non è quando il dolore è scomparso – spesso non accade mai – ma quando riesci a guardarlo senza esserne inghiottito. Quando diventa possibile trasformare quella ferita in parole, senza che le parole siano soltanto grido o sfogo. Allora la scrittura non è più un prolungamento della sofferenza, ma un modo per darle forma, per condividerla, per farla diventare esperienza che riguarda anche altri.   È un passaggio delicato e personale e riconoscerlo con sincerità, senza forzare i tempi, è il primo passo per arrivare a scriverne in maniera letteraria. Non aver paura, a volte occorrono anni. A volte non bastano. È una condizione assolutamente normale. Sana, umana.

Accetta la guida di uno sguardo esterno

Un editor, se ha sensibilità ed esperienza, diventa un alleato prezioso per trovare la forma giusta. Trovare quella benedetta giusta distanza da soli appare quasi utopico, non sai cosa tagliare, cosa lasciare, cosa mettere a fuoco, il caos offusca la capacità cognitiva. Considera di rivolgerti a un professionista che ti aiuti a guardare la tua storia con uno sguardo esterno; non giudicante, non freddo, ma capace di rispettare la tua verità intima e al contempo di aiutarti a trasformarla in racconto letterario. La sua sensibilità sarà fondamentale, perché occorre ascoltare, capire, intuire cosa non viene detto, cosa invece è di troppo. Serve tatto. Molti autori alle prime armi sottovalutano questo passaggio: credono che basti scrivere tutto e poi “sistemare la forma”. Ma nel memoir non funziona così. La forma è parte integrante del contenuto. Senza un lavoro di distillazione e cura, il rischio di restare prigionieri della cronaca caricandola delle proprie emozioni è molto alto. Il risultato? Qualcosa che può andare bene da far leggere ai tuoi cari, gli amici che hanno vissuto insieme a te quei fatti o che ti vogliono conoscere meglio. Ma, e l’abbiamo visto, per rendere universale il tuo percorso è necessario scrivere da scrittori. E un editor – purché dotato di grande capacità empatica – può aiutarti. Scrivere di sé è uno degli atti più coraggiosi che esistano. Non è semplice, non è indolore. Ma può diventare un atto terapeutico, di liberazione e di verità. La differenza la fa il modo in cui si sceglie di raccontare: non come confessione privata, ma come gesto di condivisione, come forma letteraria.

Terapia e gioia della condivisione

Ogni memoria custodita in silenzio è in una stanza chiusa, che ci consuma lentamente. Scriverla è spalancare la porta e scoprire che fuori c’è chi aspettava proprio quella luce, perché persino il dolore, quando trova le parole giuste, smette di essere soltanto nostro. Non è solo la tua storia: se la racconti con verità e misura può diventare specchio, conforto e rivelazione per chi legge. Vale la pena custodirla in silenzio, quando può essere dono condiviso? Ci sono esperienze che si scrivono da sole dentro di noi. Accadono, ci travolgono, ci lasciano addosso un segno che non si può cancellare. E, a distanza di tempo, ci ritroviamo con la sensazione che quelle esperienze non appartengano più solo a noi, quasi ci chiedessero di essere raccontate, di trovare forma sulla pagina. Ma scrivere di sé è un atto complesso, spesso disorientante, e non sempre immediato. In questo articolo esploriamo come scrivere la propria storia trasformando la memoria in racconto, evitando i tranelli emotivi e trovando una forma davvero letteraria. Per molto tempo, a chi pensava di scrivere la propria storia veniva ripetuto: “A chi vuoi che interessi? Della tua vita non frega niente a nessuno”. Eppure, negli ultimi anni, la tendenza ha invertito la rotta: il memoir, l’autofiction e l’autobiografia hanno conquistato sempre più spazio, lettori e riconoscimenti.

Le domande che mi fanno spesso (in breve)

Quante pagine deve avere un memoir?

Non c’è un numero preciso, rimanere sulle 250-300 cartelle editoriali è buon compromesso. L’importante è non aggiungere o ripetere concetti solo per scrivere di più. Meglio, come si dice, “breve ma intenso” che lungo e ripetitivo. La noia del lettore è sempre da evitare.

Qual è la differenza tra memoir e autobiografia?

L’autobiografia è la storia della tua vita, il memoir sono momenti, episodi narrati e guidati soprattutto dal piano emotivo.

Cos’è l’autofiction?

Un’autobiografia romanzata.

Posso pubblicare un memoir con un nome falso?

Certo, chi te lo impedisce. Ricordati però di cambiare anche i nomi a tutti gli altri personaggi!

Ho bisogno di un editor per scrivere un memoir?

Per scriverlo no. Per revisionarlo sì, come per tutto il resto dei testi letterari. Fai solo attenzione che abbia la sensibilità giusta per accordarsi al tuo sentire. Imprescindibile.

Una storia scritta al maschile: perché la letteratura italiana ha dimenticato le sue autrici

In quasi mille anni di storia letteraria, da San Francesco a Calvino, la produzione culturale italiana è stata raccontata – nei programmi scolastici – quasi esclusivamente al maschile. Lo confermano le autrici Sharon Hecker e Catherine Ramsey-Portolano in Female Cultural Production in Modern Italy (Palgrave, 2023), saggio-report di una ricerca da loro condotta sui piani di studio italiani: i testi universitari di letteratura esaminati non includono autrici donne.

Ma la letteratura è specchio di una società e racconta la vita di un popolo, di un Paese, di una cultura; è riflesso delle esperienze umane. Appare evidente come una letteratura priva del contributo femminile sia deficitaria e, alla luce di queste considerazioni, è legittimo chiedersi se non sia giunto il momento di revisionare i programmi scolastici. Per capire l’importanza di tale riforma è necessario esplorare come la storica esclusione delle autrici abbia influenzato la rappresentazione della cultura italiana.

Non si tratterebbe soltanto di una riforma scolastica, ma di un gesto capace di scardinare simbolicamente il regime patriarcale che ancora condiziona la società contemporanea. Paradossale che proprio dall’ambito accademico, luogo dell’intelletto e del pensiero critico, – ambiente dal quale sarebbe più che lecito aspettarsi un’apertura verso l’inclusività e la parità di genere – provenga questa chiusura.

Anche il canone letterario sembra adeguarsi al riflesso dell’atavica consuetudine del nostro Paese di porre l’individuo maschio al centro della società. Si consideri, ad esempio, ancora oggi la netta disparità tra generi nelle alte cariche delle aziende: i vertici aziendali del settore privato sono occupati solo per il 17% da donne (fonte Cnpr forum 11/2024); oppure si pensi al dibattito – sempre attuale e acceso – sull’abbandono dell’utilizzo del maschile sovraesteso, argomento che desta a tutt’oggi clamore e l’insofferenza di buona parte dell’opinione pubblica. Atteggiamento che non sorprende, se si considera che questa disparità affonda le sue radici in secoli di sistematiche dinamiche di esclusione femminile.

Del resto, uno dei motivi per cui le autrici donne sarebbero state escluse dai programmi scolastici è che le loro tracce storiche non sono arrivate a noi. Forse perché fino al secolo scorso, l’accessibilità all’istruzione per le donne era ancora prerogativa di poche elette (per lo più appartenenti a un elevato rango sociale), e di conseguenza ridotta era la possibilità di vedere pubblicata una loro opera. Eppure, fin dal Medioevo, l’Italia ha visto fiorire autrici di straordinario valore: Compiuta Donzella, ad esempio, prima poetessa in lingua volgare del XIII secolo, inserita nella raccolta poetica Vaticano latino 3793 (la stessa che conteneva componimenti di Dante, Guittone D’Arezzo, Giacomo da Lentini…), o Caterina da Siena, il cui Epistolario rappresenta un esempio importante di prosa medievale e nel 1500 fu pubblicato da Aldo Manuzio (lo stesso editore che, con la collaborazione di Pietro Bembo, diede alle stampe i classici da Petrarca e Dante). La questione dell’accessibilità all’istruzione è sicuramente centrale, ma non può essere l’unica spiegazione: il vero problema è stata la successiva cancellazione delle loro opere dal canone, secondo una precisa scelta culturale marginalizzante.

Privare intere generazioni di studenti della voce autoriale femminile significa impedire loro uno sguardo diverso da quello che ha guidato il Paese fino a ora. Significa rinunciare a una componente essenziale del nostro patrimonio culturale, condannando all’oblio testimonianze di inestimabile valore. Rimettere le autrici al centro non sarebbe solo un atto di giustizia letteraria, ma un modo per restituire alla cultura italiana la sua forma intera.

Hecker, Sharon, and Catherine Ramsey-Portolano. Female Cultural Production in Modern Italy : Literature, Art and Intellectual History. 1st ed. 2023. Cham: Springer International Publishing, 2023. Web.

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La rivista letteraria ProelioLab 7 è online

ProelioLab 7 è online. Nuovo numero, nuove storie, e ciò che siamo sempre stati: libertà, pace, indagine interiore.
In questo numero inauguriamo una nuova rubrica: Ronin, diari di viaggio. Il ronin è il samurai senza padrone. Vaga, cerca, combatte solo con se stesso. Naviga le civiltà. Il suo viaggio non è mai solo spostamento: è attenzione, postura errante, presenza nel mondo senza possesso. In questo numero, il naturalista e divulgatore scientifico Nicola Messina ci accompagna nel Golfo di Guinea.
Troverete anche tre racconti dall’Italia e uno da San Luis Potosí, Messico. Voci diverse, un’unica tensione: stare nel mondo, ascoltarlo, attraversarlo.

Potete scaricarlo gratuitamente qui.

Solo un gioco? Giochi di ruolo online, furti virtuali e il loro impatto sociale

Vi racconto una storia. Piuttosto semplice, fra le più antiche e ovvie. Un mio amico è stato attaccato e derubato di tutto. Ma in un videogioco. Albion Online, per l’esattezza. Stava portando le sue merci in città quando un altro giocatore l’ha attaccato. In un attimo si è visto portare via tutto: soldi, equipaggiamento, risorse accumulate faticosamente dopo ore di gioco. Il lavoro di giorni, svanito così.
“Ma è solo un gioco”, sento già dire.
Giusto. Per la maggior parte di noi lo è. Ma per qualcuno, persone in situazioni di particolare vulnerabilità, questi mondi virtuali possono rappresentare un’ancora di salvezza, e la perdita dei loro progressi può avere impatti ben più potenti di una semplice frustrazione.

Ha davvero senso un sistema di intrattenimento che espone i giocatori al rischio di perdere involontariamente, in un singolo incontro, i risultati di giorni di impegno?

Procediamo con ordine, e cerchiamo di capire meglio di cosa si tratta.

Si chiamano MMORPG (Massively Multiplayer Online Role-Playing Game), e sono mondi virtuali in cui giocatori da ogni parte del mondo si incontrano e interagiscono. Immaginate un’ambientazione medieval-fantasy e immensi spazi virtuali popolati da migliaia di persone reali connesse da ogni angolo del pianeta. Ognuna di loro si crea un proprio personaggio e inizia una sorta di vita parallela. E come nella realtà, le strade che può intraprendere sono le più disparate.

Alcuni scelgono di lavorare, dedicandosi alla raccolta di risorse naturali come legno, metallo e pietre preziosi, altri alla caccia, altri all’artigianato realizzando oggetti come armi, vestiti o attrezzi da lavoro, cibi e bevande e così via. Altri preferiscono il commercio, comprando e vendendo beni per guadagnare e comprare proprietà, isole, allevare cavalli, costruire dimore… Vivono la loro vita tranquilla, creano gruppi, intrecciano vere e sincere amicizie. Per gli amanti dell’avventura e del combattimento, invece, Albion Online offre la possibilità di esplorare zone ricche di pericoli, affrontare creature minacciose e misurarsi in duelli con altri giocatori. E infine sì, proprio come nel mondo reale, c’è anche chi sceglie una soluzione più comoda: depredare gli altri del frutto del loro duro lavoro.

L'immagine mostra una schermata di gioco di Abion Online, uno dei molti MMORPG.
Un’immagine del gioco Albion Online. Ogni personaggio è governato da una persona che può abitare in ogni parte del mondo.

È bene ricordare che in questi mondi virtuali gli oggetti e la valuta di gioco non sono solo semplici pixel, ma il risultato concreto del tempo e dell’impegno investiti dai giocatori. In Albion Online, ad esempio, il sistema economico permette di acquistare valuta virtuale con denaro reale, creando un collegamento diretto tra il tempo trascorso nel gioco e un valore monetario effettivo. Va da sé che perdere tutto a causa di un furto, anche se “è solo un gioco”, non è una semplice frustrazione, specie per chi vi ha investito molto tempo e risorse. Il furto di in questo tipo di giochi rappresenta, a tutti gli effetti, un danno economico concreto. Reale. Ciò solleva diversi interrogativi sulla natura di tali azioni criminose e sulla loro potenziale implicazione anche a livello legale.

In Albion Online non ci sono regole che proteggano completamente i giocatori. In alcune zone, infatti, l’incontro con un altro giocatore può trasformarsi in un’aggressione e nella perdita di tutto ciò che si porta con sé. Alcuni player sostengono che non ci sia da lamentarsi, che il gioco non sia altro che la copia di una società complessa, con le sue dinamiche economiche, i suoi conflitti e, purtroppo, anche la sua criminalità.

Va detto che il PvP (Player vs Player, giocatore contro giocatore) con perdita di oggetti ha una lunga tradizione nei giochi online, e parte del suo fascino risiede proprio nella tensione, nella paura di perdere qualcosa di importante. Ma se questa dinamica si traduce in una forma di sopraffazione sistematica – con gruppi organizzati che sfruttano la disparità di potere per colpire giocatori meno attrezzati – allora il rischio è di alienare una parte della community e trasformare il gioco in un’esperienza tossica per molti. Ci si potrebbe interrogare, a questo punto, sul perché qualcuno desideri investire il proprio tempo libero in attività che ricalcano le dinamiche stressanti e ansiogene da cui cerca rifugio, ma il punto è un altro. Se l’intenzione è davvero quella di replicare la complessità della società reale all’interno di un mondo virtuale, allora non sarebbe necessaria anche qui la presenza di un ordine costituito? Parliamo di istituzioni, regolamenti chiari, leggi da rispettare e forze dell’ordine che le facciano applicare. Nella realtà, rubare comporta un rischio concreto di subire conseguenze legali. Perché qui no?

Anche in Albion Online, potrebbe obiettare qualcuno, chi ruba rischia qualcosa: di incontrare qualcuno più forte di lui e perdere tutto a sua volta. Ma chi fa questo tipo di obiezione non tiene conto di un fattore importante già menzionato. Ossia che in questo tipo di giochi vige la disparità di potere/potenza/forza tra i giocatori. Alcuni individui o gruppi investono significativamente il loro tempo (e, come abbiamo visto, anche denaro reale) nel rinforzare i propri personaggi, sviluppando abilità superiori e acquisendo equipaggiamento di alto livello. Questo crea una marcata differenza di forza rispetto a giocatori che magari dedicano il loro tempo ad attività più pacifiche come la raccolta di risorse o l’artigianato – o semplicemente a costruire amicizie o amori, ma di questo parliamo tra poco.

Spesso, chi intende derubare altri personaggi seleziona accuratamente le proprie vittime, puntando a giocatori che appaiono meno equipaggiati o meno abili nel combattimento, minimizzando di fatto il rischio di subire a propria volta delle perdite. La selezione è facilitata da elementi visibili nel gioco: ad esempio, un giocatore che viaggia per raccogliere risorse è spesso riconoscibile per la presenza di un toro, una cavalcatura lenta ma utilizzata per trasportare grandi quantità di materiali. Questa visibilità rende i raccoglitori un bersaglio particolarmente vulnerabile e attraente per chi mira a ottenere un bottino facile e, appunto, senza rischi. La mancanza di un sistema di giustizia virtuale efficace e la significativa disparità di potere rendono il ‘rischio’ per chi ruba un elemento relativo e sempre calcolato a proprio vantaggio.

Ma spingiamoci oltre la mera questione economica.

Abbiamo accennato all’inizio a una realtà spesso ignorata o liquidata con superficialità, ossia che per alcune persone, questi mondi virtuali rappresentano una parte importante, se non la totalità, della loro vita sociale e delle loro interazioni. Sento già chi denigra: ‘sfigati’. Ma prima di lasciarsi andare a giudizi affrettati, è meglio fermarsi a considerare prospettive diverse.

Su Netlix è disponibile un documentario norvegese che si chiama La vita straordinaria di Ibelin. È un docu-film che racconta la storia di Mats Steen, un giovane giocatore di World of Warcraft (altro famosissimo e partecipatissimo MMORPG) affetto da distrofia muscolare, per il quale il mondo virtuale non era solo un passatempo, ma un vero e proprio spazio di vita, di relazioni e di avventura; Ibelin era il nome del personaggio che usava nel gioco. I suoi genitori, dopo la morte del figlio a soli 25 anni, scoprirono esplorandolo che grazie a quel gioco, a quello spazio di connessione virtuale, Matt aveva intrecciato profonde e genuine amicizie, lasciando un segno indelebile nella vita di molti. In un mondo virtuale. Il solo in cui avesse trovato il modo per costruire rapporti. Un amore. O per abbracciare la propria madre, prima di morire.

Esistono persone che a causa di gravi disabilità fisiche si trovano confinate in un letto o su una sedia a rotelle senza possibilità di interagire con il mondo esterno. Per loro, questo tipo di giochi può rappresentare una finestra sul mondo, un luogo dove poter muoversi, interagire con altri, stringere amicizie significative, sentirsi parte di una comunità, raggiungere obiettivi e ottenere un riconoscimento che la loro condizione fisica spesso nega loro nella vita reale.

Pesiamola adesso, in questo contesto, da questa prospettiva l’esperienza di essere derubati e privati dei propri oggetti cari, per i quali si è investito ore di vita. È ancora “solo un gioco”? O in certi casi un furto può assumere una valenza ben più profonda della semplice perdita economica o del tempo speso? Vedere vanificati sforzi immensi può aggravare la sensazione di impotenza di fronte a un’ingiustizia già vissuta nella realtà, amplificata in un ambiente che dovrebbe rappresentare un’importante sfera sociale e una possibilità di realizzazione personale. Di rivalsa. Di salvezza.

Ritorniamo allora alla domanda iniziale. Ha davvero senso un tipo di gioco di questo tipo?

Ne abbiamo parlato con due esperti di giochi di ruolo, online e offline.

ZOLTAR, divulgatore di Dungeon&Dragons, playtester ufficiale

“Faccio parte della generazione che ha giocato a Ultima Online del 1997, uno tra i primi MMORPG mondiali. Era un vero e proprio far west, dove non esistevano nemmeno precedenti che la software house potesse applicare prima dell’uscita del gioco. Tutto veniva corretto quando esplodeva il problema sia bug sia comportamenti nocivi (PvP).

Il mio unico consiglio è quello di accettare che si faccia parte di un gioco più ampio, non è il classico gioco in cui si deve arrivare alla fine da soli.

Replicare quello che ha fatto l’uomo nella sua evoluzione: essere parte di una comunità più grande, allearsi, difendersi reciprocamente, costituire delle regole di gruppo. L’uomo l’ha fatto prima proteggendosi nelle grotte, poi sono arrivati i villaggi, le palizzate, i castelli, istituendo leggi e corpi di guardia. Come si suol dire: “Uniti resistiamo, divisi cadiamo”.


FBS, graphic&game designer

La risposta alla domanda non è facile dato che il problema evidenziato è in realtà una commistione. Dovessi dare una risposta secca direi: “SÌ, ha senso questo tipo di gioco”, ma è la genesi dell’opinione la cosa interessante. E tanto per chiarire: ci sono passato anche io e nel tempo ho digerito e razionalizzato il tutto in un modo inaspettato.

Diciamo fin da subito che nel nostro caso la colpa ce l’ha il giocatore derubato: doveva informarsi sul tipo di gioco che stava per iniziare, dato che il vanto di Albion, ma anche di altri titoli come Darkfall, Day Z, Eve Online ed Elite Dangerous, è dare al giocatore la libertà totale con minime conseguenze. Chi si lamenta sta solo battendo i piedi per terra come un bambino! È come iniziare il Destruction Derby lagnandosi degli incidenti! O giocare a Doom denunciando che un mostro ci ha ucciso… Non è che stesse giocando a Fifa e dal niente fosse arrivato qualcuno col Bazooka! I furti, lo scamming e il ganking sono il gioco nel caso dei titoli sopracitati, e i partecipanti provano piacere nel sapere che si stanno giocando decine di ore investite che possono sfumare in un attimo. Adrenaline Rush!
Poi è ovvio che non sia una sensazione per tutti e proprio per questo chi non è disposto ad andare all-in dovrebbe starci lontano o dedicarsi a titoli player-friendly come World of Warcraft, in cui il PvP (Player vs Player) è limitato a certe aree o missioni, e il giocatore può far crescere il suo Avatar in relativa tranquillità.
Se poi si vuole tagliare la testa al toro, ci sono molti titoli che hanno solo il PvE (Player vs Enemies) o comunità che, per il medesimo gioco PvP, organizzano server con regole specifiche o leggi più restrittive! L’ordine potrebbe venir fatto rispettare dai moderatori a suon di Ban (quando dal gioco si espelle un giocatore per tot tempo), da taglie o altri meccanismi integrati nell’esperienza. Basta cercare!

C’è però un lato oscuro in tutto ciò che si è detto: quando i produttori (senza scrupoli) decidono d’inserire sistemi per guadagnare soldi extra dai giocatori. Nel momento in cui si dà la possibilità di acquistare/cedere oggetti per soldi veri si crea un mercato, e quando il gioco diventa virale quel mercato può trasformarsi in una fonte di reddito per personaggi senza morale che, soprattutto in paesi poveri, creano vere e proprie farm e sistemi di scam a loro vantaggio. Poco importa che si tratti di vezzi estetici (abiti e skin), interi personaggi (Gacha?), armi per vincere facile (Pay to Win?) o livelli extra, quando si crea un mercato arrivano le mosche!
Si può fare poco o niente per cambiare la natura dell’uomo e il fatto che ormai i videogiochi siano stati sdoganati come intrattenimento per tutti, crea un effetto frattale della nostra società! Si ripete, cioè, nella medesima forma ma su scala diversa e fino a quando le autorità non prenderanno seriamente certi problemi nel gaming, il miglior sistema per sopravvivere continuerà ad essere l’informazione e il sale in zucca.

Strano gioco. L’unica mossa vincente è non giocare!” (Wargames)


Tornando al mio amico, fortunatamente per lui il gioco rappresentava solo un’oretta al giorno di distensione dai problemi della vita. Dopo il fatto mi ha chiesto:
“Ti è mai capitato di sentire quella morsa allo stomaco, quella sensazione di ingiustizia profonda quando qualcosa che ti appartiene, qualcosa per cui hai faticato, ti viene brutalmente portato via? Non parlo solo del furto fisico, ma di una violazione che lascia dentro uno strappo. Una brutalità, una violenza”.

Gli ho detto di sì. Un profondo senso di impotenza.

“Ecco, prova a immaginare quella sensazione amplificata, concentrata in un singolo istante. Un momento prima hai tutto ciò che hai costruito con impegno, forse per giorni interi, e di cui ti senti fiero. L’attimo dopo, il vuoto. Tutto sparito, portato via da qualcun altro. E tutto questo succede… in un videogioco! E allora capisci che non è più un’esperienza virtuale rilassante.”

Ha preso una decisione netta e immediata: ha disinstallato Albion Online. Forse cercava un’esperienza diversa, un luogo non governato dal caos, dove il tempo e l’impegno dedicati non potessero essere vanificati con tanta facilità a favore della prepotenza di qualcun altro. E alla fine, ha trovato un diverso titolo. Un gioco che, a suo dire, aveva capito l’importanza di un ambiente virtuale più equo e protettivo, per tutti i suoi giocatori.

Il consiglio di un personaggio di un altro MMORPG mostra come un altro tipo di attitudine sia possibile.
Sì. In generale cerca di essere gentile con gli altri. Ricorda che gli avventurieri come te sono persone vere con sentimenti veri. Se ti comporti in modo molesto o se crei problemi, potresti finire nei guai”. | Altri MMORPG fantasy, come RuneScape (da cui è tratto lo screenshot), si basano decisamente su altri paradigmi. Ecco infatti i consigli di uno dei personaggi che abitano questo mondo. Nel gioco si incontra anche una famiglia di Yeti che ha adottato una bambina umana, a proposito di inclusività; ma questo è un altro topos. Ma lo è davvero?

Le domande che ci siamo sin qui posti aprono un dibattito importante sul design dei mondi virtuali e sul tipo di esperienza che si desidera offrire. Da un lato, la libertà totale e le conseguenze reali delle azioni, come il furto e la perdita totale, possono creare un senso di immersione e di importanza delle proprie scelte. Dall’altro lato, questa stessa libertà può portare a dinamiche frustranti e ingiuste (e costituzionalmente illegali), soprattutto per chi non è interessato alla competizione aggressiva o non ha le risorse (tempo o denaro) per competere con giocatori più potenti. Limitare il PvP al consenso o mitigare le perdite potrebbe rendere l’esperienza di gioco più accessibile e meno stressante per una fetta più ampia di pubblico, promuovendo un ambiente più cooperativo e meno ostile, anche se questo andrebbe inevitabilmente a modificare la natura stessa di Albion Online, privandolo di quell’elemento di rischio e di imprevedibilità che per alcuni rappresenta il suo tratto distintivo.

La risposta alla grande domanda, quindi, non è univoca e dipende dalla visione che si ha del gioco e dal tipo di comunità che si intende costruire.

Per quanto mi riguarda, come il mio amico, preferisco un mondo più equo, protettivo e inclusivo. Un ecosistema che veda designer di giochi elettronici anteporre la domanda etica a quella economica nella produzione di un gioco destinato a coinvolgere la vita di centinaia di migliaia di persone. Sono istanze a loro modo culturali e sociali, che devono tassativamente conservare un punto di vista etico solido. Il senso della giustizia, ad esempio, di guadagnarsi le cose lealmente, di tolleranza, di solidarietà, di inclusione sociale dev’essere premiato. E dev’essere favorita la fruizione e il godimento di un gioco, di un passatempo, che può contribuire a forgiare positivamente il modo di pensare e di agire di intere generazioni di futuri adulti. Di future classi dirigenti.

Mondi virtuali che hanno in potenza la possibilità di cambiare il mondo. Quello vero.

Francesco Montonati

Libri che non vincono premi: cosa possiamo imparare da loro   

Quante volte abbiamo sentito parlare di Strega, Campiello, IoScrittore e chi più ne ha più ne metta. I premi letterari catturano l’attenzione dei media, riempiono le vetrine delle librerie e guidano spesso le nostre scelte di lettura. Ma cosa succede a tutti quei libri – la stragrande maggioranza – che non hanno mai vinto e forse mai vinceranno? Sono davvero poco meritevoli o hanno qualcosa da insegnarci che va oltre i riconoscimenti ufficiali? Spoiler: la seconda.

I premi non sono l’unica misura del valore letterario

Appare piuttosto evidente. La storia della letteratura è piena di esempi illuminanti in questo senso: Franz Kafka non ha mai ricevuto un premio importante durante la sua vita, eppure è considerato uno dei più grandi scrittori del ventesimo secolo. Il Grande Gatsby di F. Scott Fitzgerald, ora considerato un capolavoro della letteratura americana, ha ricevuto recensioni tiepide alla sua pubblicazione e venduto meno di 20mila copie prima della morte dell’autore – certo, viene da dire, ci metterei la firma; ma non è questo il punto.

Questi esempi (e sono innumerevoli i casi analoghi) ci ricordano che il valore di un libro non può essere misurato solo dai riconoscimenti ricevuti. Nessun premio può quantificare il valore della connessione che un libro è in grado di stabilire con i propri lettori, nessuna giuria sarà così oggettiva da giudicare senza preconcetti o che i gusti personali ne influenzino il giudizio. È umano.

Se fai mente locale, sono molti i libri che hai amato, che magari non hanno passato la selezione di una giuria. Va considerato anche che i meccanismi interni dei concorsi non sono sempre tra i più trasparenti. In alcuni di questi, grandi gruppi, interessi, lobby, si scontrano dietro le quinte, e il libro che vediamo levare al cielo dall’autore di turno accompagnato da un sonoro brindisi molte volte è il frutto di giochi diplomatici. Non il migliore.

Ma se i premi non sono l’unica misura del valore letterario, allora cosa rende davvero un libro speciale?

Ogni libro ha il suo pubblico

Non tutti i libri nascono per conquistare giurie di critici prestigiosi. Alcuni sono scritti per parlare direttamente al cuore del lettore, per rispondere a domande che bruciano nell’anima, o più semplicemente per intrattenere e far sognare.

Generi come il romance, il fantasy, o la narrativa di genere raramente trovano spazio nelle cerimonie dei grandi premi, eppure continuano a vendere migliaia di copie e a creare comunità appassionate di lettori fedeli. Opere che non cercano l’approvazione dell’establishment letterario, ma costruiscono ponti invisibili tra persone che condividono le stesse passioni.

Per esperienza ti dico che un buon editor sa riconoscere il valore di queste opere e lavora per affinare il manoscritto, per renderlo al meglio delle sue possibilità, non per compiacere i gusti di una giuria, ma per raggiungere con più efficacia il pubblico cui è destinato. Del resto, non esistono libri per tutti, ma forse libri perfetti per qualcuno.

La bellezza dell’autenticità

C’è qualcosa di profondamente toccante nei libri che non inseguono la perfezione formale, ma si concentrano sul raccontare storie autentiche con una voce unica e personale. E ahimè sono sempre più rari i casi in cui un autore scriva per dare autentica voce a istinti primordiali che lo muovono, invece che limitarsi a seguire il trend stilistico del momento. Per questo si leggono tanti libri senza una vera voce autoriale, tante storie in cui è l’autore che muove i personaggi in giro per una trama scalettata e stringente, dotata di tutti i punti drammaturgici predeterminati, ma senza anima. Senza guizzi. E sono tanti. Ma per fortuna non tutti.

Si pensi ad autori e autrici come Elena Ferrante, che prima di diventare un fenomeno globale ha conquistato i lettori con la sua rappresentazione cruda e sincera dell’amicizia femminile e che, candidata per ben due volte al Premio Strega, non l’ha mai vinto. O a scrittori come Charles Bukowski, la cui prosa grezza e imperfetta è diventata il suo marchio di fabbrica, legame diretto con generazioni di lettori che si sono riconosciuti e si riconoscono nella sua autenticità, e di premi neanche a parlarne. O, ancora, parlando nel dettaglio di opere, il libro Mandíbula della talentuosa scrittrice equadoriana Mónica Ojeda, finalista ai prestigiosi National Book Awards 2022 nella categoria di letteratura tradotta. Indovina? No, non ha vinto. Ed è lecito chiedersi come mai.

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I premi sono una fotografia di un momento storico

Il critico letterario Francesco De Sanctis insegnava che ogni opera non può essere analizzata in astratto, ma va contestualizzata, compresa all’interno del suo contesto storico-culturale; così anche le giurie dei premi letterari operano con lo stesso principio, lasciandosi influenzare dallo spirito del loro tempo. Con una differenza sostanziale, però. Mentre De Sanctis usava la prospettiva storica per arricchire la comprensione dei testi, le giurie spesso la trasformano in un filtro che premia principalmente ciò che rispecchia le preoccupazioni e i gusti, i valori estetici del momento, generando così un paradossale effetto limitante.

Questa tendenza a favorire opere in sintonia con l’attualità finisce per lasciare ai margini tutti quegli autori che osano sperimentare, che anticipano sensibilità future o che recuperano stili dimenticati. Autori che, ironia della sorte, sono proprio quegli scrittori “fuori/senza tempo” che – la storia della letteratura ce lo dimostra – potrebbero creare opere immortali, proprio perché il loro valore potrà essere pienamente apprezzato solo in un contesto storico-culturale che ancora deve venire. Si pensi a Dino Campana, con la sua raccolta Canti Orfici, ignorata mentre era in vita, e oggi considerata un capolavoro della poesia italiana del Novecento.

Ma cosa rende un libro “immortale”? Cosa fa sì che un’opera continui a parlare ai lettori attraverso decenni o secoli?

Intendiamoci, non stiamo sostenendo che il bel Paese sia pieno di talenti incompresi e che la Penisola pulluli di Pirandelli e Pavesi ancora da scoprire. Siamo solo a ricordare che è nella capacità di toccare qualcosa di universale, di scavare nelle profondità dell’esperienza umana che risiede il segreto della longevità letteraria. Testi che, pur nascendo in un contesto preciso, riescono a trascenderlo, parlando di emozioni, conflitti e domande ancestrali, istintuali, fondamentali che accompagnano l’umanità in ogni epoca. Pensiamo a Shakespeare, con le sue tragedie ancor oggi tassativamente inserite nei palinsesti teatrali, che dal 1600 a oggi trovano una connotazione fortissima in ogni epoca in cui sono lette o messe in scena. Forse è proprio questa la differenza: mentre i premi fotografano la funzionalità di un testo in un determinato momento, i classici immortali catturano ciò che rimane immutato nel costante fluire del tempo. Esistono ancora editori o riviste letterarie (come la nostra ProelioLab) che sanno riconoscere questi semi di eternità in un manoscritto acerbo, e editor professionisti in grado di aiutare l’autore a coltivarli fino a farli fiorire. Più raro, invece, che accada in una giuria di premio letterario.

Il vero premio è creare una connessione con il lettore

È vero, non potrai addobbare il tuo salotto con una coppa, una targa o una bottiglia di liquori. Ma il premio non è sempre qualcosa di fisico. Ho lavorato, una volta, con una scrittrice di 92 anni, ex giornalista Rai che aveva fatto della scrittura la sua vita, ma non si era mai cimentata in un romanzo. Era titubante sul futuro e sull’accoglienza da parte dei lettori. Addirittura sul completarlo o meno. Abbiamo lavorato sodo all’editing e dopo aver pubblicato il romanzo, l’autrice ha ricevuto una lettera da una lettrice. La lettera diceva: “Il tuo libro mi ha fatto sentire meno sola”. Non c’è premio al mondo che possa eguagliare il valore di queste parole, mi ha detto l’autrice. E ne sono convinto anch’io.

Perché, alla fine, è questo il motivo per cui scriviamo e leggiamo: per condividere esperienze, per espandere i nostri orizzonti, per sentirci meno soli nel nostro viaggio attraverso la vita. Un libro che riesce a creare questo tipo di connessione ha già vinto il premio più importante che esista. Anche se solo una persona grazie al nostro libro riesce a chiudere gli occhi e a vivere un’esperienza altra dalla sua routine è già un immenso regalo che facciamo come autori, e che ci facciamo come persone. Troppo spesso non ci soffermiamo a pensarci inglobati in una logica di vendite, di premi, di riconoscimenti, di apparizioni televisive. Ma scrivere non è questo. Scrivere è non pensare ad altro che a tirare fuori quello che ci brucia dentro.

Pensa al libro che ti ha influenzato di più nella vita. Quello che ti ha fatto piangere, ridere, o che ti ha fatto vedere il mondo con occhi nuovi. Certamente ciò che lo rende speciale non è un bollino dorato sulla copertina, ma quanto profondamente è risuonato con la tua esperienza personale.

E visto che lo abbiamo citato, ricordiamo anche le sue parole.

Charles Bukowski – E così vorresti fare lo scrittore?               

E cosi vorresti fare lo scrittore?
Se non ti esplode dentro
a dispetto di tutto,
non farlo.
A meno che non ti venga dritto dal
cuore e dalla mente e dalla bocca
e dalle viscere,
non farlo.
Se devi startene seduto per ore
a fissare lo schermo del computer
o curvo sulla
macchina da scrivere
alla ricerca delle parole,
non farlo.
Se lo fai per soldi o per
fama,
non farlo.
Se lo fai perché vuoi
delle donne nel letto,
non farlo.
Se devi startene lì a
scrivere e riscrivere,
non farlo.
Se è già una fatica il solo pensiero di farlo,
non farlo.
Se stai cercando di scrivere come qualcun altro,
lascia perdere.
Se devi aspettare che ti esca come un ruggito,
allora aspetta pazientemente.
Se non ti esce mai come un ruggito,
fai qualcos’altro.
Se prima devi leggerlo a tua moglie
o alla tua ragazza o al tuo ragazzo
o ai tuoi genitori o comunque a qualcuno,
non sei pronto.
Non essere come tanti scrittori,
non essere come tutte quelle migliaia di
persone che si definiscono scrittori,
non essere monotono e noioso e
pretenzioso, non farti consumare dall’auto-compiacimento.
Le biblioteche del mondo hanno
sbadigliato fino ad addormentarsi
per tipi come te.
Non aggiungerti a loro,
non farlo.
A meno che non ti esca
dall’anima come un razzo,
a meno che lo star fermo
non ti porti alla follia o
al suicidio o all’omicidio,
non farlo.
A meno che il sole dentro di te stia
bruciandoti le viscere,
non farlo.
Quando sarà veramente il momento,
e se sei predestinato,
si farà da sé
e continuerà
finché tu morirai o morirà in te.
Non c’è altro modo.
E non c’è mai stato.

Una riflessione finale

Se sei uno scrittore o una scrittrice con un testo in lavorazione, ricorda che non scrivi per vincere premi, ma per connetterti con i lettori. Per condividere la tua voce unica, la tua storia, la tua visione del mondo. Questo è ciò che conta davvero. Non cercare di imitare lo stile che pensi possa farti vincere premi, o peggio, farti vendere più copie. Sii coraggioso, fiero e fedele alla tua visione, alle tue esperienze, alla tua verità. È questa autenticità che può davvero creare una connessione intima con chi ti leggerà.

E se hai bisogno di una guida nel tuo percorso per dare forma a questa connessione, per affinare la tua voce senza snaturarla, ricorda che un editor non è solo qualcuno che corregge errori grammaticali. È un primo lettore, un alleato, qualcuno che crede nel potere delle tue parole e vuole aiutarti a farle brillare della luce più autentica possibile.

23. La funzione ‘Revisione’ di Word: strumento fondamentale per autrici e autori

Voglio condividere con voi un utile video tutorial sulla funzione “Revisione” di Word.

La funzione di Word “Revisione” è lo strumento che l’editor utilizza, nell’attuale era digitale, per trasmettervi le sue segnalazioni, annotare il testo e tenere traccia delle modifiche apportate, permettendovi di esaminarle e decidere se accettarle o meno.
Diventa perciò fondamentale per un autore o un’autrice che voglia lavorare efficacemente all’editing del proprio testo, conoscerlo e saperlo utilizzare al meglio.

Questo è un breve video in cui una simpatica voce artificiale, tanto per rimanere in tema di progresso tecnologico, vi guiderà passo dopo passo nell’utilizzo dello strumento.

L’ho redatto io, perciò se avete domande non esitate a chiedermi, sarò felice di poter essere utile.

Vi invito a guardare il video e a lasciare un commento con le vostre impressioni o domande; sarò felice di rispondervi e aiutarvi nel vostro percorso di scrittura.

“La Vegetariana” di Han Kang: metamorfosi nel prisma della modernità sociale

Nel panorama della letteratura contemporanea, “La Vegetariana”, dell’autrice sudcoreana Han Kang (Adelphi), spicca come un’opera di singolare potenza allegorica, che attraverso un’architettura tripartita esplora le profondità dell’alienazione umana nella società moderna. Al centro della narrazione, la figura di Yeong-hye, una donna il cui rifiuto categorico di consumare carne si tramuta in un atto di sovversione esistenziale che trascende la mera scelta alimentare. La sua famiglia legge il suo gesto come un atto di ribellione e la ostracizza, abbandonandola a un solitario percorso di trasformazione personale.

La struttura del romanzo, articolata in tre movimenti, ciascuno narrato attraverso una diversa prospettiva, costituisce un raffinato dispositivo narrativo che illumina la progressiva metamorfosi della donna, senza mai realmente individuarla (se non forse nel titolo) come vera protagonista. La sua voce rimane infatti costantemente mediata. La osserviamo ad esempio nel primo capitolo attraverso lo sguardo stralunato del marito, emblematico modello di inadeguatezza borghese, che osserva e racconta gli strani comportamenti della consorte. Gli altri due capitoli sono narrati invece da un narratore esterno; prima dal punto di vista del cognato che, ossessionato dalla fusione tra carne e natura, ambisce a possedere sessualmente Yeong-hye cercando tramite lei un contatto con l’essenza della Natura per poi ritrarla traducendola in chiave artistica; poi, nel terzo capitolo, dal punto di vista della sorella, che cerca di ricondurre l’apparente delirio mistico di Yeong-hye entro i confini rassicuranti della diagnostica psichiatrica.

L’opera si inserisce con raffinata consapevolezza intertestuale nel solco della grande tradizione letteraria del topos della metamorfosi, stabilendo un dialogo profondo con i suoi predecessori più illustri. Il riferimento alle Metamorfosi ovidiane si intreccia sapientemente con l’eredità kafkiana, in particolare con la figura di Gregor Samsa, incarnazione fisica della perdita di identità e dell’isolamento sociale. È attraverso questa duplice lente interpretativa che Han Kang esplora il tema dell’alienazione contemporanea, dove la trasformazione fisica diviene metafora della disgregazione dell’identità sociale e dell’isolamento dell’individuo nella società moderna. Ma l’autrice trascende questi riferimenti per esplorare un territorio meno battuto, un luogo metafisico dove il corpo diviene metonimia dell’esistenza stessa. La trasformazione fisica della protagonista si configura come metafora di una più profonda ricerca di liberazione dalle costrizioni sociali e dalle strutture di potere che governano l’esperienza umana.

La narrazione si sviluppa in una caleidoscopica profusione di spazi indefiniti, una babele ermeneutica che si offre, quale vergine sacrificale, all’altare delle interpretazioni più ardite; dall’astrazione escatologica fino a un sibillino richiamo esistenzialista che si fa specchio della vanitas contemporanea. In questo labirinto semantico, Han Kang orchestra una sinfonia di significati che trascende la mera trama narrativa, elevandosi a parabola universale sulla condizione umana. La sua prosa, che ondeggia tra rarefazione e densità simbolica, intesse una trama di rimandi e suggestioni che trasformano la vicenda personale di Yeong-hye in un prisma attraverso cui si rifrangono le molteplici sfaccettature dell’esistenza contemporanea.

Han Kang utilizza uno stile di scrittura piuttosto piana, ora asciutta ora poetica, una prosa che appare caratterizzata da una costante tensione tra minimalismo ed elevazione lirica in un’apparente contraddizione stilistica che riflette il conflitto centrale dell’opera. L’equilibrio però non è sempre perfettamente mantenuto: in alcuni passaggi, infatti, la ricercata rarefazione del linguaggio rischia di dissolvere la sostanza narrativa in una vaghezza semantica che, pur aprendo spazi interpretativi, può risultare eccessivamente indeterminata. Come nel brano seguente:

La curva del collo è molto seducente e lo sguardo è aperto e amichevole.

O apparire stilisticamente involuta, con enunciati che arrancano contorti, accartocciandosi su se stessi:

Dopo che questi le ebbe detto che non pensava si trattasse di polmonite.

Han Kang, autrice de "La vegetariana"

Le criticità più evidenti emergono nella resa dialogica, in cui l’autrice (o la traduzione) sembra aver privilegiato una letteralità che compromette la raffinatezza complessiva dell’opera. Espressioni quali “Tesoro, posso spiegarti” nel momento dell’adulterio scoperto, o la banalità di “La prego, vada fuori; sta solo rendendo le cose più difficili” nella scena in ospedale, fino agli ingenui “Al diavolo, brutta strega” o “Dannazione, è bloccato!” si configurano come scivolamenti verso un registro da melodramma televisivo. Sono formule logore, che sembrano provenire dal doppiaggio di serie americane di secondo ordine piuttosto che dalla penna di un’autrice insignita del Premio Nobel. Queste scelte (autoriali o traduttive) minano la credibilità dei personaggi e creano una dissonanza stridente con l’elevata ambizione filosofica che permea il resto dell’opera.

La forza del romanzo risiede nella capacità di trasformare una scelta apparentemente semplice – il rifiuto alimentare della carne– in una profonda meditazione sulla natura dell’esistenza umana e sui limiti della libertà individuale nella società contemporanea. Ciò detto, pur riconoscendo all’opera una innegabile densità concettuale, che attraverso una struttura polifonica esplora le tensioni primigenie tra natura e cultura, corporeità e trascendenza, conformismo sociale e libertà individuale, la lettura non è lineare, veloce. La vaghezza già menzionata finisce spesso per restituire immagini alienanti, lontane, vaghe, e talvolta confuse, non sempre lineari e fruibili, rischiando di compromettere l’efficacia del testo, generando nel lettore – sia pur dotato di adeguati strumenti interpretativi – un potenziale senso di straniamento e disaffezione che potrebbe pregiudicare il pieno apprezzamento dell’opera nella sua interezza.

Francesco Montonati