C’è un luogo che ci chiama, da sempre. È quello spazio indefinito in cui convivono luce e ombra, ordine e caos. Le ombre, l’incontrollabile emotivo. È qui che torniamo, ancora una volta, per esplorare ciò che ci rende umani: il disordine che ci abita, le nostre contraddizioni più intime, le sfumature che ci definiscono.
Nel nuovo numero della rivista ProelioLab, ci spingiamo ai margini, dove i confini tra bene e male si dissolvono, lasciando spazio a domande, tensioni e possibilità. Che forma ha il male? È un urlo o un sussurro? Qualcosa di grandioso o di impercettibile? Qualcosa che scegliamo o che ci sceglie? Le storie e le immagini di questo numero ci portano proprio qui.
Una tempesta di giovinezza, quando il mondo sembra franare e alla luce di nuove prospettive rimaniamo impacciati e intimoriti, ma attratti senza via di scampo. Una quotidiana anatomia del male, nascosta nei gesti della vita di tutti i giorni. Un incontro sulla riva del mare, dove la realtà si scompone e ricompone in un assetto incontrollato. Perdersi e ritrovarsi in zone sconosciute e solenni, gravide di possibilità. Mentre fuori si accendono le luci delle feste, noi scegliamo di restare nell’ombra, di scrutare ciò che è nascosto. È lì che, a volte, si trova la parte più vera dell’essere umano.
E infine l’intervista a Giovanni Turi, fondatore di TerraRossaEdizioni, che ci introduce nel mondo di una letteratura che ha molto a che fare con la complessità e l’eccentricità.
Siete pronti per un nuovo viaggio? Il numero 4vi aspetta.
Sembra che l’impegno attuale di critici cinematografici, appassionati e “semplici” spettatori si concentri su una campagna denigratoria contro il sequel del film Joker diretto da Todd Phillips, Joker folie à deux. Un clamore che, dal mio punto di vista, appare piuttosto immotivato. Una vera e propria crociata si è scatenata infatti contro questo film, reo di aver provato a calcare la scia del successo del primo capitolo senza possederne più freschezza e genialità. Del resto, si tratta di business. Non vi è piaciuto? Va bene, i gusti sono gusti. Ma perché questo accanimento? Nessuno vi ha costretto a spendere i vostri soldi per andare a vedere questo film invece che un altro.
E arriviamo al punto. Tanto è accecante il polverone sollevato contro il film con Joaquin Phoenix e Lady Gaga, che altre pellicole, pur di grande valore, stanno passando inosservate. Una, in particolare che, permettetemi di sottolinearlo, è peraltro una produzione italiana. Sto parlando del delicato Vermiglio, il nuovo film della regista Maura Delpero. È ambientato alla fine della Seconda guerra mondiale in un paese del Trentino-Alto Adige, Vermiglio appunto, dove l’arrivo di un soldato siciliano in fuga dalla guerra rompe gli equilibri della comunità arroccata nella propria quiete. Vincitore del Leone d’Argento all’81esima Mostra del Cinema di Venezia, Vermiglio esalta il meglio del cinema italiano. Vi spiego perché.
Il film si dipana con un ritmo lento e sereno, in sintonia con la quiete che permea il piccolo villaggio ritratto. La fotografia, già di per sé affascinante, risalta ancora di più grazie agli scenari alpini incantati, tra neve e legno. La regia, sicura e priva di compiacimenti estetici, si mantiene sobria, concentrandosi sull’essenza della narrazione e mantenendo uno sguardo realistico e vivido, che ricorda tanto l’Ermanno Olmi dell‘Albero degli zoccoli, con l’uso del dialetto e il ritratto di un’umanità lontana dalle grandi città, popolazione che cerca, pur con le scarse risorse disponibili, di elevarsi attraverso la cultura e valori profondamente radicati. Gli attori, lontani dal circuito mainstream e dai soliti “grandi” nomi del momento, conferiscono autenticità al racconto, evitando ruffianerie in cerca di facile consenso. Il film è interamente in dialetto trentino sottotitolato e le inquadrature sono lunghe, misurate, definiscono il ritmo morbido della narrazione e si prendono tutto il tempo di cui necessitano per sviluppare ogni scena, immergendo lo spettatore nella quiete del paesaggio e nelle dinamiche sottili del villaggio. Profondamente, senza fretta, rispettando la naturalezza del racconto e il respiro autentico e intimo della storia e dei personaggi. L’intento di Maura Delpero non sono i grandi numeri al botteghino, la regista si concentra sul racconto della sua storia attraverso la chiave della semplice sincerità, senza effetti speciali o trovate pirotecniche che colpiscano lo spettatore tanto da riportarle ai colleghi durante la pausa caffè. E anche quando sfiora le corde emozionali dello spettatore, lo fa con lealtà. Senza trucchi. Forse anche per questa sua genuinità Vermiglio è stato scelto dall’ANICA (Associazione Nazionale Italiana Industrie Cinematografiche Audiovisive e Digitali) per rappresentare l’Italia alla 97esima edizione degli Academy Awards2025. Un film che sento di sostenere e che vi consiglio vivamente. Al cinema. Non aspettate che qualche piattaforma lo trasmetta in streaming, andate al cinema, lasciatevi avvolgere dalla neve e dalle montagne del trentino, tornate indietro nel tempo. Ne vale la pena.
I concorsi letterari sono competizioni in cui scrittori, emergenti o affermati, presentano le loro opere perché siano valutate da una giuria, con l’obiettivo di ottenere riconoscimenti, visibilità e opportunità di pubblicazione. E l’Italia è un profluvio di concorsi letterari. Seri e meno seri. Vediamo quali sono i più validi.
Solo concorsi validi
Per “seri” o “validi”, mi riferisco a quei concorsi che offrono reali opportunità di crescita e visibilità per gli scrittori. I concorsi validi, innanzitutto, sono organizzati da enti, associazioni o case editrici di grande reputazione nel mondo letterario, e le opere sono valutate da giurie composte da professionisti del settore, come editor, scrittori affermati e critici letterari. I premi letterari seri, per come li intendo io, hanno regolamenti chiari e trasparenti, con criteri di valutazione ben definiti e comunicati ai partecipanti, e offrono ai vincitori la possibilità concreta di pubblicare le proprie opere con case editrici di rilievo e senza costi per l’autore. I vincitori di questi premi ricevono una buona copertura mediatica e promozionale, aumentando le loro possibilità di farsi conoscere. Alcuni concorsi letterari offrono anche supporto post-vittoria, come editing professionale, consulenze e opportunità di networking. Se il concorso è così interpretato dall’ente organizzatore, allora rappresenta una vera e propria vetrina per gli scrittori, soprattutto per coloro che non hanno un agente letterario e cercano di farsi notare dalle grandi case editrici.
Se hai un manoscritto pronto, oltre a inviarlo alle case editrici, valuta anche questa opzione; sono molti gli autori adesso affermati per cui un concorso ha fatto la differenza.
Ovviamente, nella loro vivace moltitudine, non sono molti quelli in grado di offrire queste opportunità. Ecco una lista di alcuni concorsi letteraririservati ai romanzi inediti.
Una precisazione. Non è detto che premi non presenti nella lista non siano validi, magari non li conosco io o semplicemente li ho dimenticati. Aggiornerò la lista di tanto in tanto, con l’inserimento di nuovi concorsi validi o l’eliminazione di altri che hanno disatteso le aspettative: chi c’è oggi potrebbe non esserci domani e viceversa. Perciò è meglio tornare ogni tanto a controllare se ci sono cambiamenti.
La lista
IoScrittore. Uno dei premi letterari più conosciuti tra gli autori esordienti. Indetto da Gems, si distingue per il suo sistema di valutazione. Sono infatti gli stessi concorrenti a valutare in modo anonimo le opere degli avversari. Abbiamo parlato ampiamente di questo concorso. In palio la pubblicazione in formato e-book delle prime dieci opere classificate e per il primo l’edizione cartacea sotto un marchio editoriale del gruppo. La partecipazione è gratuita.
LetteraFutura. Premio letterario rivolto alle scrittrici esordienti, nato dal partenariato tra l’Associazione MIA e la casa editrice Solferino. Si tratta di una fellowship, ossia un programma di accompagnamento alla pubblicazione e promozione. Prevede per la vincitrice la pubblicazione del romanzo con la casa editrice Solferino e un percorso di promozione, con un tour spesato di presentazioni in otto località italiane. Solferino segue inoltre l’autrice nella fase di editing fornendole poi il supporto di un ottimo ufficio stampa. La partecipazione è gratuita.
Neri Pozza. Il Premio nazionale di letteratura Neri Pozza, dal 2013 rappresenta un appuntamento divenuto ormai quasi un’istituzione della nuova narrativa italiana. È riservato agli autori che presentino un’opera inedita, scritta in lingua italiana. Al vincitore, il contratto di pubblicazione con Neri Pozza. La partecipazione è gratuita.
Italo Calvino forse il primo concorso, in ordine di importanza e prestigio per romanzi inediti, rivolto agli autori esordienti. La giuria decreta una rosa di dieci finalisti tra cui seleziona un’opera vincitrice. Agenti letterari e scout delle case editrici seguono con molta attenzione questo concorso, anche la sezione menzione speciale, nella quale vengono enumerate le opere che pur non arrivando nella decina finalista, sono ritenute degne di merito; e per chi non arriva in finale c’è la consolazione di ricevere una scheda di valutazione sul proprio romanzo. La partecipazione all’edizione 2024 costava dai 70 ai 180 euro, in base alla lunghezza del testo.
Urania. Concorso per opere di genere fantascientifico. A detta del direttore editoriale di Urania Franco Forte rappresenta per la casa editrice un importante bacino da cui attingere per le nuove pubblicazioni. La partecipazione è gratuita.
NeRoma. Premio letterario di recente nascita – nel 2023 la prima edizione – è dedicato ai romanzi inediti appartenenti ai generi giallo, noir e thriller. È organizzato da Neroma Noir Festival e l’associazione culturale Kipling in collaborazione con Libraccio Editore. In palio la pubblicazione con questa casa editrice. La partecipazione è gratuita.
Nabokov. Istituito a Roma nel 2006 dall’associazione omonima, il premio è suddiviso in diverse sezioni tra cui la terza riguarda la narrativa inedita. L’obiettivo del premio è di promuovere la lettura senza pregiudizi. La partecipazione costa 30 euro.
InediTo, organizzato dal 2002 dall’Associazione Camaleonte di Chieri (To), ha diverse sezione tra cui Romanzi Inediti. Al vincitore di questa sezione spetterà un contributo di 1.500 euro (nel 2024) per la pubblicazione e/o promozione della sua opera con editori qualificati. Per iscriversi occorre associarsi a Camaleonte, per la cifra di 30 euro.
Zeno; un premio letterario dell’associazione omonima, giunto nel 2024 alla Edizione numero XII, che vanta tra i passati giurati nomi importanti della letteratura contemporanea; Simona Vinci, Diego De Silva, Giulia Caminito e molti altri. Il prezzo per la partecipazione è di 30 euro.
Un racconto intenso e crudo. Che ferisce. L’assassina, così in quarta di copertina viene apostrofata la protagonista, racconta in prima persona la sua storia con il marito fedifrago. La disgrazia. Fino alla decisione finale. Tranquilli, niente spoiler, lo dice alla terza riga: «Gli ho sparato in mezzo agli occhi».
È stato così, di Natalia Ginzburg, è un romanzo breve pubblicato nel 1947, in cui la protagonista racconta la propria realtà di donna intrappolata in un matrimonio infelice e segnato dall’infedeltà del marito. Schiacciata da un senso di inferiorità e solitudine, sopporta per anni la relazione extraconiugale del coniuge pur di avere qualcosa che dia un senso alla propria esistenza. Un racconto duro, durissimo. Spietato e sincero.
Basato su una perfetta struttura circolare, il romanzo è caratterizzato da una prosa asciutta e da una narrazione feroce, pur se in un delicato incedere formale. È un parlato, quello con cui si esprime la narratrice, una lingua sapientemente involuta, ricca di polisindeti e anacoluti, come quella di qualsiasi racconto orale. Ginzburg in È stato così i personaggi non li indaga, li sfiora appena con la bacchetta magica del mestiere, e sebbene soltanto accennati, essi emergono nella mente del lettore con una nitidezza sorprendente. Con pochi segni, l’autrice riesce a tratteggiare figure che si materializzano vivide, ciascuna con le proprie peculiarità distintive – capacità di evocare presenze tangibili attraverso pochi tratti essenziali che è caratteristica distintiva della sua scrittura, e che conferisce al testo una profondità e una ricchezza che trascendono la mera descrizione superficiale.
Una disamina della disperazione e della ricerca di significato in una vita segnata dalla sofferenza e dall’abbandono. La protagonista vive in un costante stato di alienazione emotiva – la bambina, sua figlia, non la chiamerà mai per nome per mantenere da lei una distanza adeguata a impedirle di straziarsi per la sua perdita – che la conduce a una crescente disperazione indotta dal suo isolamento esistenziale; non solo fisico, ma profondamente intimo e psicologico.
La ricerca di un significato nella vita è forse il tema cardine del romanzo. Attraverso il suo racconto, la donna cerca di comprendere e giustificare le proprie azioni, offrendo al lettore una visione intima e dolorosa della sua lotta interiore. Un ritratto ferino e commovente della solitudine.
Hai completato il tuo manoscritto. Dopo mesi, forse anni, di duro lavoro, sei pronto a inviarlo alle case editrici o alle agenzie letterarie. Ma come puoi davvero essere sicuro che il tuo testo sia pronto? Non puoi. Ecco perché.
L’importanza di un occhio esterno
Lavorando su un testo per molto tempo, è facile perdere la lucidità e la capacità di valutarlo con obiettività. Gli errori di trama, i personaggi poco sviluppati e le incongruenze stilistiche possono sfuggire anche all’autore più attento.
Perché ci lavoriamo per anni, a quel testo, gli vogliamo bene come a un figlio; difficile poi sfoltirlo quando è necessario. Impossibile ad esempio, accorgersi (e ammettere con se stessi) che un determinato personaggio proprio non ha senso di esistere, o che quel brano saggistico sul De vulgari eloquentia, su cui tanto ci si è impegnati, rallenta senza motivo la narrazione e rischia di comprometterne la riuscita. In questi, come in numerosi altri casi, è necessario l’occhio esterno di un editor che fa questo di mestiere, aiuta gli autori a rendere pubblicabile il loro testo.
A fronte di una spesa tutt’altro che inaccessibile, può fornirti una scheda approfondita, redatta con l’esperienza, l’occhio critico e l’obiettività di un professionista dell’editoria.
La scheda di valutazione: un investimento sul tuo lavoro
Una scheda di valutazione non è solo l’enumerazione di un elenco di errori, ma un vero e proprio strumento di crescita., che ti permetterà di affinare il tuo lavoro e aumentare le tue possibilità di successo con le case editrici, nonché di migliorare il tuo approccio alla scrittura, il tuo modo di scrivere e di costruire storie.
Perché scegliere i miei servizi?
Esperienza e competenza: Con anni di esperienza nel settore editoriale, ho aiutato numerosi autori a trasformare i loro manoscritti in opere pubblicabili. Feedback costruttivo: Le mie valutazioni sono sempre mirate a migliorare il tuo testo, con suggerimenti pratici e concreti. Supporto continuo: Non ti lascio solə dopo la valutazione. Molte agenzie offrono servizi di questo tipo (la scheda) in maniera del tutto impersonale, ti arriva via mail e non sai nemmeno chi te l’ha redatta. Avere un chiarimento diventa impensabile. Dopo l’invio della scheda, io invece sarò sempre disponibile per ulteriori chiarimenti e consigli. Ogni indicazione della scheda dovrà risultarti chiara e comprensibile. E soprattutto utile.
Non lasciare che il tuo manoscritto rimanga nel cassetto. Contattami per una valutazione professionale. Dai al tuo lavoro la possibilità che merita.
Uscito il 31 maggio per Castelvecchi Editore, La rara felicità è il nuovo romanzo di Andrea Pellegrini, un testo che ci porta sulle rive del fiume Isonzo e ci affonda a forza nel fango delle trincee della Prima guerra mondiale, in una storia di guerra, amicizia, poesia e amore.
1916, si intreccia con le trame della Prima guerra mondiale l’amicizia tra un cappellano militare e un fante, un poeta dallo spirito per qualche verso blasfemo ma dotato di una purezza angelica, di nome Giuseppe Ungaretti. Un amore (simbolo di un auspicato ritorno a una vita normale) per la stessa donna, che unisce il cappellano e (il quasi inconsapevole) Ungaretti con un filo invisibile ma inalterabile, fino alla fine della guerra e dei giorni su questa terra. E un dipinto, quello della giovane Ester, la prostituta slovena sordomuta, con i suoi piedi scalzi e il suo neo invogliante che intenerisce, per la scelta delle pennellate con cui è tratteggiata.
Ungaretti in trincea, le tematiche
Ungaretti è pretesto, prima che personaggio. Un inseguimento, un’infatuazione per lui da parte del cappellano “di battaglia” in un racconto spietato della guerra. Ma più che dei suoi orrori, delle condizioni laterali in cui versano gli attori secondari della guerra: la soldataglia. Un’umanità stantia e annientata che nella stragrande maggioranza va ben al di là dei propri limiti di pudore, di buon gusto, di educazione, di rispetto per se stessi e per gli altri. In una parola, di umanità. Pellegrini ci porta in trincea con loro, nella merda e nel puzzo umano, negli sconci postriboli affollati di reietti che si imbucano con donne nelle baracche. Ritratto della guerra – e di come questa è in grado di ridurre l’essere umano – che sta molto vicino a quei disillusi Fenoglio e Rigoni Stern che non fanno sconti a nessuno.
Il testo è anche spunto per riflessioni sull’amore, sull’amicizia, sulla fede, sui dubbi, sul significato che per ciascuno ha la fedeltà a un dio, dio che, come diceva De André, se non ci fosse bisognerebbe inventarlo, il che è esattamente quello che ha fatto l’uomo da quando ha messo piede sulla Terra. Un cappellano che professa attivamente e diffonde, senza il folclore devozionale dei Flagellanti, ma neanche con l’indole condiscendente della Chiesa bergogliana.
Una scrittura sofisticata
Un romanzo sbalzato dalla pietra a colpi di martello, ma espresso con una lingua, quella del cappellano, misurata e ben costruita. Va detto che non è un romanzo per tutti. Non è quel che si dice un romanzo scorrevole – requisito che a oggi sembra essere diventato indispensabile per la vendita di un libro, o per ambire allo Strega, per dirne una. È una scrittura cerebrale, una sintassi non lineare, costruzioni ricche di subordinate il cui ordine è scelto con cura, ma non tanto finalizzato alla fruibilità e all’immediatezza, quanto all’adesione incondizionata della musicalità della frase, del periodo. Al movimento della scena o del testo. Al tratto poetico del respiro.
Lo stile di Pellegrini si conferma curato, fine, nonostante la potenza che riesce a esprimere. L’amore per la metrica, per il vocabolo, per la costruzione della frase, con una forte componente poetica. La sua lettura, totalizzante, preclude la possibilità di distrazioni. È una scrittura piena e musicale, rigogliosa di figure retoriche usate con misura e consapevolezza, sicura e indifferente a chi la guarda come la ruota di un pavone, ma arcigna. Straripante di nomi di luoghi e personaggi, e di riflessioni, il lettore lo sfida, lo chiama in causa. Lettura attiva. Nulla è regalato, suggerito; bisogna andarselo a cercare. Inoltre, a differenza dello staffiere, narratore del precedente libro di Pellegrini Piccole indecenze, il cappellano è colto e dalla sua lingua lo si evince; ciò fornisce all’autore maggiori possibilità espressive. Si prenda ad esempio:
Andrea Pellegrini è anche autore dei romanzi Piccole indecenze. Un amore pericoloso di Ugo Foscolo (2022), Lettera dalla Norvegia (2006) e Come una madre (2008).
Da una patina untuosa inamidati, restano giù in cortile subito morti e le mani artigliate in gesti estremi e il sangue ricordo di aver visto quando fuggiamo.
In questo brano di grande impatto visivo ed emotivo Pellegrini utilizza licenze e artifizi retorici tipici della poesia per creare un’immagine intensa e toccante. La frase, di costrutto cataforico, si apre con l’anastrofe nella proposizione relativa Da una patina untuosa inamidati, cui segue la principale restano giù in cortile subito morti. Poi la frase continua per polisindetocon proposizioni copulative, presentando l’immagine metaforica delle “mani artigliate” e solo alla fine viene rivelata la referenza dell’apertura, ovvero il sangue, che inamida con una patina untuosa tutta la scena (e che per questo si trova all’inizio).
In questo brano si nota un’altra scelta importante: la discrepanza temporale. Il verbo “restano”, al presente indicativo, suggerisce una contemporaneità dell’azione rispetto all’enunciazione, mentre “ricordo” implica un’azione di adesso che però rimanda a un’azione passata e completata (“di aver visto”, che esprime anteriorità); e infine “quando fuggiamo” è di nuovo al presente, a indicare un’azione contemporanea o futura rispetto al centro deittico. La combinazione di questi tempi verbali stravolge la consecutio temporum tradizionale, avvicinando il lettore al momento narrato e inducendolo indirettamente ad assorbire un disordine, una confusione emotiva, e creando un senso di atemporalità nell’esperienza descritta. Nonché addolcendone la prosodia.
Un romanzo in cui qualità e studi preparatori sono evidenti, ma non ci soffermeremo in questa sede sulla sua realtà storica, perché qui è la scrittura a interessarci principalmente. Va solo menzionato che la narrazione è solidamente fondata su fonti autentiche sulle quali l’autore si è documentato, tra cui spiccano le lettere di Ungaretti, il Diario di guerra 1916-1917 di Carmine Cortese e Il tascapane di Ungaretti di Ettore Serra; base documentale che l’autore utilizza come rampa di lancio di un racconto originale e appassionante.
Un romanzo per chi apprezza la parola, per gli amanti della poesia, per chi vuole addentrarsi de relato nelle buie atmosfere della guerra o chi semplicemente desidera conoscere un Ungaretti inedito. Un seducente invito per chi cerca un’esperienza letteraria coinvolgente e stimolante.
Sono felice di condividere con voi un momento speciale della mia carriera di autore. Venerdì 10 maggio 2024, presenterò il mio romanzoLa viola di Sara al Salone Internazionale del Libro di Torino. Un sogno che si avvera.
È un traguardo che ha richiesto anni di impegno e passione, e che mi ha fatto riflettere su quanto importante sia perseverare nei propri sogni e credere nel proprio lavoro: non c’è nulla di più gratificante che vedere tanta fatica ricompensata. Spero che la mia partecipazione al Salone possa ispirare anche qualcuno di voi a non smettere mai di perseguire i vostri obiettivi.
Ci tengo a sottolinearlo: è un successo non solo mio, ma di tutti coloro che mi hanno supportato durante questo lungo percorso. Dall’editor che mi ha seguito nella revisione del testo, alla correttrice di bozze, all’editore Aporema che ha creduto nel mio lavoro, alle librerie che si sono interessate, a chi mi ha aperto le porte verso nuove avventure e opportunità, arricchendo il cammino della Viola. Appassionati, lettori e letterati che avete contribuito a rendere possibile questa straordinaria esperienza, grazie a tutti voi.
Vi aspetto venerdì 10 maggio alle ore 16, al padiglione Oval stand T78.
Erano 82 le opere proposte quest’anno dagli Amici della Domenica, tra le quali il Comitato direttivo del Premio ha scelto le dodici finaliste per l’edizione 2024. Anche quest’anno Melania G. Mazzucco, presidente del Comitato, ha espresso un parere su qualità e tematiche delle opere in concorso, riscontrando un’abbondanza di «narrazioni oblique e non finzionali, composite, di taglio saggistico, memoriale o confessionale. Torna il romanzo d’impianto più classico, sia d’ambiente contemporaneo sia storico, con una lingua media, spesso intarsiata di dialetto, e un ritmo rapido, talvolta adattato alla serialità televisiva. All’opposto, svariate scritture sperimentali propongono impervie esperienze di lettura, in polemica e apprezzabile attitudine di resistenza alla prepotenza delle mode e del mercato.»
Pur presenti tra le proposte degli Amici della domenica, nella dozzina sono un’esigua minoranza i libri di realtà editoriali non affiliate ai grandi gruppi editoriali; annosa questione, questa, che affligge il Premio e alimenta ogni anno polemiche circa l’attendibilità del Concorso stesso.
Ecco i finalisti: • Sonia Aggio, Nella stanza dell’imperatore (Fazi), proposto da Simona Cives. • Adrián N. Bravi, Adelaida (Nutrimenti), proposto da Romana Petri. • Paolo Di Paolo, Romanzo senza umani (Feltrinelli), proposto da Gianni Amelio. • Donatella Di Pietrantonio, L’età fragile (Einaudi), proposto da Vittorio Lingiardi. • Tommaso Giartosio, Autobiogrammatica (minimum fax), proposto da Emanuele Trevi. • Antonella Lattanzi, Cose che non si raccontano (Einaudi), proposto da Valeria Parrella. • Valentina Mira, Dalla stessa parte mi troverai (SEM), proposto da Franco Di Mare. • Melissa Panarello, Storia dei miei soldi (Bompiani), proposto da Nadia Terranova. • Daniele Rielli, Il fuoco invisibile. Storia umana di un disastro naturale (Rizzoli), proposto da Antonio Pascale. • Raffaella Romagnolo, Aggiustare l’universo (Mondadori), proposto da Lia Levi. • Chiara Valerio, Chi dice e chi tace (Sellerio), proposto da Matteo Motolese. • Dario Voltolini, Invernale (La nave di Teseo), proposto da Sandro Veronesi.
Una bella notizia. Che vi comunico con grande soddisfazione. Esce oggi, 1 aprile 2024, la nuova rivista letteraria ProelioLab. Sarà trimestrale e conterrà tre racconti, più approfondimenti vari sul mondo dell’editoria.
Perché una nuova rivista? Per lavoro ho a che fare quotidianamente con testi, manoscritti, parole – da valutare, sistemare, revisionare, correggere, trattare. E con autori e autrici. Ogni volta tra editor e autorə si instaura una dinamica particolare. Diventi una sorta di confidente, devi armonizzarti, entrare nella sua lunghezza d’onda, nel suo modo di ragionare, guardare il mondo dalla sua prospettiva e dai suoi occhi per capire come lo percepisce e come lo vuole raccontare. Capita di entrare in un contatto fatto di suggestioni, un campo di energie volatili, non le puoi toccare ma le senti scorrere con tumultuosa urgenza.
A volte, lo stesso tipo di trasmissione cosmica la ottengo semplicemente leggendo un testo. E a volte, quel testo fa paura. Fa paura alle case editrici, che spesso non se la sentono di pubblicarlo. Perché? Manca la qualità? No. Manca il contenuto? Nient’affatto. Nulla di tutto questo. È solo che non va bene. Non rientra nelle linee editoriali della casa editrice. Non è quello che cercano. Perché? Che cosa cercano? Ognuna qualcosa di diverso (almeno in teoria), ma molte, moltissime, la maggioranza assoluta, cercano la chiarezza, la fruibilità. La lettura easy. È un male? Non necessariamente. Però è una condizione diffusa.
L’obiettivo di ProelioLab è trovare racconti sfidanti, sbalorditivi, accecanti e vivi come guizzi argentati. Per scoprire nuove voci. Nuovi luoghi, persone, fatti, e modi di raccontarli. Saranno poi presenti approfondimenti tematici. Per scavare un foro nella scorza inaccessibile da cui è protetto il mondo editoriale e portarvi con noi, incauti esploratori, nelle sue profondità. Per aiutarvi a conoscere cosa si nasconde dietro quell’oggetto magico e misterioso che tenete sul comodino.
Vorrei condividere con voi un mio pensiero riguardante i criteri di accredito al Salone del Libro di Torino 2024, la fiera dell’editoria più importante d’Italia, che negli anni ha visto crescere la sua importanza nel mondo dei bookblogger. E viceversa.
Nel 2023, quando ancora a dirigerlo era Nicola LaGioia, il Salone ha introdotto criteri più stringenti per gli accrediti, richiedendo che i blog fossero attivi nell’anno in corso e che le pagine social avessero almeno 1000 follower/like. Un passo avanti verso una selezione più accurata, che ha trovato il consenso di molti. Tuttavia, nel 2024, con il subentro di Annalena Benini alla direzione, è arrivato un ulteriore aggiornamento: ora sono richiesti ben 5mila follower su Instagram e Facebook, e oltre 10mila like su TikTok (like, non follower; non chiedetemi la differenza).
A questo punto viene da chiedersi: quanto questi criteri puramente numerici sono davvero indicativi dell’effettiva attività e influenza di un blogger?
Il mondo letterario è per sua stessa natura legato alla qualità delle parole, alla profondità delle idee e all’impatto emotivo che le storie possono suscitare nella nostra vita. Riconoscere l’importanza dei numeri è fondamentale, ma in un contesto simile non si può prescindere dai contenuti. C’è persino chi aveva già presentato la propria richiesta rispettando i requisiti dell’anno scorso, e si è trovato escluso a causa delle nuove regole retroattive, redatte e pubblicate quando ormai il form per l’accreditamento era disponibile sul sito da giorni. Appare ovvio che i beneficiari del tanto sospirato accredito saranno in numero minore rispetto agli anni precedenti, e – a pensare male si fa peccato ma qualche volta si ha ragione – sembrerebbe che alla direzione del Salone del Libro non bastino gli introiti derivati dai visitatori (l’anno scorso oltre 215mila) e dagli affitti degli spazi da parte degli espositori.
Certo, la visibilità è cruciale, ma la qualità non dovrebbe essere meno importante.
Il valore che la partecipazione di un comunicatore di libri aggiunge alla fiera non dovrebbe essere desunto solo dal numero di follower (che, è noto si possano comprare), ma anche dalla competenza, dalla conoscenza del settore e dalla capacità di comunicare in modo autentico. Senza contare la necessità intrinseca nel suo mestiere di essere costantemente aggiornato su novità editoriali, avendo o non avendo un determinato numero di follower.
A voler essere idealisti si potrebbe citare il Manifesto Unesco sulle Biblioteche pubbliche quando dice che:
la partecipazione costruttiva e lo sviluppo della democrazia dipendono da un’istruzione soddisfacente, così come da un accesso libero e senza limitazioni alla conoscenza, al pensiero, alla cultura e all’informazione. Agenti indispensabili per promuovere la pace e il benessere spirituale delle menti di uomini e donne.
Ora, è chiaro che come tutte le fiere alla base del Salone c’è il business, il tornaconto. Ma in questo caso, parlando di libri, forse, in minima parte, dovrebbe trovare parte anche la cultura. La crescita dell’individuo per lo sviluppo della società. Libri, sapete.
In conclusione, mentre si apprezza la volontà del Salone del Libro di Torino di elevare gli standard, è doveroso porre domande sulle modalità di selezione. La riflessione dovrebbe andare oltre i numeri, abbracciando la vera essenza di ciò che significa essere un appassionato comunicatore di libri.
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