Edito da Neri Pozza e segnalato da Francesco Piccolo per la cinquina finalista, il vincitore del Premio Strega 2021 Due vite nasce da un pretesto, il pretesto di raccontare Due vite, appunto, quelle di Rocco Carbone, morto a quarantasei anni per un incidente in motorino, e di Pia Pera deceduta a sessant’anni di Sla. Ma Due vite è molto più di questo. È un memoir in cui la morte dei due amici scrittori è spunto per una riflessione che tocca sì gli eventi relativi alle loro vite, quando si intrecciavano o quando procedevano sole, ma che si eleva a narrazione filosofica, esamina di un nucleo introspettivo esistenziale catalizzato in una ricerca. La ricerca di una vita felice, forse. O delle modalità con cui destreggiarsi in un’esistenza che può essere ricca quanto imparziale, spesso quasi scorretta.
Non siamo nati per diventare saggi, ma per resistere, scampare, rubare un po’ di piacere in un mondo che non è stato fatto per noi.
Trevi racconta le loro storie non in termini curriculari, o almeno non sempre, e lo fa cercando la giusta distanza, che a volte trova e la narrazione risulta potente ma leggera, altre meno. In queste situazioni la mano pur ottima di Trevi calca un po’ sul foglio, e la prova ne sono passaggi in cui affiora una ricchezza lessicale e sintattica, che a volte mette troppo in evidenza l’autore, e la sua consapevolezza delle proprie carte. Intendiamoci, nulla vieta che in un testo del genere, un testo autobiografico, l’autore esca e prevarichi sulla narrazione, solo che l’intento originale dell’autore sembra l’opposto, ossia narrare dei suoi amici senza quasi farla avvertire, la propria presenza.
L’unica cosa importante in questo tipo di ritratti scritti è cercare la giusta distanza, che è lo stile dell’unicità.
Leggere Due vite è fare un viaggio ispirato alla ricerca di spiegazioni, di un senso della vita, con passaggi a volo radente sulla fine di questa vita, con occhiate di estremo interesse sulla scrittura, sul modo di scrivere in maniera altra dal mainstream massificato, ricerca di soluzioni e di accettazione di fallimenti e sconfitte, tra le quali la morte, purtroppo, può a volte essere annoverata. Come nei casi incidentali, fortuiti, inaspettati, o dopo una lunga e tragica battaglia contro una malattia invincibile.
Un libro piacevole, breve ma pregno, che offre numerosi spunti di riflessione condotto con una prosa consapevole e raffinata. Una buona lettura.
«Con chi credi di parlare?» disse Stephen arrabbiato. Ma se invece fosse: Stephen spostò di lato la tazza in un tintinnare di ceramica e rovesciò del caffè sul tavolo. «Con chi credi di parlare?»
Più efficace il secondo, vero? Perché emoziona subito, e tu vuoi emozionare. Contatto emotivo con il lettore, suggestione immediata. Sei tu scrittore a doverglielo trasmettere nel modo più efficace possibile. La tecnica del mostrato serve proprio a questo. Vediamo come funziona.
Show don’t tell, l’avrai sentito ripetere un’infinità di volte: mostra, non raccontare. Perché è una tecnica così diffusa? Perché è più interessante vedere accadere le cose anziché sentirle raccontare, scoprire una persona da quello che fa piuttosto che leggerne la descrizione.
Se ci pensi si lega al modo che abbiamo di recepire la vita di tutti i giorni. Nella vita vera non è che arriva il collega e ci fa il resoconto dei suoi stati d’animo, siamo noi il più delle volte a decifrarlo tra le righe del suo comportamento, dei suoi gesti. Così come un malintenzionato che cammina intorno a un’auto di lusso non ha scritto in fronte ‘malintenzionato’, siamo noi, il più delle volte mossi da preconcetti o pregiudizi, a immaginarci che possa essere un poco di buono, a leggere nelle sue movenze qualcosa di losco.
Così dovrebbe essere anche nella scrittura. Mostriamo al lettore i fatti come sono, sarà lui a riorganizzarseli nella testa, ma intanto catturiamo la sua attenzione e gli diamo la possibilità di immergersi nella narrazione, di elaborare fatti e personaggi. Di vivere la vicenda sulla propria pelle.
Immagina che tu stia scrivendo un fantasy. Il tuo protagonista Elmouth vede una strana bestia dal becco dentato che sta pasteggiando. Per descrivere la scena potresti scrivere:
La bestia immonda si sta cibando, si nutre di cadaveri. La luna color amaranto risplende nella notte. Elmouth tenta di nascondersi dietro a un cespuglio ma fa rumore, la bestia lo sente e si spaventa. Emette un verso agghiacciante. Si è accorta di lui e adesso lo sta puntando.
Oppure:
La bestia rovista con gli artigli nella carcassa insanguinata, le perfora gli occhi con il becco. La addenta alla gola e strappa brandelli di carne. Elmouth avanza tra le ombre a piccoli passi, la spada tra le mani, sulla lama si riflette luminoso il disco amaranto della luna. Si accovaccia dietro a un cespuglio di ginepro ma con un ginocchio produce un crepitio secco. Di scatto la bestia alza la testa, il verso che emette ricorda lo stridere di un pugnale su un vetro. Elmouth ha un brivido: la bestia lo sta puntando con occhi gialli e screziati.
Chiaro, no? La bestia non è immonda ma i suoi comportamenti la fanno percepire tale, non si ciba soltanto, strappa brandelli di carne da una carcassa. Non c’è la luna, la si percepisce nel riflesso sulla spada, e così via.
Puristi Ovviamente esistono vari livelli. Come non è vietato usare un sommario per introdurre un personaggio, si accetta anche l’estremismo del mostrare senza intrusioni autoriali. Ti faccio un quiz: nella frase seguente c’è una parola che potrebbe, agli occhi di un purista, non essere adeguata per la tecnica del mostrato. Secondo te qual è e perché?
Stephen infilzò irosamente il cucchiaio nel fondo del guscio d’uovo.
Mostrato è mostrato, no? Allora cos’è che stona? È una frase tratta da Stephen Hero, di James Joyce, e appartiene a una prima versione che, una volta epurata dall’autore è poi diventata così:
Stephen infilzò il cucchiaio nel fondo del guscio d’uovo.
“Questo perché”, spiega Wayne C. Booth nel saggio Retorica della narrativa, “quell’avverbio rappresentava il rifiuto da parte dell’autore di permettere al puro oggetto naturale – l’azione, in questo caso – di parlare per sé”. In effetti ‘irosamente’ è un commento del narratore, non appartiene all’azione, e pertanto è stato eliminato dall’autore che cercava la purezza letteraria, una prosa in cui il narratore non apparisse nel testo o lo facesse il meno possibile.
Il filosofo e saggista Ortega Y Gasset, in La dottrina del punto di vista, dà un’interessante spunto: “Se leggo in un romanzo ‘Pietro era collerico’, è come se l’autore mi invitasse a realizzare nella mia fantasia la collera di Pietro, partendo dalla definizione che ha dato. Pretende cioè che sia io, lo scrittore. Penso che sia più efficace il procedimento opposto: l’autore deve fornirmi i dati, fatti visibili, attraverso i quali io possa scoprire Pietro e definirlo come un essere collerico”. Di fatto la maggior parte dei difensori di questa purezza letteraria ha dovuto convenire che la purezza totale è impossibile, ma adesso non divaghiamo.
Riepilogando, per una scrittura immersiva e moderna, il mostrato è sempre preferibile al narrato. Perché coinvolge il lettore, suscita maggiori emozioni, tiene accesa la mente sollecitandolo di continuo a elaborare una propria idea di ciò che si sta leggendo e degli accadimenti del libro. Se vogliamo che il lettore arrivi alla fine del nostro testo (e magari gli piaccia), è indispensabile coinvolgerlo e tenerlo vispo, attento. Uno dei traguardi di un romanzo ben riuscito è che alla fine il lettore ricordi la storia come se lui stesso l’avesse vissuta. E, se ben usata, la tecnica del mostrato ‘show don’t tell’ dà quest’opportunità.
Ci sono eventi politici, bellici, sommosse e persecuzioni, che non conosciamo neppure. O li conosciamo a brandelli, per accenni. In questi casi, le più infami tragedie si consumano sotto il silenzio di un mondo, se non inerme, inattivo, l’opinione pubblica inconsapevole o semplicemente distratta. Il merito dei romanzi come questo è di sensibilizzare le coscienze globali su queste tragedie, di farle conoscere. Fare in modo che non siano solo foto o reportage ma assumano il significato, il ruolo che devono avere: episodi fattivi, eccidi dove la gente muore a migliaia nelle peggiori condizioni.
Metà di un sole giallo è ambientato negli anni Sessanta nel territorio Igbo del sud est nigeriano, dove una guerra ha imperversato per tre anni, fino alla resa della regione del Biafra che rivendicava la propria indipendenza dalla Nigeria. La narrazione comincia, in un periodo di pace, dal punto di vista di Ugwu, un giovane di etnia Igbo che inizia a lavorare presso la casa di Odenigbo, stimato professore di matematica della città di Nsukka e uomo dalla mentalità estremamente progressista, tanto che qualcuno lo chiama “rivoluzionario”. Ugwu arriva dai villaggi tribali e non sa niente di modernità, progresso e tecnologia. Grazie a “Padrone” (come lui chiama Odenigbo), impara giorno dopo giorno a conoscerne gli aspetti pratici – come usare il frigorifero, la radio – e costruendosi poco alla volta nel ruolo di domestico, si lancia con fierezza in imprese culinarie eroiche; all’inizio anche preparare il riso fritto era una di queste.
In questo scorrere quotidiano conosciamo gli altri protagonisti della storia: Olanna, la compagna di Odenigbo, è la figlia di ricchi imprenditori di Lagos, capitale della Nigeria, formatasi accademicamente a Londra, che decide di raggiungerlo a Nsukka, la città universitaria polverosa e caotica dove abita; sua sorella gemella Kainene, misteriosa e indipendente; il compagno di lei Richard, un inglese in Africa per studiare l’arte locale.
Iniziano ad arrivare le voci delle prime sommosse secessioniste e di un primo colpo di stato, poi nel 1967, anno in cui il Biafra proclama la propria indipendenza dalla Nigeria, esplode la guerra. Si avverte ovunque, dapprima sotto forma di rumori lontani di sirene, esplosioni, bagliori che illuminano il cielo notturno, voci di truppe che si avvicinano e conquistano città. Con i suoi orrori, gradualmente la guerra si impadronisce delle vite dei protagonisti. Sono costretti a spostarsi, cambiare città e vita. Abbandonare i cari che non ne vogliono sapere di lasciare la propria casa. Un velo straziante cala sul loro mondo e ogni loro azione è immersa in un ventre flaccido e orrido fatto di escamotage e compromessi per la sopravvivenza ai soprusi, alle privazioni, alle violenze, che diventano una realtà nuova con cui fare i conti, giorno dopo giorno. Diffidare del vicino, che può essere un sabotatore, una spia del nemico, accettare barbarie indicibili, stupri e massacri, con la sola idea che finirà, tutto questo finirà. Un limbo quasi surreale, se non fosse che i parenti uccisi, la fame, le malattie, le esecuzioni sommarie, le decapitazioni, le montagne di cadaveri ammassati dietro le case sono realtà.
Ci sono cose talmente imperdonabili da rendere perdonabile tutto il resto.
Capita che qualcuno sia arruolato a forza e costretto a combattere, su un campo di battaglia che non è un vero campo di battaglia perché è composto dai luoghi della vita di tutti i giorni, del resto della vita, quando la guerra non c’era, e che adesso invece soffocano sotto la coltre terrificante del conflitto. Capita che quel qualcuno, sotto le armi, si trasformi nel peggio di quanto possa affiorare dalla sua essenza profonda di essere umano. Fa tutto parte di una guerra sanguinosa di cui il resto del mondo pare non essersi preoccupato.
I personaggi, che all’inizio, prima dello scoppio delle ostilità, animavano una quotidianità fatta di routine – lavoro, amici, cibo, amori, famiglie, scappatelle, sport, salotti intellettuali, feste – vengono improvvisamente proiettati nel cuore della guerra, tempo e spazio in cui ogni cosa sembra perdere i connotati. Osserviamo i loro sforzi per mantenere un’umanità, le fatiche di chi vuole assumere una forma nuova, adattata alla situazione, reinventandosi ove possibile, reinterpretandosi quando necessario.
Chimamanda Ngozi Adichie
L’autrice Chimamanda Ngozi Adichie, cresciuta in Nigeria e impegnata attivamente sui temi dei neri americani, delle ingiustizie di razza e di genere, ci regala un testo dallo stile pulito e scorrevole, che guarda in faccia realtà abominevoli e le racconta senza filtri, senza sconti, restituendo un ritratto spietato e feroce di una guerra combattuta a colpi di machete, grappoli di bombe e armi automatiche, senza morale né regole.
Descrisse gli abiti vagamente riconoscibili sui corpi decapitati in cortile, un dito di Zio Mbazi che ancora si muoveva, gli occhi rovesciati all’indietro nella testa della bambina dentro la zucca calabash e lo strano colore della pelle di tutti i cadaveri sparsi nell’aia: un grigio spento, come di lavagna pulita male.
Pur conservando un nucleo di poesia e purezza.
Non sapeva che le spinte di un uomo potessero sospendere la memoria, che fosse possibile ritrovarsi in un luogo dove non era concepibile pensare né ricordare, ma solo esistere nei sensi.
I personaggi sono vivi e completi. Olanna, ad esempio, altera portatrice di un simbolico femminile, nativo e originale, che permea e significa ogni suo gesto, dal più banale e futile al più alto e coraggioso. Una forza che scaturisce, inonda e trascina con sé il lettore, quella di Olanna, vera protagonista del libro.
Ho riscontrato un aspetto interessante, dal punto di vista della scrittura immersiva. Nel suo celebre manuale On Writing, Stephen King parla della scrittura come di una sorta di contatto telepatico con il lettore: l’autore scrive di un luogo, per dire, e il lettore è trasportato (anni dopo, magari) nello stesso luogo, e tutto avviene nella mente, in un contatto quasi telepatico. Perciò nei testi le descrizioni non devono essere appesantite, sovraccariche di elementi e di particolari; ne bastano pochissimi, ma incisivi e significativi, in grado cioè di piantare il seme che, nella mente del lettore, avrà la libertà di germogliare e crescere quanto e come vuole, a seconda dei vissuti e della conoscenza del lettore stesso. Per esempio, se l’autore scrive che un personaggio è in casa e indossa una camicia marrone, sarà il lettore a completare il puzzle, decidendo la tonalità del marrone, il materiale e la qualità della camicia. E pure l’arredo della casa, se non meglio specificato. Questo succede quando luoghi e oggetti appartengono alla stessa cultura di origine dell’autore e del lettore, quando cioè entrambe le fonti di questa comunicazione – emittente e ricevente – sono aggregate dall’ambiente culturale. Ecco, in Metà di un sole giallo mi è capitato di non recepire subito luoghi, vestiti ecc., di non figurarmeli con immediatezza e di rimanere, durante alcune scene, “al buio”. Riacciuffando nella memoria queste scene, le ricordo senza sfondo, poco delineate a livello estetico e formale. Questo perché non sapevo cosa fosse un obi akwa (prima di andare a cercare su wikipedia), non sapevo immaginare un compound di Nsukka, che Achidie descrive solo chiamandolo così, “compound”, non potevo immaginare cosa fossero quei cibi tanto ricorrenti: il vino di palma, la noce di cola, il garri o il riso jollof. Tutte cose che qualsiasi africano probabilmente dà per scontate e che di conseguenza Adichie non sente il bisogno di descrivere, cose però che io, non recependole con immediatezza, non riesco a figurarmi. Interessante notare come invece uno scrittore americano – penso a Hemingway, per esempio, nei suoi racconti La breve vita felice di Francis Macomber o Le nevi del Chilimangiaro – riesca a trasmettere maggiormente l’immagine estetica dell’Africa (paesaggi, luoghi, oggetti e personaggi) a chi in Africa non ci ha mai messo piede, proprio per il fatto che racconta qualcosa che non dà per scontato, che riconosce come estraneo e sa che lo è anche per il lettore.
Un plauso anche per la traduttrice Susanna Basso che ha reso il testo in italiano con la cura e la sensibilità a cui, in questi anni, ci ha abituato – sue le traduzioni di autori come Ian McEwan, Jane Austen, Alice Munro, Paul Auster, per citarne alcuni. Sempre attenta a utilizzare un lessico vicino alla nostra tradizione e cultura, ha conservato lo spirito e il significato invisibile del testo, rispettando lo stile delicato e senza eccessive enfatizzazioni di Adichie.
Metà di un sole giallo è un romanzo che mi ha colpito e che consiglio; un libro per cui forse ci vuole il momento giusto ma che una volta iniziato inghiotte il lettore e lo sputa fuori all’ultima pagina, pregno di emozioni, considerazioni, curiosità e voglia di approfondimento.
L’autrice nel suo celebre e interessantissimo discorso “The danger of a single story”.
È per certi versi un testo strabiliante. Nonostante una trama semplice, povera di eventi, tiene il lettore incollato. Molti i temi sfiorati: il sempre attuale conflitto tra ebrei e arabo palestinesi, l’accettazione del diverso, l’emarginazione sociale, l’amore. Ma la vera forza del libro è il trascinante protagonista: il giovane Momò. Lo scrittore lituano naturalizzato francese Romain Gary pubblicò “La vita davanti a sé” sotto pseudonimo nel 1975, il romanzo fu subito accolto con favore dalla critica, tanto da meritarsi il premio Goncourt dello stesso anno.
Le banlieue della periferia parigina sono affollate da stravaganti e poetici personaggi (immigrati, puttane, protettori, travestiti ecc.), ed è qui, in questa colorata quanto spigolosa ambientazione, che Momò trascorre le sue giornate. Abita in un appartamento al sesto piano, rifugio per bambini figli di genitori assenti, quando conosciuti, e di prostitute il più delle volte. Madame Rosa – ex-prostituta, scampata alla deportazione al campo di concentramento di Auschwitz – è l’anziana che si prende cura di loro, previo pagamento di una pigione.
Momò non ha mai conosciuto i genitori, ha una decina di anni (non lo sa neanche lui con certezza), e un carattere aperto. Le sue convinzioni e il suo modo di intendere la vita sono quelli di un orfano mezzo randagio, con fratelli sporadici e opportunisti, capace nonostante tutto di conservare uno spiccato spirito positivo. Il suo vivace approccio al mondo e al diverso e il suo linguaggio distratto e spumeggiante. Il suo maturare quotidiano e inconsapevole. È questo ad attrarre il lettore fin dalle prime pagine e a tenerlo incollato fino alla fine.
All’inizio il suo rapporto con Madame Rosa è quasi conflittuale, lei che rappresenta l’autorità, che determina i divieti e li fa rispettare. Lo vediamo mutare, subire una metamorfosi che giorno dopo giorno un affetto innato camuffato da rassegnazione condurrà all’inversione di polarità. Sarà Momò alla fine ad accudire l’anziana, a chiamare il medico per lei, a proteggerla dal destino malvagio a cui il dottore, pur con le migliori intenzioni, vorrebbe condannarla: “diventare la campionessa di resistenza a una vita da vegetale”.
Aspetto determinante del libro è la voce narrante. Il registro linguistico sapientemente involuto a ricordare voce e pensieri di un ragazzino non molto istruito ma sprizzante energia vitale, che miscela l’ingenua spavalderia della gioventù con una sensibilità rara.
I vecchi valgono come tutti gli altri, anche se calano. Sentono quello che sentiamo voi e io e certe volte questo li fa soffrire ancora più di noi perché non si possono più difendere.
La vita davanti a sé è un testo sincero, che in alcuni momenti ricorda il romanzo di J.D. Salinger Il giovane Holden in un’inaspettata trasposizione di contingenza dai college e dai parchi newyorkesi alla realtà delle Banlieue, sì cruda e appesa ma pulsante di vita. Un libro di formazione spumeggiante, amaro e poetico che vale la pena leggere.
Thomas Bernhard ricorda la sua giovinezza, quando all’età di quindici anni ha interrotto gli studi al ginnasio per dedicarsi all’apprendistato nell’ambito del commercio.
Un giorno, invece di andare a scuola, il giovane Bernhard inverte la rotta per prendere la direzione opposta, verso l’ufficio di collocamento. Qui un’impiegata zelante gli fa una serie di proposte – molti famosi negozi in centro cercavano apprendisti – che lui rifiuta. La direzione opposta è il suo obiettivo, se l’è ripetuto per tutta la strada verso l’ufficio. Alla fine l’impiegata gli propone la cantina e lui accetta senza esitazione, certo di fare la scelta giusta. La cantina è ubicata nella zona più malfamata di Strasburgo, il quartiere di Scherzhauserfeld, ed è gestita dal signor Karl Podlaha. Rappresenta per gli abitanti del quartiere molto più che un negozio di alimentari. È un luogo di ritrovo, vivace e sereno, occasione per staccare dalla miseria della propria routine. I clienti ci vanno per fare due chiacchiere, a volte anche senza comprare nulla, solo per raggiungere quel centro nevralgico e vitale ed essere contagiati dalla sua energia. La cantina è crocevia di personaggi emarginati e disperati, e Bernhard come una spugna fa incetta delle loro storie, acuendo la capacità di assorbirle e di raccontarle, dote che in futuro lo aiuterà nel suo mestiere di scrittore. Lavorando nella cantina, Bernhard trova infine la felicità e la voglia di seguire la sua vocazione: la musica. Inizia così a seguire lezioni di canto e di teoria musicale, e sta facendo grandi progressi quando una malattia respiratoria lo blocca a letto impedendogli di proseguire su questa strada.
“Da mio nonno ero andato a scuola di filosofia in una situazione ideale perché allora ero molto giovane, con Podlaha, nel quartiere di Scherzhauserfeld, mi sono addestrato alla realtà più grande che possa esistere, la realtà assoluta”.
La cantina di Karl Podlaha a Salisburgo.
Ecco in sintesi la trama del libro, che non è una vera trama ma più un pretesto per una serie di considerazioni, pensieri e spunti. Il centro del romanzo non è una storia ma un concetto. Un’espiazione catartica. Si esamina la società e l’iniquità della stessa, il marcio in cui la parte ricca abbandona e ghettizza quella povera incurante dei suoi disagi e della sua arretratezza. Si denuncia il divario esistente tra i cittadini di Salisburgo e la popolazione che abita Scherzhauserfeld, “anticamera dell’inferno” dove suicidi, liti, furti e violenza sono all’ordine del giorno. Si viaggia con Bernhard in direzione opposta, la “direzione ostinata e contraria” tanto cara a Fabrizio De André; forse è proprio da qui che il cantautore genovese ha attinto quel fondamento della sua poetica.
Lo stile è ripetitivo, martellante, petulante. Volutamente disturbante. Dal testo emerge un concetto? Tu, lettore, lo acciuffi con rispetto e attenzione. Poi però lo stesso concetto viene ripreso, ripetuto, parafrasato, tradotto, rimestato, rigurgitato e ancora riproposto, magari pagine dopo, quando credevi di averla fatta franca. Affiora così il senso di irritazione che ti porta a odiarlo, quel concetto, e a perdere di vista la trama, se ce ne fosse una.
Testo certamente apprezzabile per la qualità della prosa, la cura nella costruzione della frase e la profondità di investigazione dell’animo umano, anche se non sempre facilmente fruibile.
“In ogni riga che scrivo sono sempre rimasto un disturbatore della pubblica quiete”.
Dopo aver letto Underworld, un respiro joyciano lo trovo sempre nelle pagine di Don DeLillo. Un’aura intangibile di stream of consciousness che aleggia, che porta il testo a non ancorarsi, se non di rado, a un piano di realtà concreta. Il silenzio mi ha convinto? Non del tutto.
Tessa e Jim stanno tornando in aereo da un viaggio in Europa. I telefoni sono spenti, Jim fissa lo schermo sopra di lui e fa continui riferimenti alla strumentazione tecnologica dell’aereo. Improvvisamente c’è un black out, e tutta la tecnologia si blocca, lo schermo diventa nero e l’aereo effettua un atterraggio di emergenza. I protagonisti si trovano a viaggiare su un pulmino verso la loro meta, superando la catartica figura di una donna che corre, inconsapevole del dramma che le sta esplodendo attorno. La loro meta è la casa di una coppia di amici, Max e Diane, che li sta aspettando per guardare insieme a un brillante ex studente di fisica il Super Bowl, la finale del campionato della NFL (la lega professionistica statunitense di football americano), l’evento più importante della stagione. Il primo ad accorgersi del blackout è Max perché vede lo schermo televisivo diventare nero. Da qui parte l’escalation delle reazioni dei personaggi a quella che si preannuncia una sciagura di livello planetario, che culmina con con un distacco totale degli individui, un’incomunicabilità, un silenzio, appunto.
Nel romanzo “La cantina” Thomas Bernhard afferma che “gli uomini si caratterizzano per la loro totale mancanza di comprensione”. In effetti, più che il silenzio del titolo, l’incomprensione sembra la cifra connettiva tra il personaggi. Ognuno perso nel suo mondo, nel suo modo di vedere le cose e di interpretare la situazione, il disagio.
Non vedremo le conseguenze dell’episodio, osserveremo lo scompiglio immediato (e mentale) che porta. La locura, la follia: quasi in un tributo al Ken Kesey di Qualcuno volò sul nido del cuculo – in cui Randle McMurphy, internato in un ospedale psichiatrico, simula la telecronaca di una partita di baseball davanti a un televisore spento – Max, frustato dalla limitazione, si produce in una telecronaca di fantasia con gli occhi fissi sullo schermo nero.
Il Silenzio ha un assetto più da pièce teatrale che da romanzo: lunghi dialoghi, ambienti limitati. Personaggi pochi e grotteschi, quasi naif. Lasciarsi cullare dalla prosa di DeLillo è uno dei migliori metodi per affrontare un romanzo del genere. A meno che non si voglia trovare a tutti i costi un significato, preciso e univoco. In questo caso l’impresa si complica. Si complica perché nulla è definito, realistico o verosimile. In un’occasione del genere, un black out totale, il mondo si fermerebbe. Non sarebbe la partita a non vedersi più, non sarebbe la teoria della relatività il principale argomento di conversazione, come è invece nel testo. Un evento di tale portata sarebbe più vicino al simbolico di una possibile terza guerra mondiale – a cui in effetti qualcuno nel libro fa riferimento, ma solo indirettamente. Allora no, un significato è meglio non cercarlo, è meglio affrontare il testo per quello che è: un esercizio di stile, una raccolta di spunti, di pensieri. È un racconto breve, scritto da un maestro, ma pur sempre un racconto.
È degli ultimi giorni la notizia dell’uscita in Italia della traduzione del racconto La ricerca come felicità che – pare – Ernest Hemingway abbia scritto prima di produrre l’opera che gli è valsa il Pulitzer, ovvero Il vecchio e il mare. Ecco, Il silenzio di DeLillo sembra più un racconto preparatorio a un vero e proprio romanzo, che ne getta le basi, le architetture e le tematiche per vedere se reggono e se e come si sviluppano. Mi piace pensare che il romanzo vero e proprio debba ancora arrivare. Se questo non accadesse, se il vero romanzo non arrivasse mai, Il silenzio si potrebbe considerare un’appendice della produzione delilliana, difficile significarlo senza conoscere il resto.
Per questo non lo consiglierei a chi non avesse mai letto nient’altro di DeLillo. Chi invece conosce l’autore, be’, è una lettura che non occupa più di un pomeriggio; perché no?
La premessa è altisonante: voi che avete una percezione così distorta della realtà americana, voi che credete che tutti gli americani abbiano un fucile in casa, voi che credete che le carceri siano affollate di evasori fiscali; voi, ve la spiego io l’America. Retorica a parte, anche se come me non siete nel novero di chi pensa che tutti gli americani siano armati fino ai denti eccetera eccetera, potrete apprezzare questo libro.
Francesco Costa, già autore del «più importante podcast italiano indipendente» (almeno così si legge sul sito), Da Costa a Costa, ci conduce in un excursus sulla società americana a volo d’uccello, avanti e indietro nel tempo, dal sud, fino al far west, zoomando su fatti – pur nella loro tragicità – polposi e coinvolgenti. È scritto bene, giocando con dispositivi narrativi spesso usati in reportage giornalistici di questo tipo. L’anticipazione e il passo indietro, o l’aggancio del lettore con il fatto sconvolgente per poi allargare sul discorso generale – come l’incipit sulla ragazza morta di overdose nel bagno dell’aeroporto di Syracuse usato per introdurre la questione ‘uso incontrollato degli oppiacei’.
Una panoramica ricca di spunti, che permette di ripassare (alcune) circostanze che hanno srotolato la storia e la società americana direzionandola verso quella attuale, trasformandola per come la conosciamo (o la conosceremo dopo aver letto il libro!). Interessanti ad esempio i riferimenti alla diffusione dell’automobile che ha portato la neonata classe media a trasferirsi in quei vialoni «paciosi» con le casette a schiera, o gli accenni alla laboriosa e sicura di sé mentalità texana, o la focalizzazione sul pensiero nativo statunitense fondato sulla permeabilità, ovvero sull’accettazione del cambiamento e delle diversità come valori e ricchezza, e non come qualcosa da combattere o di cui aver timore.
Tuttavia non ho visto un percorso definito, ho percepito più una serie di argomenti paralleli (che raramente peraltro si intersecavano) certamente interessanti ma che, se l’intento era quello di spiegare la società americana contemporanea e come ci si è arrivati, non sono sufficienti.
È una buona lettura, di intrattenimento, un testo scorrevole e interessante, che però non assolve completamente il suo intento di partenza, almeno quello dichiarato in quella che a mio avviso è una premessa un po’ troppo roboante.
Quello dell’editoria è un mondo tetro e ingiusto? No, è solo che si conosce poco. Uno finisce per idealizzarlo o, al contrario, demonizzarlo: il libro come opera d’arte, le case editrici chiuse e inaccessibili, un apparato leggendario. Questo perché quell’uno non legge libri come questo.
I meccanismi dell’editoria, più chiaro di così. Lo dico spesso, non ci si può lamentare che le case editrici non leggono i testi inviati se chi li manda non ha idea di cosa voglia dire pubblicare un libro, di che lavoro ci sia dietro, di quanti professionisti servano. Non è una cosa immediata, ho scritto un post al riguardo. Be’, dicevo, I meccanismi dell’editoria è utilissimo per chi ha voglia di saperne qualcosa in più. È un libro che svela, appunto, i meccanismi, elenca e descrive in maniera approfondita le professioni, e racconta l’innovazione compiuta in questo campo negli ultimi anni. Un viaggio turistico nella filiera editoriale. Tutti a bordo.
Lo stile di Roberto Cicala, direttore editoriale di Interlinea, è chiaro e comprensibile, un piacere da leggere. Al testo si alternano box di approfondimento che riportano curiosità e testimonianze su lavori passati, famosi o meno, e offrono interessanti spunti.
Il libro ha un solo difetto: l’impaginazione. Il corpo del testo è troppo piccolo e l’interlinea troppo stretta, i box, che usano un corpo ancora più piccolo, sono quasi indecifrabili. Per favorire la leggibilità, un testo del genere avrebbe bisogno di essere impaginato in maniera più ariosa. Ho dovuto leggerlo un po’ alla volta, per non perdere del tutto l’uso della vista.
Ma a parte questo, un testo davvero ben scritto, esaustivo e stimolante. Per chi vuole lavorare in editoria ma anche per chi fa del libro un oggetto sacro. Consigliato.
“I meccanismi dell’editoria”, Roberto Cicala – ed. Il Mulino
Il testo non è mai pronto. Non riesce ad esserlo perché noi cambiamo con il tempo e ogni giorno è diverso dall’altro e di conseguenza lo è anche il testo ai nostri occhi. Perciò il mio consiglio è di prendere la tua prima stesura, lasciarla sedimentare un mese (più di un mese, lo so, uno entra in fibrillazione), e poi riaprire lo scrigno. Risultato: Oddio, ma ho scritto io questa schifezza?
E allora giù di ramazza e togli più che puoi. Accertati che la storia funzioni, butta via il superfluo rispetto al plot centrale, i virtuosismi, le frasi fatte, i cliché. Rileggilo ancora e correggi. Taglia. Quanto? Difficile dirlo. Stephen King nel suo On writing suggerisce un 10%. Direi che è un bel taglio, ma a mio parere è impossibile stabilire una percentuale universale. Ognuno scrive in maniera diversa, ha metodi e approcci differenti. Tu impegnati a non avere pietà, è già questa impresa non da poco. Bene. La seconda stesura è pronta. Mando? No no. Aspetta. Adesso ci vuole un parere esterno. È il momento dei beta reader!
BETA READER Cos’è un beta reader? È qualcuno che legge il tuo romanzo e ti dà un parere non professionale. È importante, far leggere il proprio testo, prima di proporlo ad agenzie o editori. Ma attenzione, ecco la massima: non tutti i lettori sono beta reader efficaci. Perché, nella maggior parte dei casi, genitori, amici e fidanzati, non vanno bene? Vediamo le caratteristiche di un perfetto beta reader.
Crudeltà. Non è questione di masochismo, è solo che a dirti bravo sono capaci tutti. C’è davvero qualcuno che ti direbbe: ma che merda hai scritto? Questa parte non c’entra? Questa è fasulla? Questo personaggio sembra una figurina? No, non tutti hanno il coraggio di dirtelo (oppure ti vogliono troppo bene per farti rimanere male). Ma tu devi crescere, e se lo vuoi proporre a una casa editrice il tuo scritto deve essere una macchina perfetta. Con i bravo-che-bello, non migliorerai mai. Perciò un collega che ti odia sarebbe perfetto, uno di quei bei bolsoni invidiosi, che magari scriva a sua volta. Non vedrà l’ora di criticarti. Prendendo le parti buone dalle sue blaterazioni potresti persino migliorare. Ok, va bene anche il tuo amico, purché sia crudele. Sai che litigi ogni volta? Ma è il suo bello.
Competenza. È brutto da dire ma è inutile che il tuo amico che legge due libri all’anno, di cui un ricettario e un libretto d’istruzioni, si sforzi di leggere il tuo manoscritto. Magari il brav’uomo, pur di riuscire utile, ti segnala sbagliato qualcosa di giusto e viceversa. Ci vuole gente che legge – più legge e meglio è – e possibilmente il genere che proponi tu. Una volta avevo fatto leggere un testo a una beta reader che mi diceva di mettere le virgolette quando c’è un dialogo. Ma era un discorso diretto libero, non ci volevano le virgolette. Alla terza osservazione di questo tipo ho smesso di considerarle. Ha perso tempo lei, ne stavo perdendo io.
Sensibilità. Per un motivo simile al precedente, chi leggerà il tuo scritto dovrebbe avere il tuo stesso tipo di sensibilità o, quantomeno, la sensibilità che attribuiresti al tuo pubblico di riferimento (target). Questo perché potrebbe recepire in maniera confusa alcune sfumature o non recepirle affatto e darti indicazioni di conseguenza inefficaci. Il non detto, le parti in ombra, sono importanti nella narrativa, ed è anche con la propria sensibilità che il lettore le riempie. Senza la necessaria sensibilità alcuni messaggi potrebbero essere travisati o non compresi e certi spazi riempiti arbitrariamente, e il giudizio sul tuo lavoro falsato.
Disponibilità. Sembra cosa ovvia perché dici, mi legge il testo, sarà ben disponibile a rispondere a qualche domanda. Non ti credere. Alcuni si eclissano finita la lettura e ritrovarli diventa utopia. Non so perché avvenga. Forse gli dispiace dirti che non gli è piaciuto. Insomma, accertati che almeno sia disponibile a rispondere al tuo interrogatorio finale. Magari offriti di fare lo stesso con il suo, di testo. Potrebbe aprirti molte porte.
Adesso che hai capito come devono essere, dove trovarli se non puoi attingere alle tue amicizie? È più facile di quello che pensi: fai un giro in Internet. Ci sono blog letterari, instablogger, c’è anche il sitocostruttori di mondi, in cui lettori volenterosi si propongono per leggere opere non ancora pubblicate. Guardati attorno, è semplice se sai dove cercare. Il problema non è trovarli, ma trovare quelli giusti. Se non li trovi ci sono sempre gli editor professionisti, ma questa è un’altra storia.
Se vuoi offrirti come beta reader scrivilo nei commenti. Caso mai qualcuno ne avesse bisogno potrebbe trovare la tua proposta.
Riprendiamo il discorso da dove l’avevamo interrotto nel precedente post. Si parlava di dialoghi.
Gli errori più comuni nei dialoghi Una delle prime cose che saltano all’occhio dell’editor incaricato di valutare il tuo manoscritto in funzione di un’eventuale pubblicazione sono i dialoghi, il che ti dà la misura della loro importanza. I dialoghi scritti da autori inesperti presentano spesso una serie di criticità. Vediamo gli errori che mi capita di segnalare con maggiore frequenza. È importante che tu conosca gli errori che più spesso vengono commessi per eliminarli, se ci fossero, dal tuo scritto, anche se la lettura di un editor prima di sottoporlo alle case editrice sarebbe sempre auspicabile. Iniziamo!
Personaggi che parlano per esprimere le idee dell’autore Hai presente quei lunghi monologhi nel corso dei quali la narrazione sembra sospesa e il personaggio di turno parla per pagine intere senza che nessuno degli interlocutori provi nemmeno a interromperlo? A meno che non si tratti di narrazioni intradiegetiche, diffida di questi monologhi. C’è una grande possibilità che il personaggio stia prendendo – per così dire – in prestito dall’autore qualche sua idea e la stia sciorinando con disinvoltura. Mi è capitato svariate volte di leggere sermoni sulle tematiche più disparate, dai danni arrecati dall’uomo alla natura, all’odio dilagante fra le popolazioni, a una legislatura che regolamenti il commercio della droga e così via. Tu, da autore, cerca di evitarli il più possibile. Il dialogo serve per fare muovere e agire i personaggi in tempo reale, e favorire così il coinvolgimento del lettore. Per esprimere le proprie opinioni ci sono gli amici. O i blog!
Dialogo senza scopo, azioni o reazioni. Un dialogo senza reazioni è un dialogo vuoto, privo di una linfa che lo alimenti e, pertanto, privo di interesse per il lettore. Il dialogo deve essere composto da serie di azioni a cui corrispondono altrettante reazioni. Queste interazioni tra i personaggi mettono in luce conflitti celati e sottotesti. Spesso testi dalla scrittura incerta presentano questo tipo di dialogo. Ora leggiamo lo stralcio di un racconto che Ernest Hemingway ha scritto nel 1927 per il Scribner’s Magazine (la traduzione è mia). Racconto che ho volutamente rovinato, per farti capire cosa intendo quando parlo di un dialogo vuoto.
La porta della taverna di Henry si aprì ed entrarono due uomini. Si sedettero al banco. Fuori stava facendo buio. La luce dei lampioni entrava dalla finestra. I due uomini al banco lessero il menù. George si avvicinò. «Cosa prendete?» «Prenderò una braciola con salsa di mele e purè di patate» disse il primo. «Bene» disse George. «E per lei?» «Cos’hai da mangiare?» «Posso farvi un sandwich». «Per me crocchette di pollo con piselli e purè con panna». «Quello è solo a cena. Posso darvi prosciutto e uova, pancetta e uova, fegato». «Va bene prosciutto e uova» disse l’uomo che si chiamava Al.
Non è granché interessante, vero? Tutto immobile. È come lanciare un sasso in uno stagno e non vedere nessun cerchio allargarsi nell’acqua. Diverso sarebbe se si sentisse una tensione di fondo scoppiettare sotto la superficie. Ecco il testo originale.
La porta della taverna di Henry si aprì ed entrarono due uomini. Si sedettero al banco. «Cosa prendete?» chiese George. «Non lo so» disse uno dei due. «Cosa vuoi mangiare, Al?» «Non lo so» disse Al. «Non so cosa voglio mangiare». Fuori stava facendo buio. La luce dei lampioni entrava dalla finestra. I due uomini al banco lessero il menù. «Prenderò una braciola con salsa di mele e purè di patate» disse il primo. «Non è ancora pronto». «Perché lo metti in carta, allora?» «È la cena» spiegò George. «Potrete ordinarlo alle sei». George guardò l’orologio appeso al muro dietro il bancone. «Sono le cinque.» «L’orologio fa le cinque e venti» disse il secondo. «È venti minuti avanti.» «Oh, al diavolo l’orologio» disse il primo. «Cos’hai da mangiare?» «Posso farvi un sandwich», disse George. «Prosciutto e uova, pancetta e uova, fegato e uova. O se no una bistecca». «Dammi crocchette di pollo con piselli e purè con panna.» «È la cena quella». «Ogni cosa che vogliamo la fai solo a cena? È così che lavori?» «Posso darvi prosciutto e uova, pancetta e uova, fegato…». «Io prendo prosciutto e uova» disse l’uomo che si chiamava Al.
Emergono le personalità dei personaggi e aleggia qualcosa di non detto, scorre sotto la superficie. Fa venire voglia di voltare pagina, di conoscere meglio i personaggi, e dona loro spessore.
Dialoghi che spiegano in maniera esplicita stati d’animo e umori Sempre fedeli al dogma nativo Show don’t tell, anche per i dialoghi dobbiamo osservare lo stesso principio. Il detto on the nose (come lo definisce Robert McKee nel suo manuale DialoRecensione – “Dialoghi” di Robert McKeeghi) si riferisce a circostanze come questa, in cui il sottotesto viene esposto e trattato come testo, privando il dialogo non solo di interesse e di fascino, ma anche di realismo, visto che nessuno quando parla sa esattamente cosa si nasconde nelle profondità delle parole che sceglie di dire (subconscio). Immagina una battuta di questo tipo:
«Sono stanca morta, ho male ai piedi, e ogni volta che ti guardo penso che non sono convinta di amarti davvero. Ci provo, ma non lo capisco. Anzi. Mi chiedo se sia normale per una moglie provare per suo marito la repulsione che sei in grado di suscitare in me».
È un’esagerazione, certo, ma neanche tanto. Proviamo a fare qualche modifica. Solo per chiarire meglio il concetto appena espresso.
Carla si versò da bere e si lasciò cadere sul divano, si sfilò le scarpe e le gettò lontano. «Dio mio, che roba» disse guardando il fazzoletto fradicio con cui si era asciugata la fronte. Tommaso fissava la tvcon aria ebete. «Che partita è?» chiese lei. «Marsiglia Inter». «Quanto sono». «È appena iniziata». Rimase a osservarlo per un po’. Quegli occhi spenti, la barba sfatta. Da quant’è che non lavorava? Era più il tempo che l’aveva visto sulla poltrona che al computer in cerca di lavoro. Il tavolino da caffè era sporco e pieno di cianfrusaglie. Carla prese il bicchiere e si lasciò sfuggire un sospiro. «Perché non te ne vai a letto?» disse lui. «Tanto è presto per la cena». «Sto qui» disse lei. «Finisco il bicchiere e pulisco questo schifo». Lui si sbracciò e urlò alla televisione, bevve un sorso, ruttò e buttò la lattina a terra, seminando gocce sul pavimento. Lei gli lanciò un’occhiataccia disgustata. «Tanto hai detto che devi pulire» disse lui alzando il volume.
Dialoghi che forniscono troppe informazioni Infodumping è la tendenza a inondare il lettore di informazioni utili alla comprensione della storia. Il dialogo non è un manifesto informativo. Una delle sue finalità è anzi velocizzare il racconto animandolo con azioni fisiche. Sequenze dialogiche sovraccariche di informazioni rallentano la lettura e finiscono per annoiare il lettore, impedendogli di recepire proprio le informazioni che si vuole che conosca.
«Ciao Mario». «Ciao Loredana. Come sei cresciuta. Sei in forma». «Vorrei vedere! Del resto mi sono iscritta da tre anni alla scuola di danza, i risultati si vedono». «Sembra ieri che ti portavo sul pedalò, invece era il 2004». «Mia madre mi ha lasciato per tutta l’estate da te e la zia perché in quell’anno era mancato mio padre, lei lavorava ancora alla fabbrica di vernici e non sapeva dove mettermi. Avevo solo cinque anni». «Ti ricordi la casa in cui stavamo? È stata venduta a una società che voleva costruire in quel palazzo un complesso di uffici. Tua zia, mia moglie ha fatto il diavolo a quattro e alla fine ci siamo lasciati nel 2011. Io ho un’altra donna, si chiama Marta e ha un’agenzia di scommesse».
Suona tutto un po’ finto, stopposo. Falli muovere, i personaggi, parlare con sincerità. Giocaci e lasciati sorprendere da loro.
Le guardò le cosce. «Sai che ti dico? Ti fa proprio bene la danza». Loredana si abbassò la gonna che le si era sollevata sulle ginocchia. «Ci alleniamo tanto». «Ti tenevo su con un braccio solo». «Avevo cinque anni, zio». «È stata una bella estate». Lei lo guardò in tralice. «Insomma». «Oddio» disse lui. «Era quell’anno che tuo padre…» Lei annuì. «Per questo mia madre mi aveva mandato da voi». «Scusami». «Non fa niente. Sono passati più di vent’anni» «Cos’era? Duemila…» «Quattro. Era il 2004» disse lei incamminandosi. «Non da quella parte» la fermò lui. «Non abito più lì». «Troppi ricordi?» «No. L’abbiamo venduta per liquidarla e dividerci il valore». Loredana rivolse lo sguardo al mare. «Non lo sapevo». «Aspetta un secondo, avverto Camilla che mangiamo lì». «Camilla?» «È simpatica e solare. Ti piacerà». Prese il telefono e chiamò.
Era solo un esempio per chiarire il concetto. Le informazione sono sottese, il lettore le indaga, le evince sentendosi stimolato e quindi parte attiva di un processo comunicativo.
Talking Heads Syndrome No, niente a che vedere con la band. Il fenomeno delle teste parlanti si verifica quando il dialogo è costituito da una serie di ripetuti scambi dialogici senza alcuna (se non rarissima) azione compiuta dai personaggi, né un loro inquadramento in uno scenario o in uno spazio fisico. È importante per il lettore vedere i personaggi muoversi nello spazio e agire, altrimenti la sequenza si riduce un insieme di battute più adatto a un copione teatrale che a un romanzo di narrativa.
I personaggi parlano tutti allo stesso modo Nei testi degli autori inesperti i personaggi adottano una sorta di ‘vocabolario diffuso’, un modo di parlare comune a tutti. Ma, come accennato nel post precedente, ogni personaggio deve possedere un proprio linguaggio, fatto di grammatica, sintassi, vocabolario, figure retoriche, fraseggio, fonetica, accenti, dizione; elementi derivati dalla vita vissuta dal personaggio stesso. Come ognuno ha la sua storia, ognuno ha la sua voce.
Registro inappropriato No, non sto parlando delle parolacce. La questione del registro inappropriato si lega idealmente con il problema appena trattato, cioè i personaggi che parlano tutti in modo simile. Quando ciò accade sovente significa che non si è costruito un modo di parlare coerente con il personaggio che parla. Mi è capitato di leggere di recente un testo storico in cui un capitano di una legione di Franchi (sesto secolo d.C. circa), a suo stesso dire di nobilissime origini, si esprimeva come il più zotico dei villici, e una dama come una prostituta del Bronx attuale. Perché il dialogo sia verosimile il registro deve essere coerente con il personaggio, con la sua istruzione, con la sua epoca storica ecc. In un romanzo storico il registro dialogico ha ancora più valore perché è anche su quello che si basa l’immersione del lettore nel periodo storico di riferimento. È importante studiare un linguaggio che –pur rimanendo comprensibile al lettore odierno – conservi un tratto tipico e verosimile per l’epoca. Anche se l’intenzione è di attualizzare i dialoghi per renderli più vicini al parlato del nostro tempo, per essere credibili devono comunque conservare il gusto estetico e linguistico del periodo storico narrato.
Tra questo e il precedente post, un breve accenno ai dialoghi è stato fatto. Spero sia stato esauriente, anche se, come detto, materiale da approfondire ce ne sarebbe ancora tanto. Se hai qualche domanda, o vuoi segnalare dialoghi che ti hanno colpito (narrativa, ma anche cinema, teatro, serie televisive…), condividila nei commenti. Il confronto è sempre un arricchimento. Per adesso alla prossima, e buona scrittura!
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